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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | Archivi | Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Giugno 2020
in Archivi
Reading Time: 14 mins read
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VDP – “Cara bambina – perché tu sei ancora una bambina, e cerca di rimanerlo il più a lungo possibile -, in questi giorni e forse anche in quelli della vacanza precedente e tutte le volte che mi hai fatto visita a casa, soprattutto negli ultimi tempi, avrai avuto agio di renderti conto che non sono una donna soddisfatta come voglio far credere. Ho i soldi, le ville, le pellicce, i gioielli e le invidie degli altri ma, credimi, non sono la ricchezza e la nobiltà, come pensavo, che donano la felicità… Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Camillo ha sempre cercato di convincermi del contrario. Mi dice che il suo amore per me aumenta e si sublima quando mi vede scopare con altri, uomini o donne che siano purché sia lui a sceglierli, e io sono stanca, stanca, stanca…”

“Negli ultimi mesi le sue fisse di fare e di trasgredire sono aumentate come se fosse incalzato da un’irrefrenabile frenesia che lo costringe a correre e a farmi correre appresso alle sue fantasie. Adesso come non mai sono arrivata alla convinzione che lui non stia tanto bene con la testa, e che la sua situazione mentale stia peggiorando… È arrivato il momento di dire basta, ci vuole audacia, tanta audacia, lo so. Avevo già provato, qualche tempo fa, a dirgli che se non la smetteva intendevo lasciarlo, e lui mi ha risposto che me ne sarei dovuta andare via da casa sua nuda e cruda come mi avava presa. Io però non intendo ridiventare povera. Come si fa a vivere se non si possiede più niente?”

“Pensa che ti ripensa ho elaborato un piano che non può fallire. Gli parlerò chiaramente e se i miei prossimi giorni si metteranno nel verso giusto, come mi auguro, continuerò a essere nobile e ricca. Nel caso si dovesse rifiutare di accontentarmi, lo ricatterò, lo minaccerò di rivelare le sue perversioni pubblicamente con il testimone che mi sono trovata e, se ci sarà bisogno, metterò di mezzo e in moto anche tuo padre, i carabinieri, la magistratura, tutto quanto mi sarà possibile. Se voglio, ho tantissime risorse a cui attingere per farmi valere, non posso dargliela vinta a quel prepotente. Certo è un peccato, io ancora lo amo, ma dopo le ultime cose che mi ha obbligato a fare prima che arrivassimo sull’isola e poi anche qui, ho capito di non sapere più che farmene di un amore così devastante e avvilente. Desidero solamente ridiventare libera da costrizioni e riconquistare la dignità che ho perso in questi anni.”

“Ciao, spero di rincontrarti quando sarò diventata una donna migliore, credo di meritarmi qualcosa di più dalla vita”.
Non fu gelosia, dunque. Fu un ricatto, una notte di fine agosto di quarant’anni fa, ad armare la mano del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, erede di una fra le più ricche e antiche famiglie della nobiltà milanese, contro la moglie, Anna Fallarino, e il giovane studente che allietava i loro amplessi, Massimo Minorenti, prima di uccidersi a sua volta con un colpo di fucile in bocca. Lo rivela in una biografia una bella signora dal parlare rapido e asciutto: Mariateresa Fiumanò.

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Vive a Roma con il marito e una bassotta, ha tre lauree nel cassetto (Medicina, Psichiatria forense, Criminologia clinica) e, soprattutto, un legame di parentela e di lontano affetto con Anna Casati Stampa, di cui frequentò, fino a qualche giorno prima della tragedia, le case (l’attico di Roma e Villa San Martino ad Arcore, oggi residenza del premier) e l’isola privata (Zannone, a nord di Ponza).

Il libro ricostruisce la storia dei Casati e del loro scandaloso ménage a partire da una lunghissima lettera che la marchesa Casati consegnò alla cugina in una busta gialla, con la promessa di leggerla soltanto quando fosse successo «qualcosa di veramente importante». Due settimane dopo, il 30 agosto 1970, nel lussuoso attico romano di via Puccini, il marchese sparò alla moglie tre colpi di fucile, uccidendola al terzo. Con un altro colpo liquidò il ragazzo. Con l’ultimo si fece saltare le cervella. Dramma della gelosia, stabilirono gli investigatori, chiudendo in fretta una vicenda che aveva scatenato la morbosa curiosità dell’Italietta benpensante e guardona. Ma il libro di Mariateresa Fiumanò apre oggi scenari diversi.

