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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Benedetto XVI » Le «crudeli aggressioni psicologiche» di Rupnik di fronte alle resistenze

Le «crudeli aggressioni psicologiche» di Rupnik di fronte alle resistenze

Federica Tourn by Federica Tourn
27 Gennaio 2023
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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Federica Tourn per Editoriale Domani – Complice l’attenzione riservata alla morte di Benedetto XVI, nella Chiesa è calato un pesante silenzio su Marko Rupnik, il gesuita vicino a papa Francesco al centro di uno scandalo per le violenze commesse su diverse suore negli anni ’90 e per una scomunica latae sententiae, poi subito revocata dalla Santa Sede. Se il Vaticano non parla, lo fanno però le vittime, continuando ad aggravare con le loro testimonianze la posizione del famoso artista e di chi lo ha protetto.

«Padre Rupnik mi disse: se non decidi per la Comunità Loyola non decidi per il Cristo. Io ero giovane, lui era la mia guida spirituale e mi fece capire che se non entravo a far parte della sua congregazione non appartenevo più a Cristo». La storia di Klara (nome di fantasia), oggi 58 anni, adescata dal gesuita quando era ancora minorenne, è la cronaca di un plagio totale, che ha coinvolto ogni aspetto della sua esistenza. Rupnik ha fatto leva sull’inesperienza e l’insicurezza dei suoi sedici anni per indurla a frequentare i ritiri spirituali con lui e poi forzarla a entrare nella Comunità Loyola. Una volta in suo potere, l’ha costretta a fare sesso «per il suo bene» e ha cercato di iniziarla ai rapporti a tre affidandola a un’altra donna affinché la “istruisse” e la preparasse per l’incontro con il “guru”.

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Quando ha incontrato Rupnik?

L’ho conosciuto nel 1980, quando avevo sedici anni. Rupnik era stato ricoverato per un’infezione nella Clinica per le Malattie Infettive a Lubiana, dove io stavo svolgendo il tirocinio obbligatorio dopo il primo anno della Scuola per infermiere. Eravamo da soli nella stanza e mentre rifacevo il letto la croce che portavo al collo mi è scivolata fuori dalla camicia: mi sono spaventata, eravamo ancora negli anni del comunismo in Jugoslavia e mostrare di essere cristiani poteva essere pericoloso. Lui per tranquillizzarmi mi ha detto che era un gesuita e che aveva uno studio artistico a Roma. Quando è stato dimesso, mi ha invitato a partecipare a un gruppo di giovani che lui stesso aveva creato e che si riuniva nella sede dei Gesuiti a Dravlje, a Lubiana.

E lei?

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Sono andata. Un anno dopo, poco prima di Natale, ho partecipato anche a un ritiro spirituale nel Monastero di Stična, a quaranta chilometri dalla capitale. Alla fine della giornata, mentre mi salutava, Rupnik mi ha abbracciata e baciata, giustificando quel gesto con il mio bisogno di tenerezza. Mentre continuava ad abbracciarmi e baciarmi, mi ripeteva che lo faceva solo per il mio bene.

Che impressione le faceva Rupnik in quel periodo?

Ero confusa, colpita dalle attenzioni che mi rivolgeva. Mi ero da poco trasferita dal mio villaggio di campagna in città ed ero molto insicura e influenzabile, mentre lui era già considerato un leader. Inoltre ero molto religiosa; sin da bambina sognavo di andare in missione, anche se ancora non sapevo se come suora o come laica. Il mio desiderio era di mettermi al servizio degli altri e per questo avevo studiato da infermiera. Lui ha subito captato questa mia aspirazione e l’ha indirizzata verso la Comunità Loyola in formazione. Era molto insistente, e allo stesso tempo mi parlava sempre di una ragazza italiana, sua modella nell’atelier dove dipingeva, come esempio di femminilità ed erotismo, caratteristiche che diceva di vedere anche in me.

Era convinta di entrare nella Comunità Loyola?

Tutt’altro. Qualche mese prima di entrare in comunità, nel 1986, durante l’anno di “prova”, in cui si verificava se davvero avevamo la vocazione a prendere i voti, ho ricevuto una proposta di fidanzamento da parte di un ragazzo che conoscevo. L’ho detto alla sorella responsabile della comunità slovena e subito è arrivata la convocazione da parte di padre Rupnik ad andare a Roma per parlare con lui. In quell’incontro mi ha rimproverata duramente dicendomi che ero una stupida e che stavo sbagliando tutto. «Se non prendi la decisione di scegliere la Comunità Loyola significa che non scegli Cristo nella tua vita»: queste sue parole mi hanno spaventata perché ero una persona religiosa e non volevo certo allontanarmi da Dio. Anche al momento della scelta definitiva ho avuto dubbi: si era risvegliato in me il desiderio di partire come missionaria laica ma padre Rupnik tagliò corto dicendo che la mia decisione per la Comunità Loyola non poteva e non doveva essere cambiata. Avevo 23 anni quando sono entrata in comunità nel 1987 e ho preso i voti definitivi quattro anni dopo.

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Quando sono cominciati i primi approcci sessuali?

