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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusatori » Clericalismo e abusi, i precedenti della Commissione francese. Un articolo

Clericalismo e abusi, i precedenti della Commissione francese. Un articolo

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
29 Aprile 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 7 mins read
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Ludovica Eugenio – Una “eccessiva sacralizzazione della persona del sacerdote” e una “perversione dell’obbedienza” sono elementi messi in luce sia dal Rapporto Sauvé sugli abusi nella Chiesa in Francia, sia da un altro Rapporto francese, che ne costituisce in qualche modo il precedente: quello  – siamo nel 1992 – commissionato dall’allora arcivescovo di Lione card. Albert Decourtray allo storico René Rémond sull'”affare Touvier”, il miliziano lionese antisemita che, durante la Seconda guerra mondiale, represse la resistenza e perseguitò gli ebrei insieme ai tedeschi e che, condannato a morte durante la Liberazione, sfuggì alla giustizia grazie alla complicità all’interno della Chiesa.

Su questo tema e sulla attuale crisi degli abusi sessuali come elemento che mina profondamente «un’organizzazione basata su una casta specializzata», verte un interessante articolo dello storico dell’Università di Reims Frédéric Gugelot, docente di Storia contemporanea, pubblicato il 14 aprile sulla rivista accademica internazionale online The Conversation.

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Riportiamo l’articolo in una nostra traduzione dal francese.

Abusi sessuali nella Chiesa cattolica: una lunga storia

All’inizio di aprile, la Commissione per il riconoscimento e le riparazioni ha annunciato una scala da 1 a 7 per i risarcimenti fissata per le persone che hanno subito abusi sessuali da parte di membri della Chiesa cattolica in Francia. Gli importi varieranno da 5.000 a 60.000 a seconda di criteri diversi.

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Queste decisioni fanno seguito a diverse indagini intraprese dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE). Al di là dell’eco ricevuta dalla stampa e dall’opinione pubblica, questa Commissione ha voluto conciliare l’ascolto delle vittime, l’accertamento dei fatti nel corso di 70 anni e il controllo delle risposte fornite dall’istituzione. I contributi dell’indagine Sauvé coincidono con altri lavori già realizzati all’estero.

Le relazioni del Gran Giurì in Pennsylvania (USA) e in Germania nel 2018, nonché le dimissioni dei 34 vescovi cileni nel 2019 avevano già messo in luce l’entità dei crimini commessi all’interno della Chiesa cattolica e il numero considerevole di vittime.

Una cronologia degli atteggiamenti

Al di là delle spaventose cifre che riguardano vittime, abusatori e testimoni, emerge l’ aspetto “massiccio” e “sistemico” della violenza sessuale all’interno della Chiesa. Qui si stabilisce una cronologia degli atteggiamenti: così negli anni Cinquanta e Sessanta si trattava di preservare la Chiesa allontanando i criminali e mettendo a tacere le vittime, poi la questione è scomparsa e, negli anni Novanta, timidamente, comincia ad emergere l’attenzione alle vittime seguita da un riconoscimento parziale a partire dagli anni 2010.

Mentre una delle principali associazioni di vittime, quella degli abusi di padre Preynat, fondata a Lione nel 2015, si chiama “La Parole Liberée”, la pubblicazione parallela di una raccolta, intitolata “Da vittime a testimoni” , segna il cambiamento di prospettiva avviato.

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Per la prima volta, si riconoscono e rendono pubbliche le parole delle vittime, che contrastano con il lungo silenzio e la lunga cecità rispetto alla portata degli abusi. Mentre cresce la preoccupazione per la questione degli abusi sessuali, l’istituzione si è mostrata per lungo tempo favorevole a una risoluzione interna degli abusi, opponendosi spesso alla magistratura e promuovendo su larga scala una politica di trasferimento dei religiosi colpevoli. Inoltre si è dedicata più ai preti colpevoli che alle vittime, laddove la Chiesa risulta essere al secondo posto in Francia per violenza sessuale sui bambini, dopo la famiglia.

Un’altra commissione pionieristica

L’appello a una commissione che affrontasse un profondo divorzio tra l’opinione e l’immagine della Chiesa non è una novità. La scelta della CIASE, commissione voluta dai vescovi e diretta da un cattolico riconosciuto, è ispirata dal successo di un’altra identica commissione diretta dallo storico René Rémond.

Nel 1992, fortemente contestato dai media, il primate francese mons. Decourtray decise di dar vita a una commissione d’inchiesta “indipendente” sull’“affare Touvier”. Paul Touvier, capo miliziano a Lione, represse la resistenza e perseguitò gli ebrei insieme ai tedeschi. Partecipò all’arresto dei coniugi Victor e Hélène Basch, uccisi poco dopo, e scelse personalmente gli ebrei giustiziati a Rillieux-la-Pape nel giugno 1944.

Condannato a morte durante la Liberazione, sfuggì alla giustizia grazie alla complicità all’interno della Chiesa. Una somma di iniziative individuali più che una politica volontaria e uno sgradito miscuglio di misericordia, ignoranza delle questioni politiche e, talvolta, vicinanza ideologica controrivoluzionaria, favorirono la sua fuga. Lo storico René Rémond ha aggiunto che una concezione eccessivamente clericale aveva bloccato i religiosi in un supporto criminale che dimenticava le vittime.

Tuttavia, il fatto che le autorità ecclesiastiche siano prigionieri di logiche interne che, dimenticando la vittima, privilegiano l’attenzione sui chierici colpevoli opera anche negli abusi sessuali e favorisce l’ampiezza della portata dei delitti. Svelando la storia delle protezioni concesse al miliziano Touvier, il Rapporto Touvier ha permesso alla Chiesa di porre fine allo scandalo.

La presentazione di una relazione del genere nel contesto di uno scandalo che mette in discussione l’istituzione permette di creare un anno zero, un prima e un dopo. I vescovi speravano di rinnovare il successo del rapporto Touvier con la CIASE?

Una relazione che produce uno shock, e dopo?

Se è troppo presto per identificare appieno l’impatto del rapporto CIASE sui fedeli, al di là della sofferenza di essere associati a una comunità macchiata da questi crimini e tradita da chierici che dovrebbero guidarla verso la salvezza, sembrano però emergere tre atteggiamenti: reale resistenza da parte di alcuni credenti, che si rammaricano per l’istituzione della commissione, mentre altri si interrogano sul posto e sul ruolo del clero. Emergono quindi dei “cristiani senza Chiesa” . Senza rompere con la fede, questi credenti, per obiezione di coscienza, si distaccano dai riti e dall’istituzione. Non si tratta necessariamente di una contestazione della fede, ma di un rifiuto di iscriversi in una certa forma di organizzazione della fede.

Questa terza via darà alla luce un “terzo uomo”? Con questo termine, il gesuita François Roustang evocava nel 1966 l’emergere di credenti che avevano adottato un “disinteresse” istituzionale per vivere meglio la loro fede in modo più spirituale.

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Se il riconoscimento delle vittime non sembra più in discussione, queste posizioni riflettono interpretazioni divergenti. Se i preti abusivi sono casi isolati, basta escluderli. Le mele marce non mettono in discussione né la santità della Chiesa né la sua organizzazione e dottrina. Se gli abusi sono “sistemici”, come dimostra la CIASE, sorgono almeno interrogativi sull’autorità e sul suo esercizio all’interno dell’organizzazione. La sfida, al di là del Rapporto Sauvé, è discutere una certa idea di Chiesa.

Una concezione clericale della Chiesa

Quest’ultima ha già subito un gran numero di riforme per quanto riguarda il clero. La più importante è forse quella avvenuta al Concilio di Trento (1545-1563) in risposta alla Riforma protestante, che aveva, tra l’altro, denunciato l’indegnità di alcuni chierici. Il papato scelse quindi di affidarsi al clero per realizzare la riforma cattolica e la riconquista spirituale dell’Europa.

Questa scelta rifiuta la concezione protestante del sacerdozio – il sacerdozio universale dato a tutti mediante il battesimo – ed esalta l’esemplarità del sacerdote.

Se il rapporto della Ciase non mette in discussione il cattolicesimo come fede, il fallimento della Chiesa docente mina una certa concezione della Chiesa stessa. Tra le spiegazioni avanzate, la commissione Sauvé, come il rapporto Rémond, fa emergere infatti una “eccessiva sacralizzazione della persona del sacerdote” e una “perversione dell’obbedienza”. La crisi degli abusi sessuali segna una possibile messa in discussione di un’organizzazione basata su una casta specializzata senza che sia possibile determinare fino a che punto si spingerà la “svalutazione del sacerdozio”.

Quale reputazione per la Chiesa?

La Chiesa è una delle fonti morali riconosciute della società. A causa del suo diritto di primogenitura, che è un diritto di anzianità storica, il cattolicesimo continua ad affermare la sua superiorità numerica e storica e pretende di ispirare la vita sociale.

La posta in gioco di questo “riconoscimento” è la ricomposizione dei rapporti tra le espressioni religiose nel Paese e il loro posto nelle istituzioni pubbliche (esercito, scuola, ospedali, carceri). Quando il cappellano si rivela un abusatore, si può mantenere la fiducia nel suo datore di lavoro?

I cattolici pretendono di partecipare allo sviluppo delle norme e dei valori della convivenza. Ma questa affermazione socio-etica al centro delle battaglie guidate dalla Chiesa cattolica negli ultimi anni – i movimenti per la vita e il rifiuto dell’aborto, il rifiuto del matrimonio omosessuale, l’opposizione alla procreazione medicalmente assistita e all’adozione da parte delle coppie omosessuali – è messa in discussione dal rapporto della Ciase. In Francia, il Manif pour Tous nel 2012-2013 ha incarnato questa esigenza. La sua difesa della famiglia, illustrata dallo slogan “Papà, mamma e figli, è naturale”, va in pezzi di fronte allo svelamento dei crimini “familiari” e al silenzio che li ha circondati.

https://www.adista.it/articolo/67964

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ludovica.eugenio

Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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