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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » Toscana » Così don Luigi ci ha molestati per anni davanti a tutti

Così don Luigi ci ha molestati per anni davanti a tutti

Tre ragazzi raccontano gli abusi subiti anni fa da monsignor Gabbriellini in una parrocchia di Pisa. Il sacerdote oggi si è dimesso ma non si sa dove sia. Il timore è che possa essere stato spostato altrove

Federica Tourn by Federica Tourn
24 Ottobre 2022
in Toscana
Reading Time: 6 mins read
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Federica Tourn per Editoriale DOMANI – Salgono a tre i bambini abusati da monsignor Luigi Gabbriellini, parroco di Santa Maria madre della Chiesa e Santa Marta a Pisa, attualmente sottoposto a processo canonico. La vicenda è emersa dopo la denuncia al vescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto da parte di due fratelli, come abbiamo raccontato su Domani del 21 settembre. In una nota ufficiale del 15 settembre, monsignor Benotto aveva chiesto perdono a nome della Chiesa pisana per lo scandalo che aveva coinvolto il sacerdote, nome di spicco all’interno della diocesi, e ne aveva accettato le dimissioni. Ora, un cugino alla lontana dei due fratelli si è rivolto al Servizio diocesano per la Tutela dei minori per segnalare di essere stato anche lui molestato dal sacerdote.

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Giulio, 39 anni, suo fratello Davide, 35, e il cugino Luca, di 33, hanno deciso di raccontare a Domani i fatti accaduti più di vent’anni fa, quando don Luigi era parroco della chiesa di Santo Stefano extra moenia a Pisa. I nomi sono di fantasia: le vittime hanno chiesto l’anonimato per non esporre le famiglie alle ripercussioni mediatiche. «Vogliamo rendere nota la nostra storia non soltanto per un desiderio di verità ma anche per evitare che quello che abbiamo sofferto possa accadere ad altri bambini», precisa Giulio, che si è deciso a denunciare la violenza quando ha scoperto che anche il fratello era stato abusato dal prete amico di famiglia. «Ancora oggi non riesco a perdonarmi di aver permesso a questo prete di officiare il mio matrimonio e il battesimo della mia prima figlia – spiega Giulio – vivevo in una bolla che è finalmente scoppiata quando ho parlato con mio fratello e mi sono reso conto di non essere il solo a portare questo peso».

Davide, che oggi vive all’estero, aveva mandato una mail al prete un anno e mezzo fa, in cui gli chiedeva conto dell’abuso subito quando era piccolo: «mi ha risposto che non era stato lui e che si trattava di un caso di omonimia», racconta. Invece, è proprio il don Luigi giusto, come è stato confermato espressamente dal vescovo ai due fratelli. «Monsignor Benotto in primavera ci disse che don Gabbriellini aveva confessato e di non preoccuparci perché lo avrebbe tenuto lontano dai bambini – afferma Giulio – invece il prete ha celebrato le comunioni e le cresime in parrocchia come se nulla fosse».

L’investigatio previa sul sacerdote, avviata a fine aprile, è tuttora in corso, ma il vescovo ha assicurato via mail a Giulio che a breve il dossier verrà mandato in Vaticano al Dicastero per la dottrina della fede. Le vittime, però, non hanno più fiducia nella giustizia ecclesiastica: «da quando la storia è uscita sui giornali, il vescovo, prima molto sollecito nei confronti miei e di mio fratello, ha preso le distanze», spiega ancora Giulio.

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I rapporti fra monsignor Benotto e i due fratelli si raffreddano ulteriormente quando a settembre le vittime vengono a sapere da amici, che frequentano la parrocchia di Santa Maria della Chiesa e Santa Marta, che don Luigi si sta preparando a lasciare l’incarico. «Eravamo preoccupati che lo facessero sparire senza una spiegazione», dice Giulio. «Quando ci siamo incontrati – aggiunge – il vescovo ci disse che, a seconda della gravità della sentenza, don Luigi poteva essere ridotto allo stato laicale, o destinato altrove, o mandato a occuparsi di una casa di riposo: quest’ultima opzione monsignor Benotto la definì la peggiore punizione per un prete».

Evidentemente, stare in mezzo a chierichetti e bambini dell’oratorio è considerato più gratificante che occuparsi della pastorale degli anziani. Certo è che don Gabbriellini in parrocchia si trovava bene: era stimato e rispettato da tutti, tanto che non faticava a stringere legami di amicizia con i fedeli, rapporti che continuavano anche fuori dalla chiesa. In casa dei due fratelli, infatti, don Luigi viene spesso invitato a cena e con la famiglia condivide vacanze e giorni di festa. Il fatto che giochi con i bambini e li faccia ballare sulle ginocchia è vista come una cosa normale, il segno della confidenza e dell’affetto di uno “zio” che li frequenta abitualmente. D’altronde è un amico intimo: ha la fiducia totale dei genitori e anche la riconoscenza, visto che è sempre lui che presta loro del denaro in un momento di difficoltà economiche.

Questa aura di prete buono, sempre presente e disponibile ad aiutare in caso di bisogno, getta fumo negli occhi dei parrocchiani, che vedono quello che vuole lui e non quello che fa ai bambini. Eppure lui non si nasconde ma, anzi, arriva ad accarezzare i piccoli sotto la maglietta di fronte a tutti in chiesa o durante le gite della parrocchia. Nessuno trova da ridire: «sono convinto che con questi gesti volesse normalizzare la sua propensione a toccare i bambini – riflette Giulio – era una strategia per abituare le persone a vederlo vicino ai piccoli». Un’intera comunità pare sotto l’incantesimo di questo prete: non uno, in Santo Stefano, sembra notare qualcosa di strano nel suo comportamento, nemmeno gli altri sacerdoti. «Ho chiesto a un altro prete se si fosse accorto delle inclinazioni pedofile di don Luigi – riferisce Luca – ma lui mi ha risposto subito di no». Salvo poi ricordarsi qualcosa: «in seguito mi ha detto che in effetti aveva visto don Luigi mettere una mano sotto la maglia a un ragazzino mentre lo confessava».

