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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Carpineto Romano – La chiesa complice di padre Carlos Alberto Pérez Arco. Sapevano dal 2018

Carpineto Romano – La chiesa complice di padre Carlos Alberto Pérez Arco. Sapevano dal 2018

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
10 Giugno 2023
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 3 mins read
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Il religioso dell’Istituto Missionario colombiano di San Giovanni Eudes, residente a Carpineto Romano da qualche anno, era stato arrestato dai carabinieri pochi giorni prima della Pasqua dell’anno scorso, il 15 aprile, su ordine del giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Velletri.

Da una lettera in nostro possesso datata 31 agosto 2018, mosignor Humberto Lugo Arguelles – Fondatore del carisma della casita – Istituto Missionario San Juan Eudes – accusa in un documento di nove pagine, l’ex Responsabile della Casita – Jesús Amaya León – di una serie di irregolarità, comprese le complicità in casi di pedofilia, tra cui quello di Carpineto Romano.

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Nel testo tradotto parzialmente, è sottointeso che si sta parlando di abusi sessuali a danno di minori e di gravissime complicità e coperture delle gerarchie cattoliche, che hanno permesso di fatto, che padre Carlos Arcos Perez commettesse abusi anche in Italia, a Carpineto Romano.

Monsignor Humberto Lugo, morto lo scorso anno di COVID-19, nel 2012 fu rimosso dall’incarico di superiore generale e al suo posto hanno nominato a P. Jesús Amaya.

Nel 2016, monsignor Hunberto Lugo fu espulso ma ciò nonostante, il monsignore continuò facendo delle osservazioni a padre Jesús – oggi in Colombia – su certe cose che non andavano bene nell’istituto.

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Una di queste osservazioni la fece ad agosto del 2018 quando scrisse questa lettera dicendogli che non capiva come padre Carlos Alberto Pérez Arcos, continuava a Carpineto Romano malgrado ci fossero voci certe che aveva commesso dei delitti contro minorenni in Sao Tomé e Principe, África.

31 agosto 2018 – 5.3. Caso del Padre Carlos Alberto Pérez Arco.

Inviato con il Padre Albeiro alla missione di Príncipe. In comunicazione con Monsignor Antonio do Santos, Vescovo di Sao Tomé e Príncipe, quando ha saputo la situazione mi ha risposto che è stato un peccato avere chiuso la missione, perché Lei (Jesús Amaya León) concretamente la aveva gestita male.

Successivamente, da confidenze ho saputo che avrebbe potuto trattarsi da parte del Padre Carlos Alberto Pérez Arco e di presunto delitto con minorenni. Ciò che è insolito è che lo tengono in Carpineto Romano. Lo avranno comunicato a Monsignor Loppa, Vescovo di Anagni- Alatri?

Ma un’altra cosa insolita è anche che, nel mio ultimo viaggio a Roma per partecipare al Congresso di Vita Consacrata, al corso sul Diritto dei Religiosi (1 al 20 di maggio 2018), ho incontrato questo padre Carlos Pérez Arco per caso sulla metro linea A a Termini. Sono stato molto pacato con lui ma, nel poco che mi ha detto, ha parlato molto male di Lei e del Vicario Padre Efraín. Padre Jesús, in questi argomenti il Santo Padre chiede tolleranza zero, come ripeteva Lei ai membri della casetta.

Già, sono molto diretto, come può notare nella lettera, i Vescovi di Colombia ai quali risponde per Diritto Diocesano, devono agire nella causa. Il 29 di questo mese sono passati due mesi esatti dalla consegna di questa mia lettera alla Curia di Bogotà, e l’invio di copie ai Vescovi ai quali corrisponde tale assunto. Fino ad oggi non ho avuto risposta, però trattandosi di un argomento tanto delicato, aspetterò ancora un poco per rispetto ai signori Vescovi, poi mi rivolgerò direttamente alla Santa Sede.

Siccome ho su di Lei solo l’autorità morale, credo che cosa degna per il bene dell’Istituto che ho fondato con tanto amore per il bene della Missione, che sia Lei stesso a dimettersi davanti al Santo Padre. Questo è ciò che, con desiderio paterno e carità cristiana volevo fare, quando mi sono azzardato dopo 6 anni esatti dall’essere uscito dalla casa di Mosquera, fare in modo che Lei entrasse in ragione, affinché “con il velo della carità” avremmo potuto agire nella nostra “giusta autonomia” in ciò che si riferisce alla nostra tessa disciplina (canone 586).

Le sue affrettate accuse e il suo ingiusto processo di espulsione, mi ha mosso ad agire in questo modo però, anzitutto, perché il carisma della Casetta e la mia persona si identificano, così lo vede la gente e non voglio che l’opera che io ho fondato, debba passare in un uragano tanto doloroso.

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Francesco Zanardi

Francesco Zanardi

Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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