Perché ha aspettato quarant’anni, signora Fiumanò? «Perché l’impatto di quella storia su di me e sulla mia famiglia, sanamente borghese e imbevuta di regole e principi tradizionali, fu di una tale violenza che nessuno seppe reagire. Mio padre, vicequestore di polizia e capo della Buoncostume, che pure era affezionatissimo ad Anna, cercò di rimanerne fuori il più possibile.

Mia madre visse per mesi con addosso l’angoscia di subire giudizi negativi, tanto che non uscì più di casa se non per andare in chiesa. Io, invece, dopo aver letto e riletto la lettera per un paio di mesi, tutti i giorni, fino a impararla a memoria, mi distaccai da Anna e da quello che era successo gettandomi anima e corpo negli ultimi esami di specialità. Soltanto molto tempo dopo, rielaborando la vicenda, capii che la mia apparente indifferenza era un rifiuto di quanto era accaduto».

Si sentiva in colpa? «Sì. Anche perché Anna aveva pregato mio padre di accompagnarla all’incontro con Camillo e lui, in dubbio se andarci o no, mi aveva chiesto consiglio. Ma io, che per tenere fede alla promessa non avevo ancora letto la lettera, lo sconsigliai. Non potevo immaginare che sarebbe finita così. Per questo nel cuore mi è rimasto come uno strappo».

Se aveva chiesto aiuto, Anna davvero aveva paura. «Non di essere uccisa: semmai di ridiventare povera. Era consapevole che stava per giocare la partita della vita e si sentiva come chi cammina senza rete su un filo. Il suo terrore era che Camillo la mandasse via senza una lira e senza titolo, come l’aveva presa. Una cosa cui lei non poteva nemmeno pensare: quel marito se l’era conquistato a caro prezzo e se lo voleva tenere. Per questo aveva architettato il ricatto con lo studente. E per la medesima ragione mi aveva consegnato la lettera: pensava potesse servirle in caso di separazione».

E lei l’ha distrutta. «Non volevo che finisse nelle mani dei miei. A casa si parlava sottovoce, senza contatti fisici, neanche ci si baciava: sarebbe successo il finimondo se avessero saputo. Volevo, in qualche modo, proteggere Anna che già era stata oggetto di giudizi, chiacchiere e calunnie per troppo tempo. E continuava a esserlo anche dopo la morte».

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Come mai solo oggi ha deciso di renderla pubblica? «Perché la storia di Anna e Camillo è stata oggetto di ricostruzioni spesso irreali. Io ho avuto per loro dell’affetto: desideravo raccontare come erano realmente. Senza farne dei santi, perché non lo erano».

E com’erano? «Belli, eleganti, ricchi, generosi. Una coppia affiatatissima, molto invidiata. La profonda intesa amorosa li aveva fatti decidere, di comune accordo e fin dall’inizio, di infrangere i canoni della morale borghese. “Certe volte, non posso mentire, mi è anche piaciuto, ma la faccenda è degenerata”, scriveva Anna, che non smise mai di amare il marito. E lui amava lei, alla follia, ma a modo suo.
Non che lui fosse omosessuale o impotente, come poi raccontò qualcuno. Anzi, a detta di Anna, Camillo era “capace di fare l’amore per ore”. Gli piaceva infilare anche altre donne nel letto coniugale, e “passare senza sosta dall’una all’altra per notti intere”, anche se ciò che gli procurava maggior piacere era guardare la moglie con altri uomini».

«Io sono felice, felice, felice», ripeteva Anna. Lo era davvero? «Non credo: non avrebbe avuto bisogno di buttare in faccia a tutti questa felicità. Penso si trattasse di una specie di mantra con cui cercava di convincere se stessa».
Eppure, aveva realizzato i suoi sogni. «Ma lo scrive lei stessa: “Non sono la ricchezza e la nobiltà che danno la felicità”. Felicità, per lei, sarebbe stato un figlio: aveva fatto l’impossibile per averlo. Rimaneva incinta, si sottoponeva a mesi di assoluta immobilità ma poi, invariabilmente, non riusciva a portare a termine la gravidanza. Arrivò a proporre a una delle sue cameriere, che era rimasta incinta a 45 anni e aveva già tre figli, di cederle il bambino che aspettava. Si sarebbe fatta vedere con una pancia finta e avrebbe denunciato il bimbo come suo. Era pronta a sborsare qualsiasi cifra, ma la cameriera non ne volle sapere. Lei pianse tutte le sue lacrime senza riuscire a capire che esistono persone che non si lasciano comprare».

La stampa favoleggiò a lungo dei festini di Zannone. Lei ci passò le vacanze: che cosa ricorda?
«Ricordo un’isola dalla bellezza selvaggia, sulla quale nessuno poteva sbarcare senza permesso e dalla quale Camillo si divertiva a tenere lontani i curiosi sparando in acqua vicino ai gommoni che si avvicinavano troppo. All’inizio, a parte i parei trasparenti di Anna e gli ospiti che giravano nudi, a me parve tutto abbastanza “normale”. Fu in seguito, durante una passeggiata solitaria fra le rocce, che mi capitò di scoprire in uno spiazzo gli accoppiamenti a tre e a quattro degli ospiti, con Camillo che saltellava attorno a loro fotografandoli. Venni a sapere degli scambi di coppia, delle orge alla cocaina, delle pareti a specchio nella camera da letto di Anna e Camillo che consentivano di spiare le stanze confinanti… Decisi di partire immediatamente.

Anna non mi chiese spiegazioni, disse che quello non era un posto adatto a me. Poi mi pregò, se avevo visto o sentito qualcosa di strano, di non riferirlo a nessuno. Lasciai l’isola e non ci misi più piede per cinque anni. Ci tornai nell’estate del ’70, dopo gli esami del quinto anno di Medicina: Anna mi supplicò di raggiungerla, voleva parlare con qualcuno che fosse in grado di capirla. Fra gli ospiti, c’era anche Massimo Minorenti. Partii da Zannone il 15 agosto.
Salutandomi, Anna mi consegnò una grande busta gialla sigillata: “Quando leggerai, ti prego di non giudicarmi male, di non condannarmi e, soprattutto, di non farti influenzare da ciò che potranno dire e pensare gli altri. Ricordati che spesso le cose della vita sono diverse da quello che possono sembrare”. Mi salutò soffocandomi nel suo abbraccio: fu l’ultima volta che la vidi».

Vincenzo Cerami – Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani – Einaudi, Torino 1997
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Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti
Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti. È possibile, sulla scorta di quanto sappiamo, inquadrare le loro personalità, compilare una specie di cartella clinica “a posteriori”?
«È senz’altro possibile e, direi, abbastanza facile. Innanzitutto, vediamo la figura del marchese, prima di sua moglie: quello che colpisce, in questo personaggio, è la sua deviazione. Una volta si usava il termine di perversione, ma oggi in sessuologia questa definizione è stata abbandonata. Che cosa troviamo, allora, di “deviato” nel marchese Casati? Prima di ogni cosa, quello che si chiama “voyeurismo”, cioè il desiderio di assistere, di vedere, di osservare. L’accentuazione, in altre parole, di ciò che un celebre psicoanalista americano ha chiamato “spinta visiva”. È un fenomeno che ha origini molto lontane, perché sono i bambini che, a una certa età, sviluppano una certa curiosità che si risolve nel voler vedere, voler sapere, guardare. Se questa tendenza non viene superata nello sviluppo psicosessuale può rimanere come componente assai importante della sessualità di un individuo anagraficamente adulto, il quale avrà il morboso desiderio di vedere quello che, sul piano sessuale, fanno altre persone».

Sembra, pero, che nel caso del marchese Casati si andasse più in là del semplice voyeurismo. Lo dimostrano i diari e le centinaia di fotografie, i film…
«Evidentemente qui ci troviamo di fronte a qualche cosa di più specifico, direi, e il discorso che dobbiamo fare è ancor più tipico, più “specialistico”. Quest’uomo, infatti, non solo si compiaceva nel sapere che altri uomini avevano rapporti intimi con la moglie, ma esigeva di assistere a questi rapporti, li fotografava, li filmava, partecipava e, quel che più conta, arrivava al punto di incoraggiarli e di promuoverli. Ora, qual è la struttura di questi casi, che sono senz’altro abbastanza eccezionali, ma non rarissimi? La risposta mi viene anche da un’esperienza diretta. Io stesso ho avuto, tra i miei clienti, una distintissima persona, un signore, il quale, se non arrivava agli estremi del marchese Casati, però in qualche modo promuoveva degli incontri della moglie con altri uomini. Non assisteva a questi incontri, ma sapeva più o meno quando avvenivano e, in fondo, si compiaceva nel pensare a quello che i due amanti potevano fare in quel momento».