Questo modus operandi di avvicinamento graduale ai minori, fino a instaurare un rapporto di disinvolta confidenza con loro in contesti rassicuranti come la famiglia o le attività ricreative organizzate dalla chiesa, permette al prete di molestare per anni i bambini, praticamente davanti agli occhi dei parrocchiani e degli stessi genitori. Luca racconta che il suo abuso è avvenuto nel 1997, quando aveva appena otto anni, durante una gita della chiesa in un paese di montagna: «ero seduto sulle sue ginocchia e don Luigi all’improvviso mi ha toccato i genitali – dice – i miei erano a trenta metri da noi, insieme a un altro gruppo di genitori». Un’esperienza simile è toccata a Davide: «eravamo in sala da pranzo, seduti al tavolo, e io ero seduto sulle ginocchia di don Luigi: i miei piedi non toccavano terra, avrò avuto otto o nove anni al massimo – ricorda – i miei genitori erano seduti dall’altra parte del tavolo e parlavano con il prete, che intanto aveva la mano nei miei pantaloni». Una tortura che va avanti per più di mezzora: «la tovaglia nascondeva le nostre gambe – aggiunge Davide – io ero congelato ma i miei genitori erano presenti e ho pensato che non c’era niente di male».

Monsignor Gabbriellini non si limita a una volta sola. Davide è chierichetto e il prete coglie ogni occasione per insidiarlo: «ci trovavamo il sabato pomeriggio e io non avevo voglia di andare in parrocchia, perché sapevo che sarei rimasto da solo con lui in sacrestia – dice – cercava sempre di baciarmi e ancora oggi potrei riconoscere l’odore del suo dopobarba». Gli assalti del sacerdote a Davide sono andati avanti dal 1995 fino al 2000, quando il ragazzo ha lasciato Santo Stefano. Il maggiore dei fratelli, Giulio, invece è stato abusato più volte nel 1994, quando aveva undici anni; le molestie sono poi continuate fino al ’97, soprattutto durante i campi estivi e una volta in occasione di un colloquio personale. Il prete utilizzava il suo ascendente sui ragazzi per favorire le occasioni propizie alle molestie: «era dispotico, sapeva imporsi ed esercitava una grande influenza nella vita delle persone – spiega Giulio, che è stato chierichetto e catechista – noi ragazzi eravamo in soggezione e lui ne approfittava per entrare in intimità con noi». È un progressivo varcare dei confini: «prima ti abbracciava, poi ti prendeva in collo e lì già sapevi come sarebbe andata a finire». Il predatore conosce bene il suo territorio di caccia, dove si muove con disinvoltura: «individuava con precisione i bambini più vulnerabili e si dedicava a loro con costanza, li faceva sentire importanti – dice ancora Giulio – era una tattica: chi subiva abusi riceveva più attenzioni degli altri».

Oggi non si sa dove si trovi monsignor Gabriellini. Subito dopo la denuncia al vescovo, Giulio ha detto tutto a parenti e amici e, in soli due giorni, in tre lo hanno cercato per raccontargli che a loro era successa la stessa cosa: «mio cugino Luca e un’altra persona mi hanno riferito di essere stati abusati da don Gabbriellini e una terza vittima ha invece parlato di un altro prete in provincia di Pisa», dichiara Giulio. La responsabile del Servizio per la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, suor Tosca Ferrante, il 19 settembre affermava che non c’erano altri casi di abuso nella diocesi oltre ai due fratelli; contattata da Domani il 18 ottobre per un aggiornamento, non ha risposto.

Giulio, Davide e Luca a breve chiederanno il risarcimento in sede civile. Invitano altre persone che abbiano informazioni di fatti recenti che riguardano don Gabbriellini a rivolgersi alla Rete L’Abuso per poter presentare un’istanza che accerti che il prete sia in condizioni di non nuocere ad altri bambini. «Nella condotta compulsiva di queste persone si riscontra un pericolo per la collettività – spiegano le vittime – e dato che conosciamo bene la prassi dei vescovi di spostare i preti pedofili in altre parrocchie, vogliamo evitare che continui ad essere a contatto con i minori».

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https://www.editorialedomani.it/fatti/cosi-don-luigi-ci-ha-molestati-per-anni-davanti-a-tutti-mbzudnj2

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Federica Tourn è giornalista professionista; come freelance si è occupata soprattutto di migranti, religioni, diritti umani, mafie, femminismo. Ha scritto reportage da diversi paesi, dalla Siria al Libano, dalla Bosnia all’Ucraina; ha collaborato fra gli altri con Diario, D Repubblica, Il Manifesto, Left, Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Famiglia Cristiana, Pagina99, Eastwest, FQ Millennium, Huffington Post UK, Geographical. Insieme ad altre donne, nel 2007 ha pubblicato per l’editrice Claudiana La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi e nel 2020 per le edizioni Aut Aut ha scritto Rovesciare il mondo. I movimenti delle donne e la politica. Su Jesus cura le rubriche “Ecumene” e “Le Straniere”. Per Domani dal 2022 si occupa dell’inchiesta sulla violenza nella Chiesa cattolica. Nel 2020 ha vinto la prima edizione del  “Piazza Grande Religion Journalism Award”, organizzato dall’Iarj, l’Associazione internazionale di giornalisti religiosi, e nel 2023 la seconda edizione del Premio Mimmo Cándito-Per un giornalismo a testa alta.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.