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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » cardinale » Una lettera mette nei guai il Papa: nel 2015 una vittima gli avrebbe portato prove contro il vescovo insabbiatore Barros

Una lettera mette nei guai il Papa: nel 2015 una vittima gli avrebbe portato prove contro il vescovo insabbiatore Barros

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Febbraio 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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di Franca Giansoldati
Città del Vaticano – Quando si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Spunta ora una lettera che di fatto smentisce Papa Francesco sul caso della pedofilia cilena e sulle coperture dei vescovi. La lettera in questione, anticipata dalla Ap,  fu messa nelle mani del cardinale Sean O’Malley, presidente della Commissione per la Tutela dei Minori, e da questi consegnata al Papa. Porta la firma di una delle vittime e spiegava al Papa, fatti alla mano, che il vescovo Barros era un insabbiatore, un ‘encubridor’, di fatto un complice di padre Karadima (un prete pedofilo) e che per questo doveva essere dimesso.

Fino alla scorsa settimana Papa Bergoglio ha continuato a difendere Barros, dicendo che occorrevano delle prove, senza però fare mai menzione alla lettera che gli era stata consegnata da O’Malley. Solo la scorsa settimana Francesco ha fatto retromarcia annunciando di volere andare in fondo con le indagini e mandando in Cile un suo emissario credibile per raccogliere prove contro Barros.

La notizia della lettera apre nuovi interrogativi sulla gestione degli abusi e su come il vaticano tende ad affrontare la questione dei vescovi insabbiatori. «Il cardinale O’Malley ci disse che aveva consegnato la lettera al Papa. Ecco perché ero tanto sconvolta quando ho visto che il Papa diceva con insistenza che non aveva prove contro Barros» ha commentato Marie Collins, ex membro della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori, dimessasi l’anno scorso dall’incarico per protesta proprio per denunciare le frizioni esistenti all’interno della curia. «Santo Padre, le scrivo perchè sono stanco di lottare, di piangere e di soffrire».

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La lettera scritta da Juan Cruz è in spagnolo. «La nostra storia è ben conosciuta e non c’è bisogno di ripeterla, anche se vorrei dirle delk’orrore che abbiamo vissuto. Un orrore che mi ha ucciso dentro». La vittima poi esponeva sommariamente i fatti, le famose ‘evidenze’ che il Papa chiedeva alle vittime per essere credute, in questo caso il fatto che il vescovo Barros fosse presente nella stessa stanza mentre era in corso un abuso.

E dire che Papa Francesco nel 2015 aveva stabilito il reato canonico di ‘abuso d’ufficio episcopale’ per i pastori che non davano seguito ai casi di denuncia di violenze sui minori, prevedendo l’istituzione di una apposita sezione giudiziaria per i vescovi in seno alla Congregazione per la Dottrina della fede che però non ha mai preso il volo. Ad un tratto, l’orientamento operativo è stato come depotenziato.

Per questo motivo, poco dopo, si sono dimessi dalla Commissione per la Tutela dei Minori due membri (due ex vittime) per denunciare il muro di gomma curiale. E dire che la decisione del Papa era stata persino ratificata dal Consiglio dei nove cardinali, il cosiddetto C9. La decisione del tribunale dei vescovi era stato salutata dall’allora portavoce vaticano, padre Lombardi, con toni enfatici, sostenendo che era coerente con la linea della accountability’, della assunzione di responsabilità, dei vescovi.

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Il Papa aveva anche previsto  «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle presenti proposte e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia». Da allora la faccenda è caduta nel dimenticatoio. Salvo di essere ripescata davanti al caso Barros e alla questione, stavolta tutta italiana, del prete abusatore di Ponticelli, a Napoli. Anche in questo caso la Congregazione della Dottrina della Fede ha provveduto ad archiviare un caso emblematico in base alla documentazione ricevuta dalla curia di Napoli. Peccato che successivamente alla archiviazione vaticana sia spuntata una seconda vittima, un altro ex ragazzino finito nelle fauci dello stesso prete di Ponticelli, gettando una luce inquietante sui sistemi previsti per punire i preti pedofili.

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_vittima_abusi_barros_cile_sepe_napoli_prete_pedofilo_lettera_o_malley-3529499.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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