Don Castagneto e gli abusi su minori, Bagnasco ha provato a insabbiare il caso. Ora indaga Torino

La Procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco nel capoluogo ligure, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti. Ma il sacerdote è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino, nonostante un tentativo di insabbiamento dell’ex arcivescovo

Salvato dalla giustizia terrena, ma a processo davanti a Dio. La procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco nel capoluogo ligure, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti. Ma, apprende il Fatto, il sacerdote è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino. E ciò nonostante un tentativo di insabbiamento di Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, a cui la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, ha dovuto addirittura revocare il ‘fascicolo’. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un’inchiesta dopo gli articoli del Fatto e l’esposto della onlus Rete L’Abuso contro il prelato. Che ad agosto del 2019 scompare, all’improvviso, dalla sua parrocchia nel quartiere di Albaro.

Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione, l’ex Sant’Uffizio, organo del Vaticano preposto a trattare i casi di pedofilia tra i sacerdoti. Nella prima (novembre 2018), il cardinale informa l’ufficio della “situazione pregressa” del parroco, di cui, dice, “non ero al corrente” e riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori, borgo ligure dove don Castagneto ha esercitato fino al 1998. Non sono, però, le prime segnalazioni sul sacerdote arrivate in Curia: ce n’erano state altre negli anni Novanta, ma, come raccontato dal Fatto, non erano state ritenute affidabili. Come non affidabile – si legge nella relazione – è ritenuta da Bagnasco la prima testimonianza raccolta, contenuta in una lettera spedita nel 2014 alla Santa Sede da una vecchia parrocchiana di Sori. Ma le denunce non si fermano: due anni dopo, nel 2016, si presentano al cardinale tre persone che, oltre a fare riferimento ai fatti di Sori, sono preoccupati che il sacerdote possa nuocere ancora. Bagnasco conduce in prima persona un’indagine nella parrocchia di Albaro, dove lui stesso è stato viceparroco fino al 1995: “Conosco e ho confidenza con molte persone – scrive -. Da quanto ho potuto raccogliere, non è emerso nessun dubbio o allusione su comportamenti scorretti del parroco; al contrario, ho sentito apprezzamento e gratitudine per la sua dedizione. Inoltre, sono trascorsi dai fatti più di vent’anni”.

È anche sulla base di queste parole che il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, ha chiesto personalmente l’archiviazione per don Castagneto: i fatti di Sori sono ormai prescritti, mentre le indagini, della Curia e della polizia, non ne hanno appurati di nuovi. Ma per i casi di pedofilia le leggi della Chiesa consentono di derogare alla prescrizione. Così la Congregazione risponde a Bagnasco che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punibili con la riduzione allo stato laicale. E quindi ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di celebrare un processo penale. Ma a marzo 2019 con la sua seconda relazione Bagnasco, nonostante riferisca che don Castagneto ha ammesso le sue responsabilità sui fatti di Sori, tenta di dissuadere il Vaticano: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè Bagnasco stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia, sospenderlo dalle confessioni, inviarlo “in una comunità religiosa protetta” e affidarlo “alla cura di un ottimo psicoterapeuta conosciuto da me”. Il cardinale propone addirittura che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunioni e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”. Mentendo, dunque, ai suoi parrocchiani.

Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto, ma intanto il tentativo di insabbiamento fallisce: la Congregazione decide di affidare il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino, revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza di celebrare il processo”, come si legge in una lettera che il prefetto della Congregazione, il cardinale Luis Ladaria, invia a Bagnasco a luglio dell’anno scorso. All’improvviso, a inizio agosto, don Castagneto lascia la parrocchia e viene ospitato nel santuario di Crea, nel basso Piemonte, in attesa che la comunità di recupero di Roma a cui Bagnasco lo destina riapra, dopo le ferie.

Oggi il processo voluto dalla Congregazione è ancora in corso, come il tribunale ecclesiastico di Torino ha confermato al Fatto. In attesa della sentenza, restano aperte alcune domande: “Don Castagneto è stato fatto sparire dalla parrocchia con una fretta sospetta”, accusa il presidente di Rete L’Abuso Francesco Zanardi, che qualche settimana dopo la scomparsa del prete riceve una lettera anonima su cui baserà il suo esposto. “Perché Baganasco non ha aspettato quantomeno che riaprisse la comunità di recupero, se gli abusi non si sono più verificati dopo il 1998? E se don Castagneto non ha più reiterato i suoi crimini, perché mai si dovrebbe mandare un uomo ‘guarito’ da uno psicoterapeuta 21 anni dopo?”.

Salvato dalla giustizia terrena, ma a processo davanti a Dio. La Procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco nel capoluogo ligure, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti. Ma il sacerdote è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino, nonostante un tentativo di insabbiamento dell’ex arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, a cui la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, ha revocato il fascicolo. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un fascicolo dopo gli articoli del Fatto e l’esposto della onlus Rete l’Abuso contro il prelato. Che ad agosto del 2019 scompare, all’improvviso, dalla sua parrocchia nel quartiere di Albaro. Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione. Nella prima, di novembre 2018, il cardinale riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori, borgo ligure dove don Castagneto è stato parroco fino al 1998. Escludendo, però, “comportamenti scorretti” ad Albaro, dove Bagnasco stesso è stato viceparroco fino al 1995. Nella seconda il vescovo riporta che Castagneto ha ammesso le molestie di Sori. La Congregazione replica che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punite con la riduzione allo stato laicale. E quindi, derogando alla prescrizione, ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di instaurare un processo canonico. Ma nella seconda relazione Bagnasco tenta di dissuadere l’ex Sant’Uffizio: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè lui stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia, inviarlo “in una comunità religiosa protetta” e affidarlo “alla cura di un ottimo psicoterapeuta”. Bagnasco propone che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunione e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo – scrive – potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”. Mentendo, dunque, alla sua comunità. Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto, ma il tentativo di insabbiamento fallisce: a luglio 2019 la Congregazione affida il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza (Bagnasco, ndr) di celebrare il processo”.

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