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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusatori » Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

Abusi nella Chiesa: vittima libanese chiama in causa papa Francesco. E attende risposta

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Marzo 2019
in Cronaca e News
Reading Time: 7 mins read
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ROMA-ADISTA. È stato nei giorni in cui si svolgeva in Vaticano il summit antipedofia (21-23/2) che Marilène Ghanem, nata libanese, cattolica maronita, da anni residente in Italia, si è imbattuta in una foto fra quelle che più potevano arrecarle dolore: papa Francesco sta dedicando una copia del suo libro Dio è giovane ad un sacerdote; e scrive: «al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco» (v. la foto: https://bit.ly/2TmEwC2). Mansour Labaki è il prete libanese, incardinato nella diocesi di Beirut, che ha abusato di Marilène e di altre ragazze, allora tutte appena adolescenti. Labaki è stato già condannato per abusi su ragazze minori dalla sezione disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) il 23 aprile 2012 – giudizio confermato il 19 giugno 2013 – a una vita di preghiera, silenzio e penitenza, pena la scomunica e la dimissione dallo stato clericale (v. Adista Notizie n. 34/13). A fine aprile 2016, la Procura di Caen (nel Calvados, in Normandia) ha emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti nel corso di un processo per una denuncia presentata negli anni ’90. Perché il p. Labaky, che ha creato nel 1991 un orfanotrofio per bambini libanesi a Douvres-la-Délivrande (Calvados), mantenendone la direzione fino alla chiusura della struttura nel 1998, avrebbe abusato di una giovane francese a lui affidata quando la ragazza aveva 13 anni (due altre vittime hanno presentato denuncia, senza costituirsi parte civile).

Il papa forse non potrà ricordare tutti i nomi degli abusatori di cui è venuto a sapere, ma è sicuro che su Labaki sia stato più che informato. Addirittura dal patriarca di Antiochia dei Maroniti, card. Béchara Raï. Questi si è sempre esposto in difesa del sacerdote fino ad affermare in pubblico, nel collegio Saint-Joseph d’Antoura (Beirut) il 18 marzo 2018, che è in atto una «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una dura contestazione alla condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede, poco tollerabile dal Vaticano. Tanto che il Patriarcato ha “dovuto” emettere un comunicato di «chiarimenti»: «Il giudizio di chi ha condannato Labaki è intangibile e non può essere cambiato se non dalla parte che l’ha emesso»; «il patriarca non è mai stato e mai sarà tollerante, in nessun modo, in materia di molestie sessuali» e infine, «dopo la condanna di monsignor Labaki, Sua Beatitudine [il patriarca] ha ricevuto alcuni documenti importanti sulla questione. Nella sua qualità di padre e di capo, ha giudicato suo dovere portare questi documenti a conoscenza del Santo Padre, né più, né meno» (v. Adista Notizie n. 17/16).

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Quello appena descritto è il contesto che ha fatto saltar su Marilène alla visione della fotografia e nelle circostanze del dichiaratissimo impegno di papa Francesco contro i predatori di fanciulli e fanciulle. E allora Marilène ci ha fatto giungere una sua dichiarazione, in cui si rivolge direttamente a Francesco. Di seguito, il testo. (eletta cucuzza)

                          Può il Papa “tolleranzero” benedire un “predofilo”?

                                                 (di Marilène Ghanem)

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Con tanto di dedica e benedizione, Bergoglio ha consegnato una copia autografata del suo libro intervista “Dio è giovane” a un prete che ama le giovanissime. Fa un certo effetto, no?

La foto è stata scattata a marzo 2018, in presenza di Antonio Raymond Andary, ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, insediato il 5 gennaio dello stesso anno. Il sacerdote in questione è Mansour Labaky, prete libanese maronita di 79 anni, condannato dallo stesso Bergoglio senza possibilità d’appello il 19 giugno 2013. Sono in possesso del decreto emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF). Consta di 10 pagine dove, oltre ai provvedimenti disciplinari, vengono enumerate alcune oscenità che il prete ha perpetrato durante la sua lunga carriera di predatore sessuale in cui ha abusato di giovani donne, violentato adolescenti e stuprato bambine. In Libano come in Francia, negli orfanotrofi inaugurati dal medesimo al fine di essere sempre fornito di ‘carne fresca’ senza mai preoccuparsi di rendere conto a nessuno. Comodo, no?