Che cosa ha ricavato, professar Servadio, da questa sua esperienza diretta?
«Le constatazioni fatte, che si adattano benissimo al caso di cui parliamo, sono parecchie. Innanzitutto, in questi uomini c’è sempre una forte componente omosessuale, che può essere inconscia o qualche volta pressappoco cosciente: ho letto che il marchese Casati avrebbe fatto delle “avances” dirette al partner della moglie: è una ipotesi di cui non mi meraviglierei affatto. Ciò che comunque rimane piuttosto inconsapevole, in genere, è il fatto che, in casi come questo, la donna inconsciamente rappresenta una parte femminile del proprio Io. Senza rendersene conto, in altre parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna; dopo di che, il resto avviene quasi naturalmente e si comprende benissimo che rincontro diventa veramente un incontro omosessuale».

Non si comprende, tuttavia, come si possa essere giunti all’omicidio, al suicidio.
«Ci si deve chiedere, è giusto, come sia possibile che un uomo a un certo punto abbia avuto questa specie di “folgorazione” per cui prima andava tutto bene e, a un certo momento, la cosa non solo non va bene, ma addirittura lo sollecita a scatenare una sua furiosa aggressività, che si rivolge contro gli altri e poi contro se stesso. In effetti, oltre al comportamento omosessuale cui ho accennato, questi individui hanno una forte componente sado-masochistica. In fondo, in prima approssimazione, loro si pongono come vittime di una situazione: sono i mariti, o gli amici traditi nei cui riguardi la donna è infedele; e questo soddisfa la componente masochista che hanno in sé. C’è, in questi soggetti, un certo desiderio di passività masochistica che si manifesta spesso indirettamente: difatti Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare, picchiare o seviziare. Però quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidentissimo nel suo comportamento. Ma allora, ci si chiede, perché quest’uomo, ad un certo momento, si è ribellato ad una situazione che egli stesso aveva creato e di cui evidentemente godeva? La chiave dell’enigma (e per me la risoluzione del “caso”) sta in quest il masochista, contrariamente a quanto comunemente si crede, non è un individuo che si lascia maltrattare ad libitum, cioè secondo i desideri e i capricci dell’altra persona. Il masochista è sempre un regista, un programmatore di situazioni. Andiamo alle origini; Leopold von Sacher-Masoch, che ha dato il nome a questa perversione, scriveva alla sua donna, Wanda von Dunajew: “Verrò da te all’ora tale, tu sarai vestita con un paio di stivali alti e neri, avrai un frustino in mano e mi dirai: ‘Schiavo, inginocchiati, perché io sono la tua regina’”. Lo scriveva lui, dunque, dettava lui il programma; e se la partner, a un certo punto, si fosse dimenticata del suo ruolo e non gli avesse dato quelle tante frustate, Masoch si sarebbe ribellato in maniera terribile. Come fece, in effetti, quando tentò di strangolare sua moglie, trovata in una situazione che non era quella programmata».
Casati come il “divin marchese”, dunque. E come von Sacher-Masoch.

«Evidentemente sì. Il masochista, ripeto, è un uomo che non tollera deviazioni dalla linea che ha tracciato per il suo godimento. […] Si fa seviziare, il masochista, ma ci deve essere sempre presente una parte del suo Io, quella che domina. Nel caso di cui si discute, ho l’impressione che il marchese Casati si sia trovato proprio di fronte alla sensazione di non dominare più la situazione, di vedere che era avvenuto qualche cosa che sfuggiva ai suoi programmi. A questo punto vi è stata un’inversione di direzione dei suoi impulsi aggressivi, che ha provocato quel che sappiamo». […]

