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Home NEWS e CRONACA LOCALE

Dopo Rupnik, l’affanno dei gesuiti per la trasparenza nei casi di abuso

Rete L'ABUSO by Rete L'ABUSO
6 Ottobre 2024
in NEWS e CRONACA LOCALE
Reading Time: 4 mins read
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42001 ROMA-ADISTA. Padre Sauro De Luca, gesuita, morto nel 2012 all’età di 85 anni, è stato accusato da almeno cinque donne di abusi sessuali, perpetrati in vari luoghi d’Italia quando erano minorenni. Il prete, infatti, dal 1967 al 1998 è stato il responsabile nazionale del Meg, Movimento Eucaristico Giovanile, ossia il ramo giovanile della Rete Mondiale di Preghiera del papa, l’opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù «che accompagna bambini e ragazzi, dalla terza elementare fino alla fine del tempo universitario, lungo un cammino integrato di formazione umana e spirituale», come si legge sul comunicato inviato dall’attuale responsabile, p. Renato Colizzi. Non solo: p. De Luca è stato anche superiore dei gesuiti dell’Aquila e rettore del Collegio universitario d’Abruzzo tra il 1999 e il 2005, e ha seguito nella formazione spirituale gruppi di famiglie e guide Agesci. Un personaggio dipinto dalle cronache dell’epoca come dinamico ed entusiasta, caratterizzato da «un amore infinito verso i piccoli, grande senso missionario e cuore dilatato verso il mondo» (ilcentro.it, 8/6/12)

I fatti, che sembrano affidati a tavolino a due testate come Avvenire e Repubblica il 25 settembre, con tanto di interviste rilasciate da p. Colizzi, che ha diffuso un comunicato su tutta la vicenda, si sarebbero verificati negli anni ‘90, quando le vittime avevano tra i 14 e i 16 anni, nel contesto di incontri spirituali personali, e in alcuni casi sarebbero durati a lungo. Mentre però tre di esse hanno deciso di denunciare lo scorso marzo, si scopre che le prime due vittime avevano già raccontato i fatti criminosi subìti nel 2010, 14 anni fa, quando sulla scia degli scandali di pedofilia in tutto il mondo i Gesuiti si dotarono di un responsabile per gli abusi e quando De Luca era ancora vivo: la cosa però restò tutta interna al Meg, venne risolta con discrezione, con un’indagine del delegato, la confessione dell’abusatore, misure restrittive e un trasferimento da Pescara a Gallarate dove, si legge nel comunicato, visse «da recluso» e morì due anni dopo.

Ma lo stesso Colizzi è consapevole delle carenze nell’azione della Compagnia di Gesù, perché già negli anni Duemila le voci sugli abusi di p. De Luca erano circolate: «Siamo consapevoli che non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato», aggiunge su Avvenire. È evidente che le segnalazioni orali dell’epoca «sono state sottovalutate perché non ci risulta ad ora, da una prima indagine, che sia stato fatto qualcosa per appurare o capire meglio la vicenda». «A lungo, abbiamo risposto alle richieste di chi si palesava, mettendo, però, in primo piano, la tutela dell’istituzione. Questo istinto ci porta, a volte, anche inconsciamente, a minimizzare, ignorare, autoassolverci». Stavolta, almeno nelle intenzioni, c’è la “nuova” volontà di «essere noi a rivolgerci a eventuali vittime-sopravvissute di cui non sappiamo niente perché, con la loro testimonianza, quando e come vorranno darla, ci consentano di fare emergere la verità».

«Voglio innanzitutto chiedere perdono alle vittime/sopravvissute e alle loro famiglie e dirvi che per noi del Centro Nazionale, che abbiamo la responsabilità del Movimento, è molto penoso prendere atto di tutto questo. Ci tocca profondamente il dolore di chi ha subito abusi e, anche se consapevoli che nulla basterà a rimarginare pienamente la ferita, ci sta a cuore fare tutto quello che è nelle nostre possibilità per accogliere, ascoltare e assistere chi lo vorrà». È quanto si legge nel comunicato di Colizzi, diffuso sul sito dei gesuiti. «La sofferenza segnalata è per noi un appello urgente ad un “cammino di verità” sulla nostra storia e sulla nostra identità, senza il quale la nostra missione educativa oggi perderebbe di significato». Poiché, data l’estensione temporale e geografica del ministero di De Luca, si sospetta che possano esserci altre vittime, «come Centro Nazionale e, in accordo con il Provinciale dei gesuiti (p. Roberto Del Riccio, ndr) siamo quindi arrivati alla decisione di aprire una fase di ascolto di chiunque abbia qualcosa da dire in proposito, per conoscere se eventuali altri fatti si sono verificati nel passato, recente e no, del Movimento».

L’impressione è che questa volta i gesuiti – a differenza di quanto avvenuto con il caso Rupnik – vogliano dare pubblicamente l’impressione di “fare le cose per bene”: hanno nominato «una delegata per questo “cammino di verità” nella persona della dott.ssa Grazia Villani» – definita «indipendente dalla Compagnia di Gesù e dal Movimento», ma con un curriculum interno al Vaticano, con più di 20 anni presso il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita – la quale sarà coadiuvata dall’Associazione METER di don Fortunato Di Noto (anche lui personaggio istituzionale, presente anche nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile del Dipartimento per le politiche della famiglia del Governo). Villani si dedicherà «all’ascolto di chiunque ritenga di aver subito, quando era minorenne, qualsiasi forma di abuso nel corso delle attività del MEG, oppure di chi sia a conoscenza di fatti simili». «Sarà nostra cura – prosegue Colizzi nel comunicato – garantire la riservatezza delle informazioni e delle testimonianze e, nello stesso tempo, assicurare che verranno prese le misure necessarie anche attraverso gli strumenti giuridici più adeguati. Inoltre, in questa fase di primo ascolto, si potrà individuare insieme alle vittime, anche il tipo di supporto opportuno che il Movimento potrebbe offrire». Poi, la delegata redigerà un report «che ci consentirà di rendere noti al Movimento, tutelando la riservatezza, gli abusi di cui siamo venuti a conoscenza». Come è ovvio, si affronta anche il tema dei risarcimenti: «Pensiamo a una forma di riparazione da concordare con le vittime sopravvissute qualora lo desiderano», ha detto Colizzi a Repubblica.

https://www.adista.it/articolo/72627

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PRECISAZIONE

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.  

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso