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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Anna Ipata, gli abusi subiti da un prete da ragazzina e la forza di raccontare solo adesso: «Sentivo vergogna, il senso di ribrezzo ti rimane addosso»

Anna Ipata, gli abusi subiti da un prete da ragazzina e la forza di raccontare solo adesso: «Sentivo vergogna, il senso di ribrezzo ti rimane addosso»

Anna Ipata oggi ha 60 anni ed è neuropsichiatra infantile alla Columbia University di New York: «Lo dissi ai miei genitori quando avevo già 50 anni solo perché si iniziava a parlare di pedofilia nella chiesa»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Febbraio 2025
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 3 mins read
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Abusi sessuali su minori nella chiesa a Pisa. Non c’è solo il caso dei due fratellini molestati da monsignor Luigi Gabrillini (lui alla fine confessò e fu prima sospeso e poi allontanato dal vescovo Benotto). Molti anni prima, nella stessa Parrocchia di Santo Stefano, un altro prete, ormai deceduto, avrebbe molestato alcuni bambini.

Tra loro una ragazzina di 12 anni — siamo alla fine degli anni Settanta — che oggi ha voluto raccontare la sua storia: Anna Ipata ha 60 anni, è neuropsichiatra infantile alla Columbia University di New York. Ed è figlia di Pier Luigi Ipata, scienziato di fama internazionale morto a Pisa nel 2021, dopo una vita dedicata alla scienza e alla medicina, fautore dell’ingresso della chimica biologica in quella che è stata la facoltà di Scienze dell’ateneo. Sul cui sito si trova scritto: «Con lui scompare un pezzo di storia della biochimica italiana».

Anna Ipata, lei oggi racconta quei giorni dolorosi per la prima volta.
«Negli anni ‘70 frequentavo la parrocchia di Santo Stefano, come tanti altri ragazzi del quartiere. Un luogo di incontro dove ci riunivamo per il catechismo, per cantare durante la messa e partecipare alle attività. Lì ho vissuto momenti significativi».

Poi qualcosa cambiò all’improvviso.
«C’era un prete, don Luigi che sia tra i ragazzi sia tra gli adulti era considerato una persona “strana”. Effettivamente suscitava un certo sospetto: sempre distaccato, non sembrava avere particolare confidenza con i ragazzi».

Strano in che senso?
«Non ricordo di averlo mai visto interagire con noi quando eravamo in gruppo. Ogni tanto passava, ma senza mai fermarsi a parlare o a coinvolgersi. Credo di non averci mai scambiato una parola ma sembrava appunto solo un tipo strano».

Fino a quando, un giorno…
«Avrò avuto 12 anni, mi sono ritrovata nel corridoio della casa della Parrocchia che dava sul cortile: mi ha bloccata con le spalle al muro e mi ha accarezzato la schiena, le spalle, I fianchi. È un ricordo vivido, la sensazione di questa mani sconosciute che mi toccavano».

Ne parlò con qualcuno?
«Non ho mai detto nulla a nessuno fino a 10 anni fa».

Cosa successe 10 anni fa? E perché ha deciso di parlarne in pubblico solo ora?
«Sentivo vergogna, anche per il fatto che fosse successo nella nostra parrocchia. Lo raccontai per caso ai miei, avevo 50 anni. Solo perché si parlava di pedofilia nel clero, come fosse qualcosa che non ci riguardava. Quasi con un gesto di rabbia dissi “e comunque sappiate che anche nella vostra cara parrocchia c’era chi molestava I bambini”. Così venne fuori. Ho deciso di renderlo pubblico ora per la nascita del Coordinamento delle famiglie delle vittime degli abusi».

Ricorda cosa provò?
«Da bambina non riuscivo a dare una connotazione sessuale all’episodio, e poi la parrocchia di Santo Stefano, con il suo parroco ed i preti, erano parte della nostra famiglia. Ho continuato a frequentare la parrocchia fino ai 13 anni. So che don Luigi ci rimase a lungo, poi fu spostato in una casa di cura a Pisa dove morì».

Con gli occhi di oggi…
«Quando sei bambina non riesci a dare un significato sessuale a certe attenzioni. Certamente un senso di violazione e di ribrezzo ti rimane addosso. Negli anni, ripensandoci, ho capito».

La rielaborazione dell’accaduto cosa ha comportato?
«In qualche modo ho elaborato e non posso dire quali conseguenze mi abbia lasciato. Quando venne reso noto il fatto di don Gabbriellini, nella stesa Parrocchia, venni a sapere dell’associazione “Rete l’abuso”, e chiamai il fondatore Francesco Zanardi per metterlo al corrente di cosa mi era successo tanti anni prima. Da allora ho cominciato a supportare l’associazione e farò parte anche del neonato Coordinamento nazionale delle famiglie dei sopravvissuti agli abusi».

https://corrierefiorentino.corriere.it/notizie/cronaca/25_febbraio_07/anna-gli-abusi-subiti-da-un-prete-da-ragazzina-e-la-forza-di-raccontare-solo-adesso-sentivo-vergogna-il-senso-di-ribrezzo-ti-311e3087-cb8b-4d22-9b00-2d9dd16a0xlk.shtml

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.