Una presunta vittima di pedofilia e un frate, anch’esso vittima del “sistema chiesa”

Lo prendeva sulle ginocchia. Se lo teneva in braccio. E approfittava di lui. Muoveva le mani, faceva quel che non avrebbe dovuto fare, contando sul timore e sulla giovane età della vittima. Del resto, per lui, che indossava l’abito da frate, le occasioni per rimanere soli con qualche ragazzino erano quotidiane. C’erano i campi estivi, cui non partecipava direttamente, e c’erano le trasferte dalla parrocchia alla residenza dei confratelli. Lui, che aveva 12 anni, capiva e non capiva. A distanza di anni, oggi, quel ragazzino – diventato un uomo di 38 anni – non ci dorme la notte. E punta il dito contro quel frate che, nei suoi ricordi, abusò di lui.

IL CONTESTO. Se ne sta occupando, ancora una volta, Rete L’Abuso. E, ancora una volta, il contesto è quello della Liguria. Va doverosamente utilizzato il condizionale, perché al momento la versione è quella della presunta vittima, un padre di famiglia che racconta di aver dovuto affrontare un percorso di sofferenza, per maturare la ragione del suo tormento. E ha ricordato quei fatti, lontani nel tempo ma non nel cuore. Il suo turbamento si è fatto più forte quando si è trovato fra le mani la figlioletta appena nata. Vederla indifesa ha fatto scattare in lui un percorso all’indietro, alla sua infanzia. Molti scelgono di tenere dentro i propri dubbi, quando capiscono di essere stati abusati. Molti invece raccontano, per liberarsi di un peso interiore che rende la vita impossibile.

L’uomo si è rivolto alla Rete L’Abuso, fondata anni fa da Francesco Zanardi, vittima di un abuso accertato dalla giustizia. Gli ha raccontato tutto. E gli ha chiesto un aiuto, per far emergere quello che – afferma – fu un caso di violenza, da parte di un educatore che indossava il saio.

LA DENUNCIA. Francesco Zanardi ha preso tutti gli estremi, ha raccolto lo sfogo, ha depositato un esposto urgente alla Procura della Repubblica, presso il tribunale di Genova. Il frate era infatti incardinato, all’epoca, in quella diocesi, anche se ha operato ed opera in un contesto regionale, in quanto assegnato da anni ad un altro convento del Ponente ligure. Prima di muoversi, l’associazione ha cercato riscontri. Ha chiesto, ha verificato. E ha messo insieme più elementi, che agli occhi di Rete L’Abuso costituiscono indizi a supporto delle accuse. C’è qualcosa su cui fare luce. Questa la posizione di Zanardi, che – avendo maturato sul campo una notevole esperienza, assistendo decine e decine di vittime – ha chiesto alla Procura di essere ascoltato.

Naturalmente ha chiesto che vengano ascoltati tutti, sia la presunta vittima che il presunto molestatore. E ha aggiunto un passaggio molto delicato. Nel 2017, già ci sarebbero state segnalazioni, sulla stessa persona. Segnalazioni non circostanziate come quelle contenute nella denuncia dell’uomo, arrivata solo oggi. «Era un momento delicato, c’erano le elezioni – dice ora Zanardi – trattandosi di un nome noto, c’era il rischio che la vicenda potesse essere anche strumentalizzata, non avevamo gli elementi che abbiamo oggi. Riteniamo doveroso approfondire, alla luce del sole, come nella consuetudine di Rete L’Abuso».

TRE PRESUNTI PRECEDENTI. Zanardi ha chiesto l’acquisizione dei fascicoli che la chiesa avrebbe aperto, nel tempo, nel confronti del frate. Sarebbero almeno tre. Uno risalente alla fine degli anni ’90, quando il religioso aveva da poco pronunciato i voti. Uno del 2013 ed uno del 2017. Di quali accuse si trattasse, nero su bianco, lo sa solo la chiesa, che se ne è materialmente occupata. Sono stati cercati riscontri. Voci, tantissime. Mezze frasi. «È vero, fascicoli ne sono stati aperti – dice un altro frate, che parla solo sotto garanzia dell’anonimato – ma non si è mai arrivati ad un processo canonico, si è sempre cercato di concedere una possibilità di recupero, in questi casi ne va dell’immagine di tutto l’ordine religioso».