L’anno prima di entrare nella Comunità Loyola, nel 1986, abitavo a Lubiana in un appartamento in subaffitto. In quel periodo, padre Rupnik viveva nella comunità dei Gesuiti a Gorizia e a volte passava a trovarmi quando era in città. In una di queste occasioni mi ha invitata a entrare con lui nel bagno, dove ha cominciato a masturbarsi, davanti a me, sopra il lavandino; poi mi ha preso la mano in modo che continuassi io, mentre con l’altra mi spingeva la testa verso il basso. Mi diceva che lo faceva solo per il mio bene: «ne hai bisogno perché non hai ricevuto abbastanza amore e attenzione da tuo padre», diceva, e intanto mi raccomandava di non parlarne con nessuno.

Ci sono stati altri episodi?

Molti altri. Quando ha avuto la certezza che sarei entrata in comunità, ha cominciato a sfruttarmi sessualmente a suo piacimento. Durante il primo anno a Mengeš, padre Rupnik veniva per la guida spirituale e le confessioni; in quelle occasioni più volte mi disse che aveva una relazione sessuale anche con altre sorelle, menzionando ripetutamente il sesso a tre e chiedendomi se preferivo stare con una sorella e lui, oppure se desideravo essere sola con due uomini. Mi descriveva il nostro futuro rapporto a tre con ogni dovizia di particolari. Mi ricordo una volta che, dopo aver accompagnato due sorelle da Mengeš a Gorizia, si è fermato nel garage e ha cominciato a palpeggiarmi per poi masturbare sé stesso e me. Lo stesso anno mi ha scelta come aiuto nella direzione degli esercizi spirituali nel Monastero di Stična, soltanto per avermi più giorni a disposizione per fare sesso. Era il mio direttore spirituale e tutte in comunità mi ripetevano che dovevo essere umile e sottomessa: mi sentivo in trappola e non potevo parlarne con nessuno.

Durante la pasqua del 1988, mentre ero a Roma per studiare teologia, sono stata mandata da padre Rupnik a San Marco in Lamis, in Puglia, a casa di una donna che aveva frequentato per un periodo la Comunità Loyola. Rupnik mi aveva parlato a lungo di come lei lo ispirasse artisticamente quando, nel suo atelier si massaggiava i seni e si accarezzava davanti a lui. Ho capito ben presto che ero stata mandata a casa sua con lo scopo preciso di farmi istruire sul sesso a tre: lei si toccava e “giocava” con me a letto, parlandomi di come sarebbe stato con padre Rupnik e di come avremmo bevuto il suo sperma da un calice a cena. Io ero imbarazzatissima e totalmente bloccata, tanto che una sera lei ha chiamato Rupnik al telefono dicendogli che con me non c’era nulla da fare.

A quel punto che cosa è successo?

Padre Rupnik ha cambiato totalmente atteggiamento nei miei confronti e ha cominciato a trattarmi molto male: sono stata sfruttata, ignorata ed emarginata in comunità, e anche l’atteggiamento di Ivanka Hosta è cambiato radicalmente. Sono diventata una sorella di terza classe, considerata incapace di osservare l’obbedienza, di pregare e di essere umile: era il loro modo per dirmi che potevo solo servire le sorelle, guadagnare dei soldi, ma non avevo il diritto di parola. Sono stata umiliata, rimproverata e punita pubblicamente. Non sono riuscita a dire la causa della mia sofferenza e della mia confusione interiore, mi percepivo soltanto come un relitto emotivo ormai inutile.

Quando è riuscita a uscire da questa situazione?

Dopo anni di vessazioni da parte della superiora e delle sue “protette”, sono stata trasferita a Gerusalemme in una piccola sede della comunità e tre anni dopo l’ho lasciata definitivamente. Avevo 35 anni.

Ha mai più parlato con Rupnik?

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Una volta, poco prima di andarmene dall’Italia, l’ho affrontato durante gli esercizi spirituali e gli ho detto che mi aveva ingannata sin dal principio e che avevo capito il suo sistema: usava tutti i suoi doni di comprensione delle fragilità di ognuna di noi a suo vantaggio per avere prestazioni sessuali, usando una logica distorta dell’amore. Al contempo, quando trovava “resistenze”, come è successo a me, iniziava a compiere crudeli aggressioni psicologiche, emotive e spirituali che, insieme all’abuso fisico, distruggevano le persone.

E lui?

Ha negato tutto: è rimasto impassibile e mi ha risposto che non sapeva di che cosa stessi parlando.

https://www.editorialedomani.it/fatti/rupnik-molestie-testimonianza-quarta-vittima-religiosa-g9bnyzg5

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Federica Tourn

Federica Tourn è giornalista professionista; come freelance si è occupata soprattutto di migranti, religioni, diritti umani, mafie, femminismo. Ha scritto reportage da diversi paesi, dalla Siria al Libano, dalla Bosnia all’Ucraina; ha collaborato fra gli altri con Diario, D Repubblica, Il Manifesto, Left, Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Famiglia Cristiana, Pagina99, Eastwest, FQ Millennium, Huffington Post UK, Geographical. Insieme ad altre donne, nel 2007 ha pubblicato per l’editrice Claudiana La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi e nel 2020 per le edizioni Aut Aut ha scritto Rovesciare il mondo. I movimenti delle donne e la politica. Su Jesus cura le rubriche “Ecumene” e “Le Straniere”. Per Domani dal 2022 si occupa dell’inchiesta sulla violenza nella Chiesa cattolica. Nel 2020 ha vinto la prima edizione del  “Piazza Grande Religion Journalism Award”, organizzato dall’Iarj, l’Associazione internazionale di giornalisti religiosi, e nel 2023 la seconda edizione del Premio Mimmo Cándito-Per un giornalismo a testa alta.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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