(ANSA) – ROMA, 24 FEB – L’analisi condotta dalla Rete L’Abuso sugli sportelli anti-abusi di 32 diocesi italiane, “meriterebbe una riflessione che tocca il piano nazionale e anche internazionale: quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale, ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono al vescovo”. Lo ha detto l’avvocato Mario Caligiuri nel corso di una conferenza stampa promossa della Rete L’Abuso.
Il legale che ha accompagnato lui stesso una vittima “maggiorenne” a un centro di ascolto ha riferito così l’esperienza: “La prima carenza che si percepisce è la carenza di informazioni e il fatto che c’è una valutazione di credibilità della notizia che resta però concentrata sull’autorità gerarchica”.
“Lo stato italiano – spiega il legale con un raffronto con il sistema giudiziario italiano – risponde anche ad organismi internazionali sul modo in cui interviene e promuove la prevenzione degli abusi, l’istituzione ecclesiastica risponde innanzitutto invece a sè stessa con la rivendicazione di autonomia dell’ordinamento canonico. E’ una differenza di significativo conto – sottolinea – quando si parla di violenza su minori, l’assenza di controllo esterno e indipendente non è un dettaglio ma incide sulla sostanza della prevenzione”.
L’avvocato evidenzia quindi tre aspetti critici a suo giudizio nella gestione da parte dell’istituzione ecclesiastica della prevenzione e del trattamento dei casi di abusi: il ruolo non indipendente dei centri di ascolto nell’indagine previa; l’assenza di un obbligo generalizzato e automatico di trasmissione alla procura della Repubblica; la mancata piena sottoposizione dell’istituzione ecclesiastica ai meccanismi internazionali più avanzati cioè le Convenzioni di Lanzarote e di Istanbul. Il legale conclude quindi che “sì, ci sono stati progressi ma conservando una sorta di autoregolamentazione marcata e difficilmente penetrabile”. (ANSA).
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