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Pedofilia del clero in Italia: il vero problema sono I vescovi. Documento del movimento Noi Siamo Chiesa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
25 Settembre 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 9 mins read
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“Noi Siamo Chiesa”, con l’allegato documento, dà un contributo, dalla base della Chiesa cattolica, sul problema della pedofilia del clero nel nostro paese, rispondendo alla richiesta di papa Francesco di attivarsi contenuta nella sua  “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto.

“Noi Siamo Chiesa” ritiene che i vescovi italiani siano gravemente responsabili per una situazione diversa da tutte le altre dove il problema è esploso e dove delle iniziative sono state prese nella Chiesa. I vescovi in Italia infatti non riconoscono il fenomeno nella sua gravità e non organizzano quanto dovrebbero fare da subito (monitoraggio della situazione, interventi a favore delle vittime ed autorità indipendenti per il loro ascolto, atti penitenziali collettivi, modifiche alle regole che si sono date che tengono a proteggere il sistema ecclesiastico e a non prevedono l’obbligo di denuncia alla magistratura).

Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI , che si riunisce lunedì,dovrebbe prendere decisioni urgenti per dare una svolta radicale alla linea tenuta fino ad ora. Un gruppo di lavoro sul problema, interno alla CEI e costituito un anno fa, non può essere considerato in alcun modo un intervento significativo e sufficiente.

“Noi Siamo Chiesa” propone che in ognuna delle forme di intervento auspicate sia garantita una presenza femminile paritetica a quella maschile.

Roma, 21 settembre 2018                                                                          NOI SIAMO CHIESA

  1. Oggi don Mauro Galli, della diocesi di Milano, è stato condannato a sei anni e quattro mesi

 

Rispondiamo alla “Lettera al Popolo di Dio” di papa Francesco:  il vero problema sono i vescovi per quello che pervicacemente si ostinano a non fare.

Siamo in ritardo nelle azioni e sanzioni necessarie sulla questione della pedofilia del clero, ha detto papa Francesco nella sua “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto. Ora “ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale  di cui abbiamo tanto bisogno”. Prendiamo in parola questo insolito appello e cerchiamo di dire pane al pane e vino al vino su una  questione sulla quale la base cattolica non può che interloquire con le  strutture del potere ecclesiastico, perché sono esse, ed esse sole, le responsabili della situazione. Ci sembra che quanto ha detto Gesù sullo scandalo ai  piccoli (Mt 18,6)  è ancora  scritto  nel Vangelo!

Diamo per  ben conosciute le informazioni e gli interventi di ogni tipo che hanno percorso e scosso l’universo cattolico da tempo, ma particolarmente in queste ultime settimane.

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Quello che i vescovi italiani non hanno fatto fino ad ora:

