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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
18 Marzo 2024
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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41794 ROMA-ADISTA. Una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano»; un filo che risale da un prete a un vescovo fino al papa: è il contenuto di “La confessione”, un podcast su Spotify in sette puntate prodotto da tre giornalisti: Stefano Feltri, già direttore di Domani, Giorgio Meletti (anch’egli in passato a Domani) e Federica Tourn, che sulla stessa testata ha raccontato diverse vicende legate al tema degli abusi nella Chiesa cattolica. Un podcast che è stato presentato a Roma alla sede della Federazione nazionale della stampa italiana a pochi giorni dalla sentenza del processo in primo grado contro il prete di Enna don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie n. 10/24). Ma che ora, paradossalmente, è stato autorizzato dal Tribunale di Enna a rientrare in città, tra i “suoi” ragazzi e le sue vittime, da Ferrara, dove ha scontato gli arresti domiciliari, perché, «fatta salva la gravità dei fatti contestati, l’esaurimento dell’attività istruttoria ha fatto venire meno le esigenze cautelari alla base dell’adozione del divieto di dimora nel Comune di Enna e non si ravvisano, allo stato, ragioni idonee a giustificare il prolungarsi della restrizione della libertà di movimento dell’imputato».

A partecipare alla presentazione del podcast, oltre ai giornalisti, Antonio Messina, sopravvissuto agli abusi di don Rugolo, la sua avvocata Eleanna Parasiliti Molica e la giornalista, corrispondente da Enna dell’Ansa, Pierelisa Rizzo, che ha seguito tutta la vicenda. Presente moralmente anche la Rete L’Abuso, unica associazione che con il suo presidente Francesco Zanardi si era costituita parte civile nel processo, «senza il cui lavoro – ha sottolineato Tourn – non avremmo mai conosciuto i casi di abuso», e alla quale è stato riconosciuto parte del risarcimento cui è stata condannata in solido la diocesi.

Allo scoperto il sistema di copertura dell’abuso

La confessione cui fa riferimento il titolo del podcast è quella di mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina (sotto cui ricade Enna), coprotagonista della vicenda, che nel corso di una conversazione telefonica con Rugolo, intercettata e messa agli atti, ammette di aver «insabbiato la storia». Un elemento che consente di fare un corposo passo avanti nel lavoro giornalistico di denuncia del sistema, che oggi consente di rispondere «alla domanda sul perché in Italia non scoppia uno scandalo sugli abusi nella Chiesa», introduce Feltri. Il fatto è che, «a fronte di tante cose che già sappiamo, nessuno unisce i puntini». Qui invece, per la prima volta, «abbiamo non solo le parole della vittima che coraggiosamente ha denunciato e ci ha messo dieci anni a farsi dare ragione», ma anche, grazie agli audio messi agli atti e ora nella disponibilità delle parti, «il sistema di copertura degli abusi raccontato da loro, dai preti, dal vescovo»: un vescovo in carica che riconosce di aver insabbiato, che dice di poter contare su un appoggio di papa Francesco in virtù di un misterioso favore fattogli, amici preti di don Rugolo che fanno quadrato intorno a lui, un prete a Ferrara (dove Rugolo, secondo il classico schema di autoprotezione della Chiesa dagli scandali, viene trasferito) che dice ai parrocchiani di non parlare coi giornalisti, gli abusi derubricati da Gisana a atti goliardici: «È una cultura aziendale», afferma Feltri, «la strategia messa in atto quando si vuole mascherare lo scandalo e si imbroglia sui conti».

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Oltre alle intercettazioni telefoniche ci sono audio registrati dalle parti per proteggersi (anche da don Rugolo, in un lungo dialogo con il vescovo), finiti agli atti. Ma c’è anche il saluto del papa a una delegazione di Gela il giorno prima della requisitoria del pm, a novembre scorso, in cui Francesco difende pubblicamente il vescovo Gisana: cose che succedevano, commenta Feltri, «quando c’era Berlusconi in politica e si muovevano le cose a ridosso dei suoi processi e tutti noi facevamo due più due». «Il papa – prosegue Feltri – non trova il tempo per rispondere alla lettera che gli ha scritto Antonio, ma per difendere il vescovo».

«Una stupidata da ragazzotto»

Gli audio ora a disposizione delle parti, materia del podcast, permettono di cogliere gravi disfunzioni, collusioni, omertà, distorsione della realtà da parte della Chiesa istituzionale. Gisana giustifica Rugolo definendone gli abusi «una stupidata da ragazzotto», dice di aver coperto le spese di Rugolo con i soldi dell’otto per mille, parla di «impeto demoniaco» riferendosi a Antonio e alla sua famiglia. Con i genitori di Antonio, il vescovo vanta un “credito” con il papa. I giornalisti hanno ricostruito la vicenda: nel 2017 Gisana aveva presieduto una commissione speciale ad hoc sul cappuccino Giovanni Salonia, accusato di abuso sessuale da due suore in sede civile all’indomani della propria nomina a vescovo ausiliare di Palermo. La sua consacrazione viene annullata sotto la parvenza di una rinuncia volontaria a fronte di “calunnie”, e Gisana, incaricato dal papa, nella veste di giudice-inquirente per un «supplemento di indagine», proscioglie Salonia dalle accuse. Tutto a posto, dunque, tanto che il 6 novembre 2023 il papa dice pubblicamente di Gisana a una delegazione di Gela: «Bravo questo vescovo, molto bravo, è un vescovo giusto. In tanti l’hanno calunniato, ma lui sempre giusto, sempre retto». Un intervento recepito molto negativamente: «Abbiamo compreso – ha detto Parasiliti – di essere entrati una cosa che era molto più grande di noi, perché era un intervento del pontefice che aveva tutte le sembianze di una dichiarazione tesa a condizionare l’esito di un processo».

