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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Il cardinale Sepe ha esaurito il ‘mandato’

Il cardinale Sepe ha esaurito il ‘mandato’

Redazione WebNews by Redazione WebNews
20 Febbraio 2017
in Campania
Reading Time: 4 mins read
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SI INTENSIFICANO i venti di tempesta nel cielo della curia di Napoli.
Con una serie di articoli prudenti e documentati i cronisti del Mattino hanno raccontato le vicende dei “festini gay” nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone e in un appartamento del centro storico organizzati dal parroco don Mario D’Orlando con la partecipazione di altