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Don Luciano Massaferro dice messa a Borghetto: il sindaco chiama il vescovo e Rete L’Abuso annuncia istanza in Procura

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Marzo 2020
in Liguria
Reading Time: 3 mins read
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E Zanardi accusa i parrocchiani: “Pare non solo non abbiano timore per i loro figli, ma non si sono minimamente allarmati e lo accettano tacitamente”

Borghetto Santo Spirito. Sta diventando un caso la decisione del vescovo di Albenga, Guglielmo Borghetti, di incaricare di celebrare messa nella parrocchia di Borghetto Santo Spirito don Luciano Massaferro, il sacerdote di Alassio condannato in via definitiva il 20 luglio 2012 a 7 anni e 8 mesi per molestie su una ragazzina che, all’epoca dei fatti, aveva 11 anni.

Scontata la pena, il sacerdote è tornato nella diocesi di Albenga e attualmente lavora nell’ufficio beni culturali della diocesi. Pur condannato dalla giustizia ordinaria, è stato assolto da quella canonica che gli ha quindi consentito di tornare a celebrare messa. Lo fa da poco più di un anno. E dopo alcune sostituzioni sporadiche in piccole parrocchie, soprattutto dell’entroterra, da qualche mese monsignor Borghetti ha iniziato a inviarlo in modo più costante a Borghetto Santo Spirito dopo che il parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova, don Francesco Zuccon, ha chiesto la collaborazione di un altro prelato per sostituirlo in alcune funzioni religiose.

Nonostante Massaferro abbia scontato il suo debito con la giustizia, non sia parroco e non abbia ruoli che lo pongono attivamente in contatto con minorenni, la sua presenza in questi mesi a Borghetto, a quanto pare, ha lasciato perplesso almeno un fedele. Quello che, tre giorni fa, ha contattato Rete L’Abuso (l’associazione savonese che combatte in tutto il mondo la pedofilia nella Chiesa) per segnalare la cosa. A quel punto il presidente Francesco Zanardi ha deciso di rendere nota la vicenda attraverso la propria newsletter.

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Zanardi attacca Borghetti, ma anche i parrocchiani: “Al di la degli appelli di tolleranza zero di papa Francesco, è certo che Borghetti, teoricamente mandato per fare pulizia nella diocesi dello scandalo, di pulizia ne ha fatta davvero poca e anche male. A stupire sono però i parrocchiani di Borghetto Santo Spirito, che pur vedendosi un prete condannato in via definitiva in parrocchia, pare non solo non abbiano timore per i loro figli ma non si sono minimamente allarmati per questo e accettano tacitamente don Luciano”.

“Stiamo preparando una istanza alla Procura di Savona – annuncia poi Zanardi all’Ansa – per chiedere che venga verificato il rispetto della normativa preventiva a tutela dei minori. Vogliamo sapere se è controllato nelle sue attività e da chi, perchè non può tornare a contatto con i minori”.

E la mossa di Zanardi ha allarmato il sindaco di Borghetto, Giancarlo Canepa, che questa mattina ha annunciato attraverso il profilo Facebook ufficiale del Comune: “Ieri mattina ho avuto un lungo colloquio con il parroco Don Zuccon – scrive – e ho richiesto un appuntamento urgente con il Vescovo di Albenga Guglielmo Borghetti“.

LA VICENDA
Don Luciano Massaferro era stato arrestato dalla polizia il 29 dicembre 2009, dopo le segnalazioni arrivate dagli psicologi dell’ospedale Giannina Gaslini di Genova e che aprlavano di abusi su una minorenne, sua parrocchiana. Erano almeno tre gli episodi di molestie che gli venivano attribuiti, in particolare nel corso dei “tour” per le benedizioni delle case, alle quali aveva partecipano anche la sua piccola accusatrice, rappresentata in giudizio dall’avvocato di parte civile Mauro Vannucci. L’intera delicata vicenda aveva sollevato un polverone di polemiche, con la divisione dell’opinione pubblica locale in colpevolisti ed innocentisti.

Nel processo di primo grado, i pm savonesi Giovanni Battista Ferro e Alessandra Coccoli avevano ritenuto accoglibile il racconto della chierichetta. La sentenza di primo grado prevedeva non solo la condanna a sette anni e otto mesi di reclusione ma anche l’interdizione perpetua dall’esercizio dei pubblici servizi e dei servizi a fini educativi, mentre per la vittima era stato disposto un risarcimento di 180 mila euro (oltre a 10 mila euro per la madre della piccola). All’epoca il sacerdote era stato rinchiuso dapprima nel carcere di Valle Armea a Sanremo, per poi ottenere prima il trasferimento nel convento di suore di clausura a Diano Castello e fare infine ritorno nella “sua” Alassio, nell’alloggio dietro alla canonica della parrocchia di San Vincenzo Ferreri.

Il ricorso al secondo grado di giudizio era stato richiesto dagli avvocati difensori del prete, Mauro Ronco e Alessandro Chirivì, che avevano depositato un documento di 174 pagine nel quale veniva ricostruita nel dettaglio la vicenda giudiziaria del religioso, adducendo motivazioni di “non attendibilità” della piccola destinataria delle molestie. Ma sia in Appello che in Cassazione la sentenza era stata confermata. Massaferro è uscito dal carcere nel 2015.

https://www.ivg.it/2020/03/don-luciano-massaferro-dice-messa-a-borghetto-il-sindaco-chiama-il-vescovo-e-rete-labuso-annuncia-istanza-in-procura/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.