Il secondo abuso

Antonio racconta come ha vissuto tutta la vicenda: «C’è stato un altro abuso, quello che ho ricevuto dal vescovo dalla diocesi per non essere creduto». E racconta la sua delusione e la sua sfiducia: «All’inizio ero convinto che si potesse ottenere giustizia nella Chiesa, ma quando Gisana disse che in questo caso c’erano poche vittime, come se la gravità si misurasse sulla quantità degli abusi perpetrati, compresi che non c’era più alcuna strada da percorrere. Sino a quando addirittura arrivammo a discutere solo di faccende di natura economica», con «l’offerta di 25mila euro in contanti con clausola di riservatezza, per mettermi a tacere e permettere al sacerdote di rientrare nella sua comunità parrocchiale, cosa che io chiaramente non ho mai accettato». Anche la sua lettera a papa Francesco non ha avuto mai risposta. Quanto al piano politico, «non so se le istituzioni sono ancora pronte ad affrontare tematiche di questo genere – dice – soprattutto in realtà territoriali come queste dove le istituzioni sono profondamente legate alla presenza radicata nel territorio della chiesa. E in Parlamento non mi risulta che queste tematiche vengano attenzionate».

Il processo è stato una via crucis anche per la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che ha avuto tre denunce per diffamazione. «Ho affrontato questo processo da sola. Ho seguito fuori dall’aula del tribunale di Enna ventidue udienze. È partito come processo a porte chiuse (come si fa per i processi per violenza sessuale, per proteggere Antonio) e nemmeno in seguito siamo più riusciti a fare aprire quella porta. Sono diventata facile bersaglio», fino a essere «controllata in chiesa dalla polizia durante la festa della patrona», dove era insieme all’avvocata Parasiliti e ad Antonio «perché temevano un atto dimostrativo». «Sono certa che, se non l’avessimo raccontato, questa storia avrebbe avuto un altro esito. Quindi la stampa tutela anche chi lavora, chi ha denunciato e chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia».

Conviene con Rizzo l’avvocata Parasiliti: «Questa attenzione è stata per me una forma di protezione. In questi anni noi abbiamo temuto per noi e per le nostre famiglie, perché il clima di ostilità che abbiamo registrato è senza precedenti. Non è stato un processo normale, perché non è normale attaccare l’avvocato che svolge una professione e che in aula svolge un ruolo che attiene alla tutela della giurisdizione». «Questa è una sentenza importante – ha aggiunto – perché scrive finalmente la parola condanna su un sistema abusante». «Il tentativo di minimizzare e banalizzare è stato presente durante tutto il corso del processo, abbiamo sentito più volte ripetere la parola “goliardia”, paragonando l’abuso al gesto goliardico sdoganato da Roberto Benigni che lo aveva praticato nei confronti di Pippo Baudo durante un Festival di Sanremo. Ora bisogna andare avanti, fino in fondo, anche con l’ipotesi della detenzione di materiale pedopornografico».

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«Questo è un sistema, non una vicenda individuale», ha continuato: «Lo dice anche la sentenza che ha condannato la diocesi in solido a essere responsabile per la parte civile. Non è la mela marcia ma il cestino di mele marce».

Qual è l’atteggiamento della Chiesa italiana? «Il card. Zuppi mi ha detto che non ha mai seguito il caso, che non ne sapeva niente», afferma Tourn, ma questo «non è vero», aggiunge Feltri: «Quando ho intervistato Zuppi un anno fa alla festa di Domani ha detto che avevamo scritto cose false sul caso Rugolo». Non è un caso che nel primo report della Cei sugli abusi mancassero i dati della diocesi di Piazza Armerina: «Il card. Zuppi sa perfettamente di cosa parliamo».

Nella vicenda, insomma c’è più di un vulnus. Tecnicamente, per quanto incredibile, se c’è un prete abusatore il problema è del vescovo, ma se il vescovo copre l’abuso, non è un problema della Cei perché i vescovi, sugli abusi, rispondono al papa. E poi la pena accessoria è sospesa fino al passaggio in giudicato della sentenza, ma l’interdizione opererà esclusivamente per quanto attiene agli incarichi conferiti da autorità dello Stato italiano. Se non c’è un provvedimento interdittivo da parte dell’autorità ecclesiastica Rugolo potrebbe continuare a avere contatti con minori nell’ambito di istituzioni che non sono regolate dalla legge dello Stato italiano».

https://www.adista.it/articolo/71587

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.