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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Sul caso Massaferro e non solo; ecco perché queste persone non possono più tornare a contatto con i minori

Sul caso Massaferro e non solo; ecco perché queste persone non possono più tornare a contatto con i minori

Francesco Zanardi by Francesco Zanardi
6 Marzo 2020
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 2 mins read
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“Da un punto di vista accademico, la pedofilia non è classificata come una patologia. Non è quindi una malattia, ma una anomalia, un’alterazione, stabile nel tempo, del comportamento sessuale. Per questo non è prevista una terapia farmacologica e gli unici strumenti che ha lo Stato per intervenire sono le misure detentive, e l’avvio di un lungo processo finalizzato non alla guarigione ma alla prevenzione”.

“Alcune volte i preti si rendono conto di avere commesso un fatto molto grave, accettano anche la pena, ma questo non è garanzia che non si troveranno di nuovo a compiere abusi. Ho conosciuto persone che sono state giudicate, condannate, ristrette in carcere, avviate a un programma di recupero ma a distanza di anni hanno commesso di nuovo quel reato”.

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Queste non sono parole mie, ma di Maurizio Marasco, psichiatra, già professore di Psicopatologia forense e Criminologia. Ha svolto lavoro di consulenza come perito chiamato dai giudici in casi di reati di abusi sessuali commessi da preti nei confronti di minori, per stabilirne eventuali patologie e indagare la compatibilità con la loro detenzione in carcere per motivi di salute.

Esistono e dovremmo applicare, quelle che sono le norme preventive, soprattutto in casi come questo, dove esiste una certezza e dove quindi la prevenzione, data soprattutto dall’altissimo rischio di reiterazione di questi soggetti, è d’obbligo.

Nessuno vuole mettere in croce don Luciano o altri, certo l’alternativa è quella di mettere in croce dei bambini innocenti, la scelta e soprattutto la responsabilità di questo sta a noi.

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A mio avviso don Luciano può essere collocato in strutture come mense CARITAS, ricoveri per anziani, insomma, strutture dove non solo non circolano minori, ma dove ha un minimo di controllo. Non certo una parrocchia, dove per forza di cose ci sono minori e dove il controllo è praticamente impossibile.

La chiesa cattolica, non per le vittime, ma per i sacerdoti c.d. in difficoltà, ha realizzato sul solo territorio italiano ben 22 strutture (vedi mappa a lato) dove oltre ad un percorso di riabilitazione “morale spirituale”, questi soggetti sono quanto meno “analizzati” da psicologi, al fine di poterne ottenere quanto meno un’anamnesi.

Don Luciano purtroppo non è mai stato mandato in una di queste strutture e questo a mio avviso, è il primo passo da fare, in modo tale di poter quanto meno comprendere il livello di pericolosità sociale.

Rimetterlo in circolazione affidandosi solo alla buona fede, non è solo criminale, ma significa continuare ad alimentare, paradossalmente a danno anche dello stesso sacerdote, il rischio che costui produca altre vittime.

Ho ritenuto doveroso esporre queste motivazioni in quanto la Rete L’ABUSO non vuole essere una ghigliottina per i sacerdoti, ma vuole trovare soluzioni civili, a leggerezze, spesso causate dalla non consapevolezza/conoscenza dei vescovi, che tuttavia, con tali atteggiamenti mettono puntualmente a grande rischio la vita di giovani innocenti, dando al tempo stesso la possibilità al sacerdote, di reiterare il crimine.

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Francesco Zanardi

BORGHETTO; quando i fedeli esigono una chiesa sporca e vescovo li accontenta prontamente.

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Francesco Zanardi

Francesco Zanardi

Sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote, dal 2010 mi batto perchè non accada ad altri. Potevo ma non mi sono sentito di fare il giornalista, ho preferito rimanere un umile blogger, che vuole vivere degnamente la propria vita, illuminato dalla luce di una nobile causa. Fondatore e Presidente dell'unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, Rete L'ABUSO, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra. Tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in quattro continenti.

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Valore e bene collettivo

Il valore e il bene collettivo rappresentano l'insieme delle risorse, dei principi e delle attività che appartengono a un'intera comunità e servono a garantire il benessere, la coesione e la dignità di tutti i cittadini nella società civile.

Che cosa sono i beni collettivi?

Risorse condivise: Sono beni materiali o immateriali (come l'ambiente, la cultura, i servizi pubblici e il territorio) che non appartengono a un singolo individuo ma all'intera collettività.

Usi civici e proprietà pubbliche: Rientrano in questa categoria le tradizioni di godimento collettivo di una risorsa (come i boschi o i pascoli) e i beni dello Stato destinati all'utilità generale.

Oltre il mercato: A differenza dei beni privati, i beni collettivi non rispondono alla logica del profitto individuale, ma mirano a soddisfare i bisogni fondamentali di ogni persona. Il ruolo nella società civile

Responsabilità condivisa: Il bene comune richiede la partecipazione attiva dei cittadini attraverso la cura del territorio, il volontariato e il rispetto delle regole democratiche.

Coesione sociale: Azioni concrete come il Servizio Civile Universale dimostrano come l'impegno civico dei singoli rafforzi il tessuto della comunità e combatta l'egoismo.

Tutela dei diritti: Difendere un bene collettivo significa proteggere il futuro delle nuove generazioni e garantire l'accesso alle risorse essenziali anche a chi si trova in condizioni di debolezza o povertà.