Quando una società grida all’orrore di fronte ai filmati di mattatoi che girano sui social, non intendo io seguire la linea del politically correct mentre descrivo il vissuto delle vittime di pedofilia: sono i loro stessi corpi la scena permanente del crimine e gli spettatori complici degli aguzzini perché osservano schermandosi di indifferenza e fingendo l’impotenza. Non quella sessuale, magari!, che sarebbe stata molto auspicabile in questo caso. Non si tratta di un comportamento inappropriato come spesso viene definito nel ger go ecclesiastico. Non si tratta nemmeno di una semplice penetrazione, come il cardinal Pell ha riferito al suo avvocato difensore. Il moralismo ipocrita impedisce la pronuncia del nome: si chiama STUPRO e viene definito dalla legge come un CRIMINE.

Scusate se infrango il codice del bon ton, ma trattandosi del crimine di pedofilia, noblesse n’oblige plus!

Mansour Labaky nulla ha da invidiare al sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, sia per la somiglianza delle scelleratezze compiute, sia per l’ingente disponibilità economica che gli ha consentito di corrompere le gerarchie ecclesiastiche. Qualche indagine a riguardo per smontare la copertura delle autorità locali come promesso dallo stesso Bergoglio nel 2017? Ad oggi, nessun cenno all’ormai inflazionata accountability.

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Risalendo al 2016, troviamo altre foto che ritraggono il patriarca di Antiochia Béchara Raï – primo responsabile di Mansour Labaky – mentre consegna a Bergoglio una risma piratata che riguarda il carteggio tra le sopravvissute e alcuni alti prelati della Curia Romana; risma destinata, secondo Raï e i sostenitori di Labaky, a sventare definitivamente il presunto complotto di matrice massonico-sionista tramato in seno alla stessa Curia e discolpare così il prete dalle false accuse. Da sottolineare i toni intimidatori contro le vittime propugnati da sua eminenza il cardinal patriarca al fine di impedire ogni prossima confessione di stupro ad opera di qualsiasi altro prelato. Conferenza videoregistrata, tradotta e spedita a suo tempo in Vaticano. Nel frattempo una delle vittime, sposata e madre di famiglia, è stata minacciata, ha perso il lavoro di insegnante in una scuola cattolica perché ha osato rompere la barriera del silenzio. Tipica mossa di una gang del Bronx, non di una Chiesa.

A questa perversa macchinazione è seguito un vis-à-vis nella bella Lisieux, tra una decina di vittime di nazionalità libanese e francese e il patriarca, in presenza del vescovo Jean-Claude Boulanger, per confrontarsi con Raï che fino allora aveva finto di non sapere. In certi contesti passare da stupidi ripaga e ripara! Si è trattato di uno smacco, tutto sommato positivo perché ha comprovato il radicamento del sistema in un terreno omertoso, turpe e autistico. Lo scenario dipinge tutt’altro che Una Chiesa Universale; anzi, ne definisce i tratti faziosi e settari, identici a quelli di una qualsiasi Mafia insomma. È ormai appurato: siamo obbligati a cambiare interlocutore dal momento che la gerarchia rimanda di se stessa l’immagine delle Tre Scimmie Stolte: non vede il male, non sente il male, non parla del male. Preferisce addossare al povero Sat?n la colpa dei propri misfatti piuttosto di assumersi fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.