  • non hanno voluto riconoscere la gravità  della situazione anche nel nostro paese ed hanno continuato a prendere tempo, usando in troppe occasioni solo belle parole. Nel 2002 la CEI definiva il fenomeno “talmente minoritario da non meritare un’attenzione specifica”. Poi si parlò anche di “complotto laicista”! Da allora ogni decisione è stata presa al traino degli input del Vaticano, a partire dalle “Linee Guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” del 2012 (1). Tutto ciò ha portato alla logica de “il problema non è grave come altrove” e, comunque, “il vescovo è il supremo responsabile in ogni diocesi” scaricando così la questione o sul Vaticano o sul singolo  Tra le campagne organizzate dalla CEI in questi anni su tante questioni (unioni civili, testamento biologico, legge 40 ecc…) è mancata quella nei confronti dei preti pedofili; è sempre passata la linea di un facile giustificazionismo intrecciato con la logica, non evangelica, della difesa  dell’istituzione.
  • non hanno organizzato un monitoraggio continuativo e sistematico della situazione, caso unico in tutta Europa. A domanda Mons. Galantino ha candidamente confessato che la CEI non ha dati generali e ha invitato a documentarsi dalla stampa d’informazione.
  • non hanno mai pensato ad alcun intervento a favore delle vittime. Ad esse tutti i testi della CEI dedicano solo poche generiche parole. A scanso di possibili rischi (per timore della magistratura) il comma 2 del punto 6 delle citate Linee Guida recita “Nessuna responsabilità diretta od indiretta per gli eventuali abusi sussiste in capo alla S. Sede o alla CEI”. Ci si riferisce  con tutta evidenza a possibili rivendicazioni di tipo patrimoniale (2). Neanche lontanamente si è pensato ad interventi di tipo economico  e neppure ad aiuti, nelle forme opportune,  di tipo psicologico o di assistenza spirituale a favore di soggetti che hanno subito danni gravi le cui conseguenze, in genere, durano per decenni.   
  • non si rendono conto che le Linee Guida da loro approvate nel 2012 (e corrette nel 2014 dopo le osservazioni critiche del Vaticano) sostanzialmente difendono solo la loro casta clericale perché: non prevedono l’istituzione di strutture di accoglienza e di ascolto delle vittime che interagiscano col vescovo e con la magistratura. L’hanno fatto solo la diocesi di Bolzano nel 2010 e, in questi giorni, i vescovi dell’Emilia Romagna (3) ; non prevedono alcun intervento per controllare (od aiutare se del caso) il comportamento dei   226 vescovi; si appellano a  discutibili  norme di tutela  (codice di procedura penale, Concordato del 1984 e diritto canonico) (4) per blindare qualsiasi intervento esterno per ottenere dai vescovi e  dagli uffici dei vescovi informazioni o documenti (negli altri paesi la situazione è ben diversa); ricordano che il vescovo non ha l’obbligo giuridico di denuncia alla magistratura del prete pedofilo “salvo il dovere morale di contribuire al bene comune” (5). Una tale espressione appare risibile in sé per la sua genericità e  per la sua  inconsistenza ma soprattutto se confrontata col generale disinteresse per gli interessi generali della collettività (e per le vittime) dimostrato fino ad ora dalla scelta di dare sempre priorità alla copertura del prete pedofilo praticata in modo generalizzato dai vescovi italiani (6). L’assenza dell’obbligo giuridico dovrebbe essere sostituito da una, non ambigua, decisione dell’assemblea della CEI che obblighi i vescovi alla denuncia alla magistratura.
  • Non hanno mai preso in considerazione la necessità “dell’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno” come ha chiesto papa Francesco per espiare come “santo Popolo di Dio” il peccato di alcuni dei suoi membri in modo comunitario. In altri paesi ciò è stato già fatto in molte sedi ed occasioni (7).

Quello che i vescovi potrebbero fare subito,  entro tre mesi

Di fronte al riemergere ed all’aggravarsi del problema e dopo la “Lettera”  del papa del 20 agosto, dopo le informazioni dalla Pennsylvania, dalla Germania, dall’Olanda (e altre sono preannunciate) i vescovi dovrebbero condividere quello che ha suggerito il Padre Hans Zollner S.J. (responsabile del “Centro per la protezione dei minori” dell’Università Gregoriana) nell’intervista al “Corriere della Sera” del 22 agosto: “la Chiesa italiana capisca che rischiare una brutta figura adesso è meglio che farla tra qualche anno ed essere travolti dagli scandali” (8). Di conseguenza riteniamo doveroso che la CEI (a partire dal suo Consiglio Episcopale Permanente che si riunisce settimana prossima) faccia scelte operative sulla base dei punti sopraesposti in modo che gli interventi concreti ( monitoraggio, atti penitenziali, referenti per le vittime, riscrittura completa della Linee Guida ecc… ) possano essere tutti realizzati o in fase di realizzazione entro un anno. All’avvio della  sua presidenza della CEI il Card. Bassetti usò espressioni nuove, parlò di una Chiesa “un po’ pigra”, dalla “mentalità clericale”, “di laici cattolici che hanno molto da dire e da offrire al paese”. Le sue buone intenzioni sono state già neutralizzate od assorbite?

