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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » associazione » L’era Zuppi si apre con un’indagine dimezzata sugli abusi nella chiesa

L’era Zuppi si apre con un’indagine dimezzata sugli abusi nella chiesa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
27 Maggio 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Alla fine, sulla questione scottante degli abusi, dalla 76esima assemblea generale dei vescovi è arrivata una non risposta. Aggirato lo scomodo scoglio della promozione di una commissione indipendente, la Cei ha deciso invece di tracciare una «strada tutta italiana», come l’ha definita il neopresidente Matteo Zuppi durante la conferenza stampa conclusiva.

Più che una strada, una via di mezzo: i vescovi hanno infatti presentato un piano in cinque punti sulla lotta alla pedofilia che più che promuovere verità e giustizia sembra voler limitare i danni per l’istituzione ecclesiastica. «In questi mesi non abbiamo fatto melina – ha assicurato Zuppi –  ma abbiamo lavorato con serietà». Ed eccolo, il programma: potenziare la rete dei Servizi per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili e implementare i centri di ascolto diocesani, aperti – si badi bene – a tutti, non soltanto a chi ha subito abusi nelle strutture ecclesiastiche. I vescovi si impegnano poi a produrre entro il 18 novembre, giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia, un primo report nazionale sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati alla rete dei servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni; la Congregazione per la dottrina della fede fornirà poi alla Cei i dati sui delitti commessi da chierici dal 2000 al 2021, che saranno analizzati in collaborazione con istituti di ricerca indipendenti. Soddisfazione da parte della Cei è stata infine espressa per la recente collaborazione con il ministero della Famiglia come invitato permanente dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.

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Non sono poche le perplessità che già suscita questa via nostrana alla lotta agli abusi nella Chiesa: gli archivi delle istituzioni ecclesiastiche restano sostanzialmente sigillati e saranno sempre i vescovi a decidere quali documenti consegnare agli enti indipendenti. Perché, inoltre, limitarsi ad approfondire i casi degli ultimi vent’anni, invece di risalire almeno agli ultimi 70, come è stato fatto negli altri paesi? Un ventennio è un arco di tempo molto corto, soprattutto se si considera che le vittime, in particolare i minori, impiegano anche venti o trent’anni a elaborare il trauma e, di conseguenza, a denunciare. «Ci è sembrato più serio affrontare quello che ci riguarda direttamente – è stata la risposta di Zuppi – e non giudicare con i criteri di oggi azioni che risalgono a tanto tempo fa». Una scelta che però pone un problema anche in caso di eventuali risarcimenti, perché rappresenta di fatto una «vera e propria discriminazione» della maggior parte delle vittime, come ha sottolineato Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso, intervenuto a sorpresa alla conferenza stampa della Cei: «sono 1600 gli ex bambini abusati che si sono rivolti alla mia associazione e di cui la Chiesa e lo Stato non si sono mai occupati – ha aggiunto Zanardi – molti, me compreso, si sono ammalati gravemente, per non parlare di quelli che si sono suicidati». Proprio sui risarcimenti, il presidente della Cei è stato vago e ha soltanto ribadito che «nei centri diocesani si fa accompagnamento psicologico gratuito a chi lo richiede».

Alle 8 di ieri mattina, intanto, nei pressi della Nunziatura apostolica alcuni attivisti hanno organizzato un flash mob di protesta, mostrando dei cartelloni con immagini di donne e uomini con la biancheria macchiata di sangue, a simboleggiare la sofferenza subita dagli abusati. Tre ore dopo, il coordinamento Italy Church Too ha tenuto una conferenza stampa, in cui sono state condivise le dichiarazioni video di alcuni sopravvissuti alla violenza clericale, che hanno dichiarato la propria amarezza per non essere mai stati ascoltati dalla Chiesa. Italy Church Too aveva mandato una lettera aperta alla Cei alcuni giorni fa, in cui poneva ai vescovi una chiara richiesta di assunzione di responsabilità. «Non siamo per niente soddisfatti – ha commentato Ludovica Eugenio, responsabile del settimanale Adista e membro del coordinamento – la Cei non ha coinvolto le vittime e, rifiutandosi di istituire una commissione davvero indipendente, mostra ancora una volta di preoccuparsi essenzialmente di sé stessa».

«Pensiamo alle vittime ma pensiamo anche ai preti, che sono figli nostri», ha detto d’altronde con un gran sorriso il cardinale Zuppi, aggiungendo che a volte summum ius summa inuiria: con l’applicazione troppo rigorosa della legge si finisce con il fare ingiustizie, alludendo alle polemiche sorte in Francia in seguito ai numeri eclatanti denunciati dalla Commissione Ciase. In una materia così delicata, il neopresidente ha esortato a non focalizzarsi solo sui numeri, e d’altronde la Cei ha già più volte ammonito ad estendere il monitoraggio anche ad altri ambiti della società. Il rischio è però un grande calderone in cui le responsabilità della Chiesa si diluiscono in un generale tentativo di cura senza riparazione del danno. Forse l’elezione a capo dei vescovi di un cardinale così popolare come Zuppi, corredata dall’entusiasmo per il suo profilo di prete dei poveri, è servita a indorare l’amara pillola di una presa di posizione sugli abusi clericali che appare più gattopardesca che mai: cambiare tutto per non cambiare nulla.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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