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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Caso Rupnik: mentre la CEI promuove chi lo osanna, in Brasile ritirata per “indegnità” la laurea honoris causa

Caso Rupnik: mentre la CEI promuove chi lo osanna, in Brasile ritirata per “indegnità” la laurea honoris causa

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
20 Febbraio 2023
in World
Reading Time: 3 mins read
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ROMA-ADISTA. «La Pontificia Università Cattolica del Paraná (PUCPR) comunica che, alla luce dei fatti ampiamente riportati sulle vicende di Marko Ivan Rupnik, il Consiglio Universitario della PUCPR, in seduta straordinaria tenutasi il 13 febbraio 2023, ai sensi della Risoluzione n. 01/2023, ha approvato la revoca del titolo di Doctor Honoris Causa conferito il 30 novembre 2022 all’artista sloveno, ritenendolo “indegno” di tale onorificenza». È quanto si legge, testualmente, sul sito dell’Università brasiliana in data 13 febbraio ed è, a oggi, uno dei pochi provvedimenti chiari e univoci contro il gesuita Marco Ivan Rupnik, prete, teologo e mosaicista osannato nel mondo, già condannato dal Dicastero per la Dottrina della Fede per abusi sessuali e manipolazione della coscienza su giovani donne della comunità Loyola in Slovenia e in Italia, a partire dagli anni ‘90. Mentre si attende a breve una comunicazione da parte della Compagnia di Gesù in merito, si continua a constatare il persistente e compatto silenzio da parte del Vaticano, che ancora non ha chiarito chi e come abbia deciso il ritiro della scomunica latae sententiae che era stata comminata al religioso per il crimine di assoluzione del complice, uno dei più gravi secondo il diritto canonico.

A eccezione del provvedimento dell’università brasiliana, e mentre in giro per il mondo diverse istituzioni si chiedono se abbia un senso conservare opere d’arte prodotte da un abusatore seriale, la cui teologia e la cui arte sono profondamente intrecciate alla sua personalità, la Chiesa istituzionale in Italia sembra fare finta di niente. Il 14 febbraio è stato presentato in pompa magna, nella basilica di don Bosco a Roma, alla presenza del card. Matteo Zuppi presidente della Cei, il libro L’arte della buona battaglia (Edizioni San Paolo) di don Fabio Rosini – prete diocesano proveniente dal mondo neocatecumenale, molto popolare per le sue catechesi sui 10 comandamenti, responsabile del servizio per le vocazioni del Vicariato di Roma – che reca in copertina l’immagine di un’opera di Rupnik e nel quale l’autore, in due punti, cita Rupnik come «maestro e amico» (p. 11) e persino «profeta» (p. 397). Non solo: l’11 febbraio scorso Tv2000 – l’emittente televisiva della Cei – ha mandato in onda uno “spot promozionale” dello stesso libro.

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A questo proposito, il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa #ItalyChurchToo, del quale Adista fa parte, ha pubblicato una lettera aperta di Renata Patti, sopravvissuta ad abusi psicologici e spirituali nel movimento dei Focolari e in contatto con vittime di Rupnik. Nella lettera – inviata a Vincenzo Morgante, direttore di TV2000 e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e, per competenza, a Zuppi, a mons. Ghizzoni (responsabile Cei per la tutela dei minori), a mons. Daniele Libanori (vescovo ausiliare di Roma) nonché, per conoscenza, al Segretario di Stato vaticano card. Pietro Parolin, denuncia il silenzio dei media cattolici istituzionali su Rupnik: «Ci sono vittime che hanno testimoniato – anche presso il team referente dei gesuiti – che sono state dominate psicologicamente, tenute sotto controllo psichico da anni e abusate anche sessualmente dal “profeta” Marko Ivan Rupnik». «Personalmente – prosegue la lettera – ho riletto il vangelo di Luca, cap. 18 e vorrei avere veramente la “voce” di quella “vedova” che con la sua insistenza vince anche un giudice iniquo, come mi scrive una delle due vittime che non ha più voce per denunciare ciò che nessuno vuol ascoltare. Ora per loro “grideranno le pietre”. Vergogna, vergogna, vergogna!». «Vi faccio notare, Egregi Direttori – si legge ancora – che non solo sono stata scandalizzata e profondamente scossa dalle parole di don Rosini, ma anche dal suo atteggiamento cosciente di ciò che è stato svelato dal suo “maestro” e che lui ha pubblicato, e da quello dei due conduttori che non posso immaginare fossero ignari dell’attualità ecclesiale riguardo l’autore del mosaico in copertina». Una «pessima informazione fornita al Popolo Santo di Dio».

https://www.adista.it/articolo/69529

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ludovica.eugenio

Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.