Cosa si fa nel mondo

I vescovi  dovrebbero  conoscere tutti i tentativi, in genere meritori, che tanti episcopati hanno organizzato negli ultimi  anni sul problema della pedofilia. Non c’è da vergognarsi nel fare tesoro delle esperienze altrui in situazioni simili o identiche perché –ce ne  accorgiamo ora- è stato generalizzato nella struttura ecclesiastica nel mondo  il sistema della copertura della pedofilia del clero (quasi una procedura standard, un atto dovuto). Esiste poi  il già citato “Centre for Child Protection” dell’Università Gregoriana, è quanto di meglio si possa trovare, ha già fatto incontri di riflessione e proposte al massimo livello italiano e internazionale. Bisogna poi sapere che le vittime sono riuscite ad organizzarsi. Da anni, a partire dagli USA, esiste il Survivor’s Network of Abused by Priests (SNAP). Si è  costituito l’anno scorso in giugno l’ Ending Clergy Abuse (ECA), coordinamento mondiale delle vittime, che ha concluso un incontro a Berlino questo 16 settembre e che interloquisce con l’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani, che, a sua volta, ha aperto un’inchiesta sulla situazione italiana che sarà resa pubblica in gennaio. In Italia il sito www.reteabuso.org ha una forte caratterizzazione antagonistica; la sua documentazione e le sue denunce non possono però essere ignorate od archiviate sulla base del fatto che esso è fortemente  anticlericale.

Basta un gruppo di lavoro che non si occupa del problema principale ed urgente?

I vescovi non dovrebbero considerare in alcun modo soddisfatto il loro impegno sulla  questione della pedofilia del clero  con una ovvia e generica adesione alla “Lettera” del papa di agosto e con quanto sta facendo il Gruppo di lavoro istituito nel settembre 2017 dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI e presieduto dal vescovo di Ravenna Mons.  Lorenzo Ghizzoni . Esso, per i pochi nomi conosciuti (9), è costituito da membri degli uffici centrali della CEI e  da esperti non indicati; non si ha notizie della presenza di vittime degli abusi (Galantino aveva assicurato che ci sarebbero state). Il gruppo di lavoro deve occuparsi solo di formazione e di  prevenzione, fornendo supporto alle diocesi. Ghizzoni (Avvenire del 23 agosto) ha parlato di una bozza di documento già elaborata da sottoporre poi a diverse fasi di discussione e di deliberazione (10). A prescindere dal modo di procedere (tutto interno, quasi clandestino) l’impegno nella formazione  è di lungo periodo, va fatto ovviamente ma presuppone, per essere credibile, una precedente radicale scelta di pulizia e di purificazione che riguardi il passato e che allontani il sospetto che questo Gruppo di lavoro sia soprattutto un modo informale  per prendere tempo, per darsi una qualche immagine (anche presso il Vaticano) senza mettere- come si usa dire- i piedi nel piatto. Non si pensi e non si dica che la CEI fa il suo dovere perché esiste questo nebuloso gruppo di lavoro! La prima formazione da fare, il primo vero ed efficace messaggio per seminaristi, educatori, preti e vescovi è quello di scoperchiare il mondo clericale di cui ha parlato il papa con azioni concrete riconoscendo che il problema, dopo quello degli abusi concreti  da parte dei preti, è costituito dall’ignavia e dal silenzio dai vescovi.

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La presenza femminile

Infine, la questione dei preti pedofili non può essere posta come tutta interna a uomini maschi ed adulti, siano essi quelli che costituiscono il problema siano, invece, quelli che lo vogliono affrontare  correttamente. I soggetti deboli, anche per la minore età , sottoposti, non solo agli abusi sessuali ma anche a quelli “di potere e di coscienza” di cui ha parlato il papa dovrebbero incontrare  il volto femminile della Chiesa. In ogni forma di intervento tra quelle ipotizzate ci sia una presenza femminile, almeno paritetica con quella maschile, selezionata non in modo clericale ma in base alla capacità  di affrontare  queste  questioni  con la sapienza del cuore, come diceva papa Giovanni, e senza le preoccupazioni di tutelare il sistema ecclesiastico.

