«Avevo dieci anni quando per la prima volta un prete mi ha baciato e toccato». Queste le parole di Christian, l’uomo che ha deciso di raccontare la violenza che ha subìto quando era un bambino. Oggi è un adulto, parla con la voce bassa, quasi a non volerle risentire le parole che dice. È una vittima di abusi che la Chiesa ha deciso di non tutelare. La vittima, nel 2024, ha denunciato allo sportello di ascolto della diocesi di Bolzano che frequenta sin da quando è bambino. Poco dopo quel colloquio in diocesi, viene convocato in Questura a Bolzano. «Così scopre che all’insaputa sua e del suo legale, malgrado la palesata prescrizione del caso, la Diocesi aveva fatto un esposto, che puntualmente verrà poi archiviato per prescrizione», spiega Francesco Zanardi che per primo ha raccolto la testimonianza della vittima grazie alla Rete L’Abuso, osservatorio di cui è fondatore, in quanto vittima a sua volta di abusi commessi da membri del clero.
«Nelle indagini viene ascoltata anche la Diocesi che dirà esplicitamente che padre Unterhofer, il sacerdote accusato dalla vittima, è uno dei buoni e che questo è il primo avviso che riceve». In realtà la vittima fornì altri due nominativi comprese le loro testimonianze scritte e firmate riguardo le loro esperienze con lo stesso sacerdote alla diocesi che non sono stati sentiti.
In Italia, soltanto in due casi la giustizia canonica ha riconosciuto formalmente la responsabilità dell’abusante. La vittima, per oltre trent’anni ha tenuto dentro il suo segreto.
Un bambino molestato da un prete prima, un adulto che ha imparato a sopravvivere fino al momento in cui ha deciso di scrivere tutto. Il suo racconto è lo specchio di un sistema che spesso ha scelto il silenzio al posto della giustizia. La procedura canonica infatti segue un percorso parallelo rispetto a quella ordinaria, con finalità differenti. È un procedimento interno alla Chiesa, gestito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, e può concludersi con sanzioni che vanno dalla sospensione ad un massimo che è la riduzione allo stato laicale.
Ma raramente, in Italia, questi procedimenti arrivano a una decisione definitiva. Nella maggior parte dei casi, i fascicoli vengono archiviati, o restano fermi per anni. E le vittime, spesso, non ricevono neppure una comunicazione formale. Nell’attuale caso, ancora oggi, il sacerdote indicato come responsabile esercita il ministero in una parrocchia altoatesina con più di ventimila abitanti. «Mi hanno proposto un risarcimento economico ma ho detto di no», racconta. «Prima si protegge chi è più fragile, poi si parla di soldi».
Alle nostre domande sul caso specifico, il vicario generale della diocesi di Bolzano, Eugen Runggaldier ha risposto di fatto sottolineando la mancanza di prove sul caso. «La diocesi informò la procura, la quale avviò indagini nei confronti del sacerdote per verificare se, al momento, esistesse un pericolo per minori. Le indagini durarono diversi mesi. Furono archiviate dalla procura perché non emersero comportamenti inadeguati. Per questo motivo il sacerdote rimase in servizio.
Il vicario generale dispose comunque un’indagine preliminare. Al termine di essa, il vescovo incaricò il vicario giudiziale di inviare il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano. Da lì, ormai passati un anno e mezzo, non è ancora pervenuta alcuna comunicazione ufficiale».
In realtà nel decreto di archiviazione si legge: prescrizione. «La procura voleva procedere per fondatezza tanto che mi ha interpellato ma per prescrizione non ha potuto», spiega la vittima.
Delle migliaia di segnalazioni di presunti abusi commessi da religiosi in Italia meno di una su dieci è arrivata a un’indagine canonica formale, e solo una manciata a un provvedimento conclusivo. «Avevo poco più di dieci anni quando tutto è cominciato.
L’uomo che avrebbe dovuto essere una guida spirituale per me, un punto di riferimento per la comunità, un amico della mia famiglia, divenne invece la fonte di un trauma che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Lui mi trattava come un prescelto, diceva che tra noi non eravamo in due, ma in tre: io, lui e Dio. Diceva che tutto quello che facevamo era voluto da un’istanza più alta, che era un segreto tra noi e Dio. A undici anni gli credevo ciecamente».
All’inizio erano gesti ambigui, attenzioni particolari, parole gentili. Poi arrivarono i contatti fisici, sempre più invadenti. «Quando veniva a trovarci a casa, toccava sempre a me riaccompagnarlo alla porta dell’uscita, al piano di sotto. Era una forma di gentilezza che i miei genitori mostravano nei suoi confronti. Fu in quella circostanza che subii il primo abuso. Davanti alla porta, sotto la rampa delle scale, mi ha baciato, non come un prete bacia un bambino, ma come un adulto. Mi ha stretto con forza e mi ha toccato, dappertutto. Io ero paralizzato, non capivo. Avevo paura ma anche vergogna. Sapevo, sopra ogni cosa, che mai nessuno mi avrebbe creduto».
La situazione andò avanti per quasi due anni. D’estate, Christian veniva mandato dai genitori a trascorrere le vacanze in montagna, lavorando su un tipico maso altoatesino lontano da casa ma il sacerdote lo raggiungeva anche lì. «Trovava sempre un modo per presentarsi, per inventarsi una scusa. Più volte mi ha fatto salire in macchina e tutto è ricominciato». Non ci fu mai un rapporto sessuale completo, ma quelle molestie furono ripetute, costanti, distruttive. «Forse è anche per questo che sono ancora vivo. Ma non significa che non mi abbia distrutto dentro».
Per gran parte della sua vita, Christian non ha raccontato niente a nessuno. «Provavo vergogna e paura. A volte da adulto, trovandomi i miei figli accanto mi sono chiesto come ci si può comportare così nei confronti di un bambino? Come si diventa un mostro? Ti fai mille domande. Come lo spieghi a tua moglie, che ancora oggi non conosce i dettagli sui fatti?».
Solo di recente, dopo un lungo periodo di crisi psicologica è riuscito a scrivere tutto. «Ho scritto a mano su decine di fogli bianchi». Quel documento è oggi agli atti della giustizia. «Voglio che nessun altro subisca quello che ho passato io», conclude la vittima. Dice che sta ancora «pulendo», come chi vuole ripulire una stanza in ogni angolo. «Voglio pulire a fondo e chiudere bene, per non doverci tornare mai più.
Per questo ho parlato, perché non accada ancora ad altri minori». Nel 2023, la Conferenza Episcopale italiana ha pubblicato un primo report interno sugli abusi ma limitato ai casi segnalati dal 2000 in poi e raccolti dai Centri di ascolto diocesani: 89 casi in tutto. Un numero giudicato da molte associazioni «non rappresentativo», perché non include le denunce anteriori né quelle gestite direttamente dal Vaticano.
Nel frattempo, sono sempre di più le vittime che trovano il coraggio di parlare. Molte riescono a farlo solo dopo decenni. Ecco perché spesso le denunce restano fuori dai tribunali per prescrizione, paura o mancanza di prove materiali. Per questo, il riconoscimento ecclesiastico, anche se non produce effetti penali, ha un valore simbolico e morale importante: significa che la Chiesa, almeno in parte, ha ammesso ciò che per anni è stato negato.
Peter Unterhofer
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