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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Caso Barros, il garantismo di Bergoglio offende le vittime di abusi sessuali (parte 5)

Caso Barros, il garantismo di Bergoglio offende le vittime di abusi sessuali (parte 5)

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Gennaio 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Chi è monsignor Juan Barros Madrid? Ex seminarista di Karadima (qui), è stato nominato da Bergoglio, nel 2015, vescovo di Osorno (Cile), dopo aver lavorato a fianco del prete pedofilo per oltre venticinque anni. Secondo le testimonianze di alcune vittime, Barros era a conoscenza delle violenze perpetrate da padre Karadima, fra gli anni 1980-1995, e avrebbe fatto di tutto per coprirle. Addirittura Juan Carlos Cruz, fra le vittime di Karadima, sostiene che almeno in un’occasione Barros abbia assistito agli abusi sessuali e ciononostante abbia continuato ad organizzare manifestazioni pubbliche per difendere il suo maestro dalle accuse. L’inchiesta penale della procura di Santiago si aprì nel 2010 e si richiuse velocemente per prescrizione dei reati nel 2011, senza che le vittime venissero ascoltate. La sentenza comunque determinò la colpevolezza di Karadima, in quanto i fatti avvennero realmente.

Di fronte alla nomina di Barros a vescovo di Osorno, i fedeli della città, le associazioni religiose e alcuni parlamentari hanno chiesto al Vaticano di ritirare l’“imbarazzante candidatura”. 50 deputati hanno firmato una petizione in cui chiedevano al papa di ripensare alla sua decisione. Niente da fare: il 21 marzo 2015, Barros celebra la sua prima messa da nuovo vescovo.

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Il sostegno del papa

Le polemiche di questi giorni nascono dalla difesa ad oltranza del vescovo da parte di Bergoglio, il quale, lo scorso giovedì a Iquique, ha risposto alla domanda di una cronista locale in modo perentorio, affermando di essere disposto a valutare “prove” su Barros, qualora gli venissero presentate. Ma fino a quel momento considererà calunnie le accuse rivolte al vescovo, da lui stesso nominato, concludendo la breve risposta con un “chiaro?” piuttosto seccato.

Durante il volo da Lima, di ritorno a Roma, Bergoglio è tornato sulle sue dichiarazioni, chiedendo scusa a tutte le persone abusate, offese dal termine “prove”, aggiungendo che voleva parlare di “evidenze”, proprio perché molta gente abusata le prove non le ha e non può averle. «Per quanto riguarda il caso Barros l’ho fatto studiare, investigare. Davvero non ci sono evidenze di colpevolezza. Chiedo che vi siano delle evidenze per cambiare la mia posizione».

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Peccato che il breve e scostante intervento del papa riguardo al caso Barros non sia il primo. Nel maggio 2015, infatti, durante un incontro in piazza San Pietro, un corista cileno disse a papa Francesco che la Chiesa cilena stava “soffrendo” a causa della nomina. La risposta del papa – in seguito alla quale non fu fornita alcuna ulteriore spiegazione – fu piuttosto esaustiva ed emblematica, probabilmente perché non poteva immaginare di essere registrato dall’iPad di un turista argentino. «È una Chiesa che ha perso la libertà perché si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio. Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa. Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. Osorno soffre, certo, perché è stupida. Perché non apre il cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle cretinate che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare confusione, che cercano di calunniare». (Lussuria, di Emiliano Fittipaldi).

Anche in questo caso Bergoglio sarebbe in grado di giustificarsi rettificando l’utilizzo di qualche termine improprio?

A cosa serve la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (qui), se le testimonianze delle vittime vengono nascoste, insabbiate o sminuite, anziché essere considerate “evidenze” ed essere ulteriormente avvalorate da seri procedimenti investigativi sui fatti denunciati? Perché le denunce alle autorità civili ed ecclesiastiche non costituiscono, per Bergoglio, delle evidenze? D’altronde,durante il processo penale, un sacerdote ha testimoniato di aver ammonito Karadima per le sue azioni proprio in presenza di Barros, agli inizi degli anni ‘80. Ovviamente il vescovo di Osorno ha negato ogni addebito a suo carico, dichiarando di non aver mai saputo delle denunce contro Karadima.

Come si può parlare di evidenze quando tutte le testimonianze sono sigillate e nascoste all’interno dei cosiddetti “Procedimenti segreti”, che il Vaticano si rifiuta di consegnare alla Commissione Onu sui diritti dell’infanzia? È sempre l’Onu, inoltre, ad invitare il Vaticano a abbandonare il codice del silenzio – dentro il quale sopravvive – per introdurre nel codice penale l’obbligo di denuncia alle autorità civili.

Il rimprovero del cardinale O’Malley

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L’arcivescovo di Boston, capo della Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori e membro del C9, Sean Patrick O’Malley, non è d’accordo con Bergoglio riguardo le dichiarazioni su Barros, rilasciate a Iquique. «È comprensibile che le parole di Papa Francesco siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero. […] Le parole che trasmettono il messaggio “se non riesci a dimostrare le tue affermazioni, allora non sarai creduto” abbandonano coloro che hanno subito violazioni criminali della loro dignità umana e relegano i sopravvissuti all’esilio e al discredito». Durante il volo da Lima, il papa ha ringraziato pubblicamente il cardinale O’Malley per la sua precisazione, che lo ha aiutato a pensare, dice.

L’imprescindibilità del segreto

A far accapponare la pelle ci ha pensato il cardinale messicano Alberto Suárez Inda, arcivescovo emerito di Morelia, che intervistato dal vaticanista Fabio Marchese Ragona per il suo nuovo libro,Tutti gli uomini di Francesco, ha espressamente dichiarato che la pedofilia nella Chiesa non dovrebbe essere resa pubblica. Infatti, alla domanda: cosa si deve fare se ci si trova davanti a casi di abusi del clero sui minori? Il cardinale ha risposto: «il Papa ci invita alla “tolleranza zero” perché la pedofilia è come un virus, un’epidemia che coinvolge il mondo, non solo la Chiesa. Gli abusi su minori sono questioni molto delicate e io non sono d’accordo nel rendere pubbliche queste vicende. Se ci sono dei casi, vanno subito denunciati secondo le indicazioni della Santa Sede, perché sono dei crimini che vanno contro la dignità degli indifesi e dei più piccoli».

Pedofilia, perché la negazione della grazia del pontefice è una ‘fallacia teologica’

Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

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Le vittime: il silenzio dell’abuso (parte 4)

Vaticano, il lusso di una chiesa povera e missionaria

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https://www.2duerighe.com/attualita/97170-caso-barros-garantismo-bergoglio-offende-le-vittime-abusi-sessuali-parte-5.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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