Professore, in questa vicenda, al di là dei “giochi a tre” e di altri fatti, ci sono particolari ai quali, forse, si potrebbe dare un’interpretazione precisa, nel quadro che stiamo completando. Il fatto, per esempio, che il marchese Casati abbia scattato migliaio di foto alla moglie, in pose scabrose, le abbia conservate e amasse mostrarle agli amici.
«Nel filmare, nel fotografare, nel registrare, c’è una accentuazione e un consolidamento della parte voyeuristica, e questo mi sembra più che evidente. Ma, ancora, mi sembra che ci sia un desiderio accentuato di padroneggiare la situazione: sono io che reggo le fila, io che ingabbio questi “momenti” nella mia macchina fotografica o nella cinepresa, sono io che vi metto in posa. C’è, in ogni caso, un’affermazione, sia pure stravolta, del proprio Io. Il fatto, poi, di collezionare queste foto, di catalogarle addirittura, non mi sembra che si allontani poi di troppo dalla abbastanza comune mania di conservare fotografie pornografiche: è una forma di voyeurismo che sappiamo benissimo come oggi sia alimentata, direi sul piano internazionale. Non dimentichiamo mai, parlando di questa vicenda, che siamo di fronte a personalità chiaramente deviate».
E il fatto, professore, che fosse il marito a procurare i partner per la moglie, ad avvicinarli e infine a combinare gli incontri?

«E ancora, secondo me, un’accentuazione del momento omosessuale della personalità del Casati. Lui sceglieva, quindi lui valutava, anche dal punto di vista fisico-sessuale, questi personaggi. Casati, facendo questo, immaginava (o forse constatava) fino a che punto i partner erano tali da potergli procurare, una volta vicini alla moglie, la soddisfazione che andava cercando. Ancora un passo in più, e li avrebbe cercati per se stesso. Che cosa fa, in effetti, un omosessuale? Va sulla spiaggia di Tor Vaianica, per esempio, e avvicina un militare: come fece Casati […]».

Il diario, professore. Tutte quelle annotazioni precise, scrupolose sino alla minuzia. E, insieme, gli aggettivi laudativi per la moglie, i commenti alle “prestazioni” di lei.
«Per il diario, potrei dire in generale che si tratta di una forma di voyeurismo, ancora una volta. Rileggendo, tipi di questo genere si rimettono nella scena vissuta, la rivivono, provano ancora soddisfazione. Ma c’è anche la componente ossessiva del soggetto, e il tenere un diario preciso ne è chiara testimonianza. Lodare la moglie, poi, per quel che abbiamo già detto, non significava altro che lodare se stess il Casati era felice di potere proiettare la sua pane femminile in una donna che era molto bella, molto apprezzata e, per certi punti di vista, molto abile. Evidentemente da questo il Casati traeva una nuova forma di soddisfazione».

Qualcuno, cercando un movente al fatto, ha parlato di gelosia. Si può accettare questa ipotesi, che cioè il marchese Casati, a un certo punto, temesse l’innamoramento della moglie per il ragazzo?
«[…] A mio avviso, chiaramente non si può parlare di gelosia, nella fase finale di questa vicenda, ma soltanto dell’esplosione di aggressività di un individuo che, a un certo momento, si è trovato a non essere più il deus ex machina della situazione».

Quindi anche quella annotazione lasciata sul diario, «Mi uccido perché non sopporto che non mi ami più», non e una affermazione di gelosia.
«Direi proprio di no. Piuttosto potrebbe essere la constatazione di una nuova situazione tale da provocare la reazione aggressiva. D’altro canto non darei molto peso a questa annotazione così come alla lettera “di rinuncia” della moglie, o alla presunta lettera del ragazzo. Perché, in ogni caso, sono frasi scritte in momenti del tutto particolari, direi quasi anormali, e quindi non significative» […].

Abbiamo la “cartella clinica” di Camillo Casati. È possibile fare altrettanto per la moglie?
«È molto, molto più difficile. Possiamo dire però quest che ogni giorno constatiamo che certe donne appaiono più disponibili a deviazioni, più o meno rilevanti, che non l’uomo. Quando la donna ha varcato un certo limite, una certa soglia, praticamente è pronta a tutto. La questione è vedere quali possono essere le sue motivazioni profonde; nel caso delle prostitute, per esempio, le motivazioni le conosciam la loro degradazione, accettata, è compensata dal denaro che ottengono, per cui, da loro, il cliente può avere tutto. Ora, io non voglio assolutamente accostare la signora Fallarino Casati a questi esempi: ma evidentemente era una donna che aveva varcato molti limiti, e aveva imboccato molti binari. Mi sembra altrettanto evidente che la signora trovava il suo godimento, oltre che possibili vantaggi economico-sociali, nel lasciarsi strumentalizzare dal marito. Non c’è solo quest è dimostrato che nella donna la stessa componente masochistica o sadica è più facilmente rilevabile che non nell’uomo. Quindi può essere che lei ricavasse un piacere diretto dalle situazioni torbide, anormali, in cui veniva inserita dal marito. Prendiamo il farsi fotografare nuda, per esempio, o in pose lascive: fa parte di quella disposizione alla perversione che la donna ha più dell’uomo. E in fondo, guardiamo all’omosessualità: nell’uomo, avere delle chiare manifestazioni omosessuali è considerato notevole deviazione dalla norma; ma che una donna si sbaciucchi un po’ di più del normale con una sua amica è da tutti accettato come una cosa tollerabile. Il che vuol dire che la sessualità della donna è più diffusiva, meno centrata di quella dell’uomo. Ecco perché (e torniamo al caso della marchesa Casati) la donna è più facilmente strumentalizzabile in situazioni di questo genere, proprio per la sua stessa costituzione sessuale».

Professore, L’Osservatore Romano ha scritto che «il tragico fatto passionale. .. rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extraconiugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo… la ricchezza può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze… la dimensione estensiva del “male oscuro”… in queste catastrofi si conferma l’assurdità delle diffuse concezioni mondane ed eversive intorno al sesso». Un episodio come quello avvenuto a Roma, nella villa dei Casati (e con tutto quello che c’è stato prima) è veramente sintomo, professore, di una morale, di un costume correnti?
«Sono uno psicologo, uno psicoanalista e un sessuologo, ma non un sociologo, e la risposta m’è difficile. Comunque ritengo assai probabile che certi “giochi” abbiano larga diffusione. Il discorso, qui, si fa vasto, perché andiamo a parlare di rivoluzione sessuale e delle esagerazioni e delle distorsioni che ne sono fatte. Non c’è dubbio, però, che ci sia una forte tendenza ad abbattere anche gli ultimi giochi e le ultime oppressioni; ma non c’è dubbio, allo stesso tempo, che vi sia una vasta strumentalizzazione di tutto questo a fini molto chiaramente commerciali. Il “caso” Casati, tuttavia, è troppo particolare, troppo tipico, fa storia a sé. Casi di questo genere ve ne sono sempre stati e ve ne saranno sempre, perché esistono, sono esistite ed esisteranno le deviazioni sessuali. Di sadismo, di masochismo, di voyeurismo non si parla oggi per la prima volta, guardando al marchese Casati. Certo, ci troviamo di fronte a un caso notevole, ad alto potenziale, con una conclusione drammatica. Ma, per rifarci a un esempio che già ho ricordato, la moglie di von Sacher-Masoch avrebbe fatto la fine della marchesa Casati, se non fosse arrivato qualcuno in tempo. È un caso notevole, voglio dire, ma non è unico né irripetibile, ripercorre uno schema noto».

Come dire che, date le premesse, la conclusione, quella tragica conclusione era logica, prevedibile.
«Certamente sì. Si è trattato di una parabola che ha avuto le sue varie fasi. Date certe premesse di alta patologia, le premesse che conosciamo, la conclusione non poteva essere diversa da quella che è stata».
E secondo lei, professore, i protagonisti di questa storia sapevano, andando a quell’incontro, la sera di domenica 30 agosto, che sarebbe avvenuto quel che è avvenuto?

«Probabilmente sì». Perché il destino del torbido triangolo di villa Casati non era scritto nelle pagine del libro con la copertina di raso verde che “don Camillo” teneva sulla sua scrivania, davanti a una delle foto sexy di Anna. Non era neppure segnato nei messaggi che, in quelle ultime ore, il marchese, la moglie e l’amico si sono scambiati, concitatamente. Questa storia, prima ancora dei giornali di oggi, l’hanno scritta Leopold von Sacher-Masoch e Donatien-Alphonse-François de Sad: e sapevano benissimo come sarebbe andata a finire.

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Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

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Statue indegne? Non siamo ipocriti parliamo anche di quella del Santo protettore dei preti pedofili

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.