A nulla era servita, nel 2013, la mia chiacchierata di due orette con Ladaria, allora vice della CDF, per informarlo dell’impossibilità della gerarchia libanese troppo corrotta, lavativa e avida di danaro, a tutelare l’applicazione delle sanzioni disciplinari contro Labaky; a nulla sono valse le traduzioni delle varie trasmissioni (televisive e radiofoniche) pro Labaky inviate al segretario di Stato Parolin per denunciare il potere manipolativo vigente del prete pedofilo; a nulla è servita la lettera scritta a Bergoglio, avvalorata da documenti pubblici contro le vittime e dagli atti che li citano in tribunale; a nulla hanno giovato le foto del prete a passeggio con la macchina dell’arcidiocesi di Beirut, degli spartiti di inni liturgici in cui si identifica con il Cristo crocifisso mentre assimila i suoi accusatori a Giuda Iscariota. La psicosi si esprime in tante forme, il delirio mistico ne è l’espressione più pericolosa.

Spendo due parole in onore della verità: ma senza il tumulto mediatico di cui è stata foriera la stampa, la Chiesa avrebbe avuto il coraggio dell’autodenuncia? Ne dubito proprio, e prova ne è la sparizione di molteplici documenti di accusa che attestavano la gravità dei fatti, l’adozione del trasferimento, di parrocchia e spesso geografico, dei preti come soluzione al problema delle aggressioni sessuali, il versamento di ingenti somme di denaro per insabbiare i casi e comprare il silenzio delle vittime, la copertura di preti pedofili sotto falso nome, sparsi nelle varie diocesi del mondo. Per cui… …Cospargersi il capo di ceneri e chinare la testa, lavare i piedi e chiedere perdono, per quanto possano essere mediatizzati, sono ormai gesti muti perché non supportati da iniziative congruenti. Quale piano concreto e riparativo Bergoglio intende mettere in atto a favore dei sopravvissuti al crimine della pedofilia? «Verba volant, scripta manent» ma ora è giunto il tempo di compiere un ulteriore passaggio: actibus loqui. Il game degli inshallah è over. Urge passare all’azione e seguire una linea standardizzata: non si capisce perché Mansour Labaky non sia stato ridotto allo sta to laicale mentre altri pedofili hanno subìto questa sorte. C’è forse una differenza valoriale tra uno stupratore e l’altro oppure una scala di classificazione degli abusi?

Bergoglio, sono troppi ormai i tuoi scivoloni per non credere che anche tu appartenga a quel sistema che denunci! Stai ripetendo ostinatamente gli stessi identici errori. La sincerità della tua intenzione è molto dubbiosa. Alle vittime di Mansour Labaky e a tutti quelli che ancora credono nella sincerità della tua lotta contro la piaga della pedofilia e affermano che “el papa lo quiere pero no puede hacerlo, está solo” ti chiedo di giustificare pubblicamente questa foto perché pubblica è la benedizione del prete pedofilo. Ce lo devi. Per la sicurezza dei bambini e la salvaguardia della tua credibilità ti invito a stilare un elenco digitale dei preti pedofili nel mondo, consultabile da tutti, così eviti di autografare e benedire pubblicamente sacerdoti che tu stesso avevi condannato.

Ora che Labaky gode della tua benedizione sei tu a sederti sul banco degli imputati per omertà, silenzio e copertura. Ma non eri diventato famoso grazie al tuo motto “Tolleranza zero”? Se facciamo Tolleranza zero meno uno i conti non tornano.

¿Qué pasa Francisco Jorge Bergoglio? Comportamento schizofrenico, demenza senile oppure semplicemente un po’ naïf? Qualunque sia la risposta, il discredito delle vittime è nel tuo mirino a tal punto da autosabotarti a sfavore di decreti di condanna da te firmati. Sintomo di una Chiesa che ormai combatte la sua propria ombra, incapace di trovare una via di uscita perché intrappolata nel clericalismo e nella salvaguardia della propria immagine.

Quante cose si possono nascondere dietro a una semplice foto…

Attendo smentita!

https://www.adista.it/articolo/60908?fbclid=IwAR1D_9HlWnoHSyN4SgS3uEWoVHcjCXI8Rt_DP6oeaBmfeFbkuPJvVpw7dFY

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.