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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusatori » Il dramma delle gravidanze causate da abusi nella Chiesa: il primo studio accademico

Il dramma delle gravidanze causate da abusi nella Chiesa: il primo studio accademico

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
27 Marzo 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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40997 FRANCOFORTE-ADISTA. Obbligate a nascondersi, ad abortire, spesso in condizioni disperate, o a partorire in contesti non sicuri, dopo gravidanze prive di qualsiasi assistenza medica, dando poi subito in adozione i neonati; condannate a non poter mai fare il nome del padre, a mentire a tutti, a subire la stigmatizzazione sociale, a portare interamente da sole, tra difficoltà indicibili, il peso di un abuso e di esperienze disumane, il cui responsabile resta sempre impunito, protetto, garantito dall’istituzione: sono le donne, spesso ragazzine adolescenti, vittime di abusi sessuali che sfociano in una gravidanza, perpetrati da preti cattolici. Nel quadro degli abusi clericali, è forse il versante più oscuro di tutti, su cui nessuno studio si era finora soffermato. Ora, a metterlo sotto la lente d’ingrandimento, colmando questo vuoto di attenzione e analisi, è la teologa tedesca Doris Reisinger, del Dipartimento di Teologia cattolica della Goethe Universität di Francoforte, lei stessa vittima di abusi (v. Adista Notizie nn. 42/18; 5/19, 6/19, 20/19) in un articolo accademico “open access” (quindi aperto a tutti) pubblicato sulla rivista Religions (13, 198; appartenente alla piattaforma open access MDPI), frutto di due anni di ricerca e che aveva preannunciato la scorsa estate (Adista online del 11/6/21). Il documento, pubblicato il 25 febbraio, è stato subito tradotto da Adista ed è disponibile al seguente link. La ricerca è partita dalla constatazione che in un numero significativo di casi, i preti abusatori causano gravidanze e obbligano le loro vittime a essere invisibili, a ricorrere all’aborto, o a partorire per poi far adottare il neonato o la neonata: è il fenomeno che la ricerca definisce come “abuso riproduttivo”. È evidente che molte delle vittime sono donne adulte, ma anche tra le minorenni che hanno vissuto l’abuso di preti pedofili una percentuale che varia dall’1 al 10% può essere stata vittima di abuso riproduttivo.

“Abuso riproduttivo”

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Reisinger si basa su numerose fonti e su materiale d’archivio che riguarda decine di accuse di abuso riproduttivo nel contesto della Chiesa cattolica statunitense. Oltre a cercare di fare una stima della frequenza globale del fenomeno, essa distingue tre diversi tipi di abuso riproduttivo ed esamina l’interazione tra misoginia clericale e secolare, prima responsabile del silenziamento delle vittime, trattate come oggetti e stigmatizzate, e dell’impunità degli abusatori, sempre protetti dall’istituzione; aspetti che spiegano l’invisibilità del fenomeno, ancora più paradossale se si pensa all’importanza attribuita dal magistero ecclesiale alle tematiche bioetiche e alla morale sessuale.Il primo tipo di abuso riproduttivo è la negligenza: «L’atteggiamento che mina l’autodeterminazione riproduttiva di un’altra persona attraverso l’indifferenza»: il fatto che i preti abusatori non si preoccupino, ad esempio, di evitare il concepimento attraverso l’uso di mezzi anticoncezionali, lasciando la vittima sola a gestire anche l’ansia e l’angoscia di scoprirsi incinta. Il secondo tipo è «La coercizione riproduttiva, ossia l’annullamento, da parte di una persona, dell’autonomia riproduttiva di un’altra per affermare i propri bisogni a spese di quella», spiega Reisinger. «I preti cattolici che hanno ingravidato le loro vittime di solito mettono la propria reputazione al di sopra dell’autonomia del corpo e della salute della vittima, e a volte anche della vita della loro vittima e del loro bambino (non ancora nato). Cercano di interrompere o nascondere la gravidanza, a ogni costo, senza tener conto della volontà e dei bisogni della persona incinta». Ne conseguono aborti coatti, praticati il più delle volte di nascosto in condizioni igieniche spaventose, che il prete abusatore generalmente paga (spesso con i soldi delle offerte) ma ai quali non assiste (perché l’aborto “è un peccato grave”). Oppure gravidanze portate avanti senza alcun controllo medico, con parti che avvengono in situazioni di pericolo per la vita. In quel caso, spesso il prete obbliga la giovane mamma a dare subito il bambino in adozione. Il terzo tipo di abuso riproduttivo è la violenza, cioè «lo sfruttamento della vulnerabilità riproduttiva di una persona per torturarla o intimidirla, allo scopo di ottenere la sua sottomissione». Qui la violenza dell’atto è intenzionalmente evidente: è attestata nel contesto dei crimini di guerra e talora nella violenza domestica, ma anche nel contesto dell’abuso sessuale clericale.

Doppia misoginia

Per comprendere il perché della totale invisibilità del fenomeno delle gravidanze scaturite da abusi del clero, tanto più paradossale dato il valore particolarmente alto attribuito dalla Chiesa alle questioni sessuali e riproduttive, bisogna fare riferimento, osserva Reisinger, al doppio impatto della misoginia in questo particolare contesto. «L’abuso riproduttivo – afferma – è strettamente legato a una logica patriarcale, sessista e misogina ampiamente accettata e normalizzata nella sfera secolare così come nella Chiesa cattolica. Questa logica assegna un posto subordinato alle donne e alle ragazze rispetto agli uomini e distribuisce diritti e doveri in modo diseguale tra i sessi. In questa logica, la sessualità e la riproduttività femminile sono subordinate agli interessi maschili e, in alcuni casi, questo può significare che i bisogni sessuali o la reputazione di un uomo hanno un peso maggiore rispetto alla dignità, alla salute e persino alla vita di una donna, di un’adolescente o di un bambino. Secondo questa logica, la vulnerabilità riproduttiva delle ragazze e delle donne non comporta più diritti, ma più obblighi per loro. Di conseguenza, la vulnerabilità riproduttiva delle donne e l’abuso riproduttivo che subiscono sono vieppiù invisibili e irrilevanti agli occhi del legislatore e, nel caso in cui emergano, sono facilmente considerati responsabilità esclusiva delle donne». In breve: la reciproca compenetrazione di misoginia religiosa e secolare funziona come un meccanismo che contribuisce all’invisibilità dell’abuso riproduttivo commesso dai preti cattolici. In tale contesto, le donne cattoliche vivono in una doppia subordinazione ai preti cattolici: come donne, sono subordinate agli uomini, e come laiche, sono subordinate al clero. «In cima a questa doppia gerarchia di genere, c’è un estremo squilibrio di potere tra coloro che detengono il potere riproduttivo nella Chiesa cattolica e coloro che sono particolarmente vulnerabili dal punto di vista riproduttivo».

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Due pesi e due misure

Già, perché a detenere il potere sulle leggi in merito al comportamento sessuale nella Chiesa sono maschi celibi, che prescrivono, in sintesi, che solo i coniugi eterosessuali sono autorizzati ad avere rapporti sessuali, e che ogni atto sessuale deve essere aperto alla trasmissione di una nuova vita. «Questi testi – osserva la teologa – inducono a pensare che l’abuso riproduttivo sia duramente punito nella Chiesa cattolica. Ma non è così. In parte perché i concetti stessi di autonomia riproduttiva e abuso riproduttivo sono estranei alla logica di questi documenti. In parte perché la tanto invocata dignità delle madri e la sacralità della vita non ancora nata, così come presentate nella dottrina cattolica, non si traducono in diritti canonici garantiti e applicabili per madri e bambini. Non da ultimo, le decisioni su se e chi debba essere perseguito e punito per una gravidanza illegittima o per un aborto, e chi debba essere assolto e su quali basi, sono riservate in definitiva al clero maschile. Nei casi di abuso riproduttivo, tutti questi fattori lavorano a svantaggio delle vittime». iritto canonico, una violazione del celibato rimane, per il sacerdote, per lo più una questione di coscienza personale finché non diventa uno scandalo pubblico: finché un sacerdote nasconde la sua paternità, spiega Reisinger, ciò di solito ha poche conseguenze per lui. Di qui, l’urgenza di nascondere a tutti i costi le gravidanze che hanno causato, il che si traduce in tutte le implicazioni più drammatiche per la donna o la ragazza coinvolta e il bambino (non ancora nato). Anche il mantenimento economico è passato sempre sotto silenzio e le regole non sono solitamente rese pubbliche né applicate in modo affidabile. L’onere della responsabilità finanziaria per i figli dei preti è abitualmente addossata alle vittime di abusi riproduttivi, come lo è il peso del peccato. Quanto all’aborto, poi, secondo il Diritto canonico, qualsiasi persona che lo procuri ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae, e i preti vengono esclusi dall’ordinazione sacerdotale o non idonei all’esercizio ministeriale. Questo significa che «i sacerdoti riconosciuti colpevoli di questo reato non possono più esercitare i loro doveri sacerdotali, a meno che non siano giudicati degni di una dispensa».

Due volte vittime

Il prezzo psicologico e umano delle ragazze vittime è altissimo, anche in famiglia, dove sono loro, e non l’abusatore, a essere ritenute responsabili dello stupro. E, accanto alla colpevolizzazione delle vittime, si registra la frequente compassione verso i perpetratori clericali: nei casi di aborto, ad esempio, la discrepanza tra l’indifferenza degli alti funzionari cattolici verso la sofferenza femminile e la loro compassione per i perpetratori clericali diventa particolarmente palpabile. «Il Magistero della Chiesa – conclude Reisinger – è pronto a porre enormi oneri sulle ragazze e sulle donne. Esso proibisce persino la contraccezione d’emergenza, considerata un abortivo, e la rende indisponibile anche alle vittime di stupro nelle zone di conflitto civile»; «contrariamente a quanto talvolta si sostiene, non c’è traccia di un’esenzione ecclesiastica ufficiale che permetterebbe la contraccezione d’emergenza in casi estremi, per esempio alle suore che sono state stuprate in gruppo durante la guerra del Congo negli anni ‘60 o alle donne rifugiate del Kosovo negli anni ‘90. La Chiesa si aspetta che le ragazze e le donne accettino gravidanze che sono il risultato di stupri di guerra e che le portino a termine nel mezzo di conflitti, anche a rischio della loro stessa vita. In seguito a questo insegnamento irremovibile, anche le vittime di abusi riproduttivi si sentono in colpa dopo un aborto».

https://www.adista.it/articolo/67672

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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