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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Abusi, riconciliazione e risarcimento: un sopravvissuto chiama in causa i “pastori” della Chiesa

Abusi, riconciliazione e risarcimento: un sopravvissuto chiama in causa i “pastori” della Chiesa

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
6 Ottobre 2024
in World
Reading Time: 3 mins read
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DOC-3340. ROMA-ADISTA. Germania, inizi degli anni ‘90: Peter Gehring è un ragazzo che studia ingegneria meccanica all’Università, e contemporaneamente avverte una chiamata al sacerdozio. Aveva conosciuto e apprezzato la Famiglia di Maria – comunità oggi commissariata dal Vaticano per i presunti abusi spirituali e psicologici del suo cofondatore e superiore p. Gebhard “Paul Maria” Sigl, v. la nostra lunga inchiesta su Adista – e lì inizia il suo percorso religioso. La vita nella comunità, però, si rivela molto poblematica, come ci ha raccontato lui stesso nella sua intensa testimonianza lo scorso febbraio: dotato di una forte indipendenza di giudizio e di spirito critico, Peter non è disposto ad annullarsi in un’obbedienza cieca, come richiesto dal superiore. Ma Sigl, come accade tipicamente nelle comunità con derive settarie, e secondo un copione frequente nella Famiglia di Maria, non accetta la sua mancanza di asservimento: considerandolo un pericolo per l’ecosistema che aveva creato, raccontava Peter, il superiore gli fa terra bruciata intorno, mettendogli contro i confratelli e le consorelle, spargendo voci, facendolo sentire isolato, controllato, spiato e rendendogli la vita impossibile. Finché Peter, esausto, non decide che è troppo e, nel 1997, si allontana dalla comunità.

La testimonianza sulla vita nella Famiglia di Maria che abbiamo citato parlava, tra le altre cose, di mancanza di rispetto della sfera privata e di profonda intrusione nella vita dei membri, di una pressante richiesta di devolvere le proprie risorse finanziarie alla comunità; il pensiero unico di p. Sigl «chiedeva obbedienza incondizionata»: «La sua parola era pari alla parola di Dio. Si vantava di essere illuminato da Dio e giustificava tutte le sue decisioni con le sue “ispirazioni divine”, “luce di Dio” che lui aveva ricevuto». Peter non aveva seguito questa direzione «perché, interiormente, ho avvertito che non era giusto. Mi sono richiamato alle parole di Sant’Agostino, che considerava la coscienza come la massima autorità attraverso la quale si esprime la voce di Dio». Poco era rimasto del mondo perfetto che gli era stato presentato all’inizio: «Ha cominciato a emergere una struttura simile a una setta, con Gebhard al centro come il guru e tutti che lo accettavano come loro signore e maestro».

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Peter, come detto, non ci sta. Esce esasperato, senza risorse, interrompendo bruscamente gli studi che avrebbero dovuto portarlo al sacerdozio, e dunque obbligato a ricominciare tutto da capo. «Cercavo di finanziare i miei studi con lavori occasionali. In quel periodo mi sentivo molto male. Ero completamente distrutto dentro. La comunità era diventata il centro della mia vita e mi ci ero saldamente radicato. Ora mi sentivo come un albero abbattuto». È la precarietà che spesso attende le vittime di abusi, e che può renderle più esposte a nuovi potenziali abusi. Lo stesso Peter, malgrado la formazione per l’insegnamento della religione e la missio canonica ricevuta, non ha mai ottenuto un incarico lavorativo dal vescovo.

Ma di chi è la responsabilità “morale” di tutto questo? Chi deve prendersi cura delle vittime, chi ha il compito di pensare al loro dolore, alla necessità di una riconciliazione e al risarcimento loro dovuto, di fronte alle loro vite deragliate, penalizzate, spesso appassite prima ancora di fiorire? È qui che si innesta la seconda parte della testimonianza di Peter, che pubblichiamo qui in una nostra traduzione dal tedesco: ripercorrendo i passi compiuti presso l’istituzione ecclesiastica per ottenere ascolto e riconoscimento, alla luce di quella dimensione pastorale del ruolo del vescovo che non ha incontrato, Peter propone, a partire dalle Scritture, un procedimento di denuncia sul piano religioso che tutte le vittime di abusi nella Chiesa possono fare proprio.

https://www.adista.it/articolo/72609

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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