Preti con figli, il cardinale Stella: lascino il loro stato per il bene dei bambini

Il prefetto della Congregazione del Clero spiega le linee guida del Dicastero applicate nei casi dei preti di rito latino che hanno prole: «Il celibato non è in discussione»

SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO
«Il bene dei bambini». Per la Santa Sede è questo il criterio principale da seguire nei casi dei preti di rito latino con figli. Lo dice il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione del Clero, che – intervistato dal direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli, per L’Osservatore Romano – conferma l’esistenza di linee guida della Chiesa per i casi in cui un prete rompa il voto del celibato e, dal rapporto sessuale, nascano bambini.

L’esistenza di queste indicazioni era stata resa nota nelle scorse settimane dallo psicoterapeuta Vincent Doyle, che dopo aver scoperto da adulto di essere figlio di un parroco irlandese, ha fondato l’associazione “Coping International” per la difesa dei diritti dei figli di sacerdoti cattolici. Obiettivo di Doyle è far «uscire dall’anonimato» e aiutare psicologicamente «le tante persone nate da una relazione fra una donna e un prete» in varie parti del mondo. Lo psicoterapeuta irlandese in recenti interviste sui media parlava di un documento della Congregazione per il Clero – un documento “tecnico” di uso interno, impropriamente definito «segreto» – riguardante l’atteggiamento da tenere in questi casi di cui lui era a conoscenza dal 2017. La notizia era stata rilanciata poi dal New York Times e confermata dal direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti.

Oggi è Stella, responsabile in Curia del Dicastero che si occupa di sacerdoti, ad affrontare con grande trasparenza e dovizia di particolari un tema spinoso, rimasto per lungo tempo un tabù. Soprattutto in passato, tanto che le conseguenze ricadevano sugli stessi bambini che crescevano senza un padre conosciuto e riconosciuto.

Il cardinale spiega che il Dicastero segue «una prassi» fin dai tempi in cui era prefetto il cardinale Claudio Hummes – da una decina di anni – il quale per primo aveva portato all’attenzione del Papa di allora, Benedetto XVI, «i casi di sacerdoti minori di 40 anni con prole, proponendo di far loro ottenere la dispensa senza attendere il compimento del quarantesimo anno come previsto dalle norme di quel tempo».

Una tale decisione aveva allora e ha tuttora «come obiettivo principale quello di salvaguardare il bene della prole, il diritto cioè dei bambini ad avere accanto a sé un padre oltre che una madre». Anche Papa Francesco, che già si era espresso in questo senso da arcivescovo di Buenos Aires nel famoso dialogo col rabbino Abraham Skorka pubblicato nel libro “Il cielo e la terra” , è stato categorico: «L’attenzione prioritaria da parte del sacerdote deve essere nei riguardi della prole».

E per «attenzione», spiega Stella, «non ci si riferisce soltanto al pur necessario sostentamento economico. Ciò che deve accompagnare la crescita di un figlio è soprattutto l’affetto dei genitori, una adeguata educazione, di fatto tutto ciò che comporta un effettivo e responsabile esercizio della paternità, soprattutto nei primi anni della vita».

Il porporato spiega che «una situazione di questo genere è considerata “irreversibile” e richiede che il sacerdote abbandoni lo stato clericale anche qualora egli si ritenga idoneo al ministero. Un calcolo approssimativo sulle richieste di dispensa fa emergere che circa 1’80% di queste comporta la presenza di prole, benché spesso concepita dopo l’abbandono del ministero stesso».

Un caso del genere viene trattato, di fatto, «come una causa praticamente “automatica” per una presentazione celere del caso al Santo Padre ai fini della concessione della dispensa stessa», spiega ancora il cardinale. «Si cerca dunque di fare il possibile perché la dispensa dagli obblighi dello stato clericale sia ottenuta nel più breve tempo possibile – un paio di mesi – così che il prete possa rendersi disponibile accanto alla madre nel seguire la prole».

Capita però che vescovi e superiori religiosi presentino a volte la situazione di sacerdoti che non intendono chiedere la dispensa, anche di fronte alla presenza di figli, soprattutto quando è cessata la relazione con la madre. «In tali casi – spiega Stella – ci sono, purtroppo, vescovi e superiori i quali pensano che, dopo aver sistemato economicamente la prole, o dopo aver trasferito il sacerdote, il chierico possa continuare a esercitare il ministero. Le incertezze in questa materia, quindi, nascono dalla resistenza dei sacerdoti a chiedere la dispensa, dall’assenza di una relazione affettiva con la donna e a volte dal desiderio di alcuni ordinari di offrire al sacerdote pentito e ravveduto una nuova opportunità ministeriale».

Quando «la situazione richiede che il sacerdote si faccia carico delle responsabilità derivanti dalla paternità, ma non vuole chiedere la dispensa, il caso viene presentato alla Congregazione per la dimissione del chierico dallo stato clericale».

Di fondo c’è sempre una certezza: che «un figlio è sempre un dono di Dio, comunque sia stato generato», evidenzia il cardinale. La perdita dello stato clericale non deve dunque risultare come una “punizione” ma «si dà perché la responsabilità genitoriale crea una serie di obblighi permanenti che nella legislazione della Chiesa latina non prevedono l’esercizio del ministero sacerdotale».

Ogni caso è comunque specifico e va esaminato nel merito, chiarisce il capo Dicastero, «le eccezioni sono in realtà molto rare». Ad esempio ci può essere «un neonato, figlio di un sacerdote, che per determinate situazioni entra a far parte di una famiglia già consolidata, in cui un altro genitore assume nei suoi confronti il ruolo di padre». Oppure, quando si tratta di sacerdoti avanti con gli anni, di «figli in età già “matura”, di 20-30 anni». O ancora «preti che hanno avuto in gioventù dolorose vicende affettive e che hanno poi provveduto ai figli con accompagnamento economico, morale e spirituale, e oggi esercitano il loro ministero con zelo e impegno, dopo aver superato le fragilità affettive precedenti».

In queste situazioni, la Congregazione per il Clero «non obbliga i vescovi a invitare i preti a chiedere la dispensa. Si tratta, mi pare, di casi in cui il Dicastero consiglia un più flessibile discernimento all’interno di una prassi e di linee guida rigorose per la Congregazione».

Stella infine, interpellato da Tornielli a riguardo, risponde anche a quanti affermano che la presenza di figli dei preti sia uno spunto per introdurre il celibato facoltativo per i sacerdoti della Chiesa latina. Il giudizio del cardinale è netto: «Il fatto che alcuni preti abbiano vissuto delle relazioni e abbiano messo al mondo dei figli non tocca il tema del celibato sacerdotale che rappresenta un dono prezioso per la Chiesa latina, sul cui valore sempre attuale si sono espressi gli ultimi Pontefici, da san Paolo VI fino a Papa Francesco. Così come l’esistenza di casi di abbandono del tetto coniugale e della prole ovviamente non tocca il valore sempre attuale del matrimonio cristiano. L’importante – conclude il porporato – è che il sacerdote di fronte a questa realtà sia in grado di comprendere qual è la sua responsabilità di fronte al figlio: il suo bene e la sua cura devono essere al centro dell’attenzione della Chiesa perché non manchino alla prole non soltanto il necessario per vivere, ma soprattutto il ruolo educativo e l’affetto di un padre».

https://www.lastampa.it/2019/02/27/vaticaninsider/preti-con-figli-il-cardinale-stella-lascino-il-loro-stato-per-il-bene-dei-bambini-3D4yLaymkLpESgYgR6R4xJ/pagina.html

Advertisements