Il piccolo mondo dei frati liguri è in subbuglio. Molti ammettono di aver sentito parlare di «problemi» legati ai comportamenti del confratello, che avrebbe avuto «ripetute segnalazioni». Qualcuno ammette di «stare alla larga», proprio perché la questione «la sanno tutti». La frase ricorrente è: «Problemi sì. Non con i bambini, però, con ragazzi più grandi». Con certezza, la chiesa si è rapportata con il problema. «Attrazioni considerate peccaminose, non altro», ridimensionano nell’ambiente. Lo stesso frate avrebbe confidato ai confratelli di avere un problema relativo al proprio comportamento, ma di «averlo affrontato con ripetuti percorsi psicologici di riabilitazione».

TANTA SOFFERENZA. Al momento tutto è doverosamente tenuto sotto riserbo, perché sacrosanto è il diritto della presunta vittima di denunciare, ma altrettanto vale per il diritto del presunto molestatore, a difendersi e replicare alle accuse.

Vivere la propria sessualità come peccato, è per chi crede un forte tormento. Se poi ad avere il problema è un frate, il tormento raddoppia, perché all’esterno deve biasimare quanto è tentato di praticare. Trattandosi oltretutto di un volto noto, una persona di primo piano, che ha sempre rivestito ruoli di spessore, la cautela è doverosa. «Mi perseguitano da sempre – avrebbe detto il frate, affranto, appresa la notizia della denuncia – perché sono io, per il mio nome, la mia visibilità, la mia appartenenza familiare in vista. Purtroppo sono solo accuse infondate, che mi fanno soffrire moltissimo. Sto lavorando su me stesso, lavoro su me stesso da tanti anni…».

La risposta della chiesa è stata fin qui la «riabilitazione». Periodi di allontanamento e distacco, l’ultimo di almeno tre mesi nella prima parte del 2017. Il religioso ha lasciato Genova, per «curarsi» negli Stati Uniti, presso psicologi considerati molto bravi. La risposta ufficiosa che risuona dall’ambiente religioso, è compatta: «Non erano storie di bambini».

CURARE L’OMOSESSUALITA’? Non sarebbe il primo caso in cui la chiesa sceglie la via della «cura», per porre rimedio a comportamenti sessuali non idonei a chi sceglie di indossare un abito consacrato. Parte della comunità religiosa continua a ritenere l’omosessualità una «malattia», dalla quale si può «guarire». Lo stesso frate al centro della vicenda, avrebbe detto che si trattava «solo di affetto», verso i bambini, «niente di troppo grave». Come predicatore, ha più volte espresso concetti di questo tipo, pubblicamente, ritenendo i transessuali «soggetti che hanno grandi difficoltà ad identificarsi con la propria sessualità e che si collocano sul piano delle schizofrenie» e ipotizzando la causa dell’omosessualità «come biologica, legata alle dimensioni dell’ipotalamo o da ricercare nel sistema nervoso centrale», ma propendendo poi per «l’influenza dei comportamenti dell’individuo».

Una visione rigida, dunque, così come una delle sue riflessioni sulle malattie sessuali, che toccano come «castigo di Dio?» quei «comportamenti moralmente decadenti e svilenti dell’umanità».

SCENARI POSSIBILI. I fatti segnalati in Procura sono risalenti nel tempo. È possibile che l’autorità giudiziaria allarghi le braccia, senza procedere. Indubbiamente la presunta vittima è un uomo, ormai. Appare complesso, risalire al contesto. Potrebbero però farsi avanti altre potenziali vittime. Molto dipenderà dall’acquisizione o meno dei tre fascicoli interni, in cui la chiesa ha già esaminato il problema, ripetutamente. La nuova linea di trasparenza imposta da Papa Francesco dovrebbe agevolare le cose. Zanardi ha già scritto diversi giorni fa alla diocesi, segnalando tutto al servizio diocesano per la tutela dei minori. Nella nota di risposta , è stato suggerito a Rete L’Abuso di «interessare quanto prima la magistratura, nel precipuo interesse della tutale delle vittime». Così è stato. «La chiesa ha doverosamente tutelato il suo pastore – dice Zanardi – bisogna capire se sono state tutelate le vittime. Se davvero ci sono stati altri episodi, di cui si parla con insistenza da anni, è arrivato il momento della verità. Chi sa, parli ora o mai più». Luca Maria Bucci

Redazione Web