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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » contatto » Un’altra accusa per don Lucio Gatti: violenze e maltrattamenti nelle sue case-accoglienza

Un’altra accusa per don Lucio Gatti: violenze e maltrattamenti nelle sue case-accoglienza

Redazione WebNews by Redazione WebNews
2 Novembre 2017
in Umbria
Reading Time: 3 mins read
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“A 12 anni, io sfruttato e abusato”. La querela di un ex-ospite infanga il nome delle comunità umbre.

Una nuova e terribile accusa pesa sulle spalle di don Lucio Gatti che, fino a poco tempo fa, gestiva il centro Caritas di san Fatucchio, nel perugino. Già nel gennaio del 2014, il parroco ha patteggiato due anni con pena sospesa per molestie sessuali ai danni di alcuni giovani ospiti nelle comunità da lui seguite; ora, il racconto choc dell’ennesima presunta violenza, cristallizzata in una querela depositata in procura dal legale del soggetto coinvolto, l’avvocato Cristiano Baroni di Rete l’Abuso. Il giovane ripercorre, attraverso il dettagliato racconto che ha esposto davanti alle Forze dell’Ordine, il calvario vissuto all’interno delle comunità, ad appena 12 anni; molestie sessuali e sfruttamento lavorativo avrebbero scandito non solo la sua vita, ma anche le interminabili e dolorose giornate di tutti gli altri ospiti.

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Secondo la testimonianza del giovane, le violenze e lo sfruttamento sarebbero state la norma nelle strutture di accoglienza del prete umbro; raccolte nero su bianco, chi narra è ancora un ragazzino all’epoca dei fatti. E’ il 2004, infatti, quando don Lucio pare gli metta per la prima volta occhi e mani addosso: i servizi sociali, su richiesta della madre del giovane, si sono appena accordati con la san Fatucchio per inserirlo in comunità. All’inizio, si parla solo di periodo scolastico, e tutto pare filare liscio; nel 2008, però, quando l’ospite ha già 16 anni, viene trasferito nella casa-accoglienza della parrocchia di santa Maria Maddalena, a Cenerente, il cui parroco era proprio don Lucio che lo accoglie nonostante quella sia una comunità di persone adulte, non riservata ai minori e composta prevalentemente da tossicodipendenti, elementi con disturbi psichiatrici e problemi giudiziari.

“Qui, ognuno ha l’obbligato a condividere tutto, anche gli indumenti intimi” viene spiegato al ragazzo e lui, controvoglia, ubbidisce. Ubbidisce anche quando gli vendono imposti gli orari cadenzati della giornata. Delle giornate: tutte uguali. “Lavori pesanti” denuncia il giovane, ormai 25enne “che andavano da quelli di muratura per manutentare l’edificio della casa-famiglia, alla raccolta delle olive, fino al facchinaggio pesante”. Tutti lavori che occupavano, indistintamente, maggiorenni e minorenni, per non parlare della totale assenza dei ben che minimi requisiti di sicurezza e senza alcun tipo di protezione idonea. “E poi, c’era la preghiera: obbligatoria.” continua l’ospite “Dalle 18.30 alle 19.30 avevamo una pausa per lavarci poi dovevamo dedicarsi, dalle 19.30 alle 20 a sessioni di preghiera. Dopo c’era la cena e non si andava a letto prima delle 23: prima, però eravamo sempre sottoposti a urla, insulti e prediche”. Nella denuncia del ragazzo, anche pochi i contatti con la madre, sempre estremamente limitati nel corso della sua lunga permanenza all’interno delle comunità; fra gli ospiti, racconta sempre il nostro contatto, ormai adulto, pare ci sia stato anche chi gli avrebbe consigliato di “stare attento”.

Don Lucio è considerato da molti soggetti di San Fatucchio come una guida, un fratello; per il nostro giovane, un padre premuroso. Quando viene selezionato, lui e pochi altri ragazzi, per entrare a far parte di una squadra addetta alle pulizie in parrocchia, lui ne è entusiasta; è il suo momento per avere un poco più di libertà e per dimostrare il suo valore, propri agli occhi del sacerdote. Ma proprio quel padre, sempre secondo la querela depositata in Procura, lo avrebbe invitato a sdraiarsi con lui sul letto e poi lo avrebbe palpeggiato nelle parti intime; inoltre, un altro ragazzo ospite della comunità avrebbe abusato di lui, solo qualche mese più tardi. Il giovane, quindi, racconta di vari spostamenti nelle strutture fra Spoleto a Foligno, avvenuti senza motivi apparenti e sempre con grande rapidità; nella sua ultima casa-accoglienza, arrivato distrutto e turbato dagli eventi, il ragazzo sarebbe stato sedato per mano dei responsabili della struttura che gli avrebbero somministrato dei farmaci calmanti contro la sua volontà.

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http://www.periodicodaily.com/2017/11/02/unaltra-accusa-per-don-lucio-gatti-violenze-e-maltrattamenti-nelle-sue-case-accoglienza/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.