Già sott’inchiesta per pedofilia ma confessava

In mezzo ai bambini fino a marzo dell’anno scorso, il prete accusato di pedofilia dall’inchiesta della Procura di Lecce e dalla telefonata pubblicata integralmente dal sito Retel’abuso.it. Quel sacerdote alla soglia dei 70 anni venne chiamato in una parrocchia del Nord Salento per confessare i bambini in procinto di prendere la prima comunione. Erano in tanti ad approcciarsi al sacramento dell’Eucarestia e per questo c’era bisogno di altri confessori per ascoltare quelle anime pure.
E’ uno dei risvolti che sta facendo emergere il queste ore il tam tam mediatico su quel prelato scatenato soprattutto dalla pubblicazione della telefonata di 12 minuti con un ex parrocchiano. Quell’uomo che oggi ha 40 anni e che ha presentato la denuncia in Procura che ha dato vita all’inchiesta penale sulla quale pende la prescrizione, trattandosi di fatti – comunque da accertare – risalenti a 30 anni fa.
Quella telefonata è nel fascicolo della Procura. Anche perché contiene quelle che sembrano ammissioni senza alcuna remora sulle attenzioni morbose avute all’epoca per quel parrocchiano da quando aveva 9 anni fino ai 16 anni, come ha poi denunciato l’interlocutore. Cose normali – il messaggio che cerca di fare passare il prelato in quella telefonata – come se gli abusi sui ragazzini costituissero un percorso obbligatorio della crescita: «Lo so mena, poi lo superiamo. Vedrai non vuoi che le superiamo. Il vescovo sa di me, vai a parlargli, tu mi devi scusare e mi devi perdonare. Basta che mi perdoni. Questo mi interessa. Dì quello che eventualmente ti ho fatto, che ti ho scandalizzato». Poi passa al dialetto, il prete. Probabilmente per rendere più colloquiale il concetto: «Ma tutti simu stati scandalizzati a quell’età, nu te pensare. Io prego sempre per te».
Un colloquio che risale al 2016, quando il sacerdote venne a sapere che il ragazzino oggetto delle sue attenzioni a sondo sessuale, stava per sposarsi. Gli chiede l’Iban, per fargli un regalo in denaro. E lo invita anche a pranzo con il fratello. E se per lui sembra tutto normale, tutto superato, la reazione dell’interlocutore non è altrettanto cordiale. O forzatamente cordiale: per prima cosa gli chiede il perché di quegli abusi, quando era un bambino. La risposta è una ammissione: «E’ stata la natura, è stata una debolezza. Ma io ti ho voluto sempre bene. Mica ti ho fatto del male, mica ti ho violentato».
Il risveglio del passato volutamente rimosso, nel 2016. Poi il ritorno in parrocchia l’anno scorso. E fu subito allontanato con una telefonata che gli comunicò la volontà del vescovo Domenico D’Ambrosio: sospensione a divinis, ossia divieto di concelebrare l’eucarestia e gli altri sacramenti. Provvedimento preso appena avviata l’inchiesta penale.
In tempi più recenti monsignor Michele Seccia lo ha confinato in un monastero, in attesa che la Procura e la stessa Curia accertino le accuse di pedofilia.

https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/gia_sott_inchiesta_per_pedofilia_ma_confessava-4334582.html

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