Sentendoci, nel nostro piccolo, espressione di quel Popolo di Dio a cui si è rivolto papa Francesco invitando a farsi carico della grave questione perché “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (I Cor. 12,26)” pensiamo che le nostre considerazioni e proposte debbano fare  parte   degli orientamenti che la nostra Chiesa  dovrebbe assumere senza indugi.

Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

(1) Mons. Charles J. Scicluna, uomo di fiducia del papa sul problema della pedofilia, dal 2010 in poi è intervenuto più volte dicendo “Vedo ancora troppo diffusa nella chiesa italiana la cultura del silenzio”.

(2) Altrove la situazione è ben diversa sotto molti aspetti. Per esempio, proprio in questi giorni la Conferenza episcopale svizzera ha stanziato 800.000 franchi  a favore delle vittime di abusi prescritti.

(3) Essi istituiranno in ognuna  delle quindici diocesi una équipe, composta prevalentemente da professionisti laici, appositamente formati, che si occuperà della prevenzione degli abusi e dell’educazione necessaria ad arginare una piaga che mina la credibilità delle istituzioni ecclesiali. Queste équipes raccoglieranno anche denunce su casi sospetti di pedofilia perpetrati da preti, religiosi e laici impegnati nella pastorale.

(4) Il comma 4 dell’art. 4 del Concordato del 1984  riprende  integralmente il testo dell’art. 7 del  Concordato del 1929,  che dice: «gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.” In questo modo si garantisce la completa  separazione ed indipendenza dell’ordinamento canonico.

(5) Questa frase,  insignificante da una parte e “furba” dall’altra, fu aggiunta dalla CEI  alle Linee Guida nel marzo 2014 a seguito delle osservazioni critiche su questo punto espresse dal Vaticano che però chiedevano ben altro.

(6) In una famosa intervista al “Giornale” dell’1-4-2010 il p.m. di Milano Pietro Forno, competente sui reati sessuali,  ha detto : “«Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai arrivata una sola denuncia, né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti e questo è un po’ strano». Forno aveva spiegato che «la lista dei sacerdoti inquisiti per reati sessuali non è corta», ma in nessun caso la denuncia è partita dall’ambiente ecclesiastico, bensì dai familiari delle vittime «dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa e questa non ha fatto assolutamente niente». Una tale affermazione, mai contraddetta, è una vera e propria condanna senza appello della struttura ecclesiastica.

(7) Tra quanto a nostra conoscenza: la Giornata di digiuno e preghiera dei vescovi francesi il 7 novembre 2016 a Lourdes, un triduo simile dei vescovi del Sud Africa nel dicembre 2016 e, particolarmente toccante, la funzione penitenziale dei vescovi svizzeri a Sion, sempre nel dicembre dello stesso anno.

(8) Zollner continua “Mi preme di dire che l’Italia non ha ancora vissuto un momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere per quanto riguarda il passato” e ancora “Mi auguro che le ultime settimane , con tante notizie sconvolgenti, abbiano aperto gli occhi e  il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in questa chiamata del Signore a tutto il Popolo di Dio”.

(9) Tra chi partecipa al gruppo di lavoro l’unico nome di donna segnalatoci è quello di Anna Deodato. Da quello che sappiamo, sarà importante il suo contributo per il suo approfondimento del problema delle violenze nei confronti delle donne, soprattutto di quelle consacrate.

(10) Se testi devono essere scritti, dopo aver rifatto le Linee Guida in vigore, suggeriamo un testo vincolante in cui ci si occupi solo delle vittime e in cui si preveda che esse siano riconosciute, ascoltate, difese, assistite e anche indennizzate (per quanto ciò possa servire).

Roma,  21 settembre 2018                                                   NOI SIAMO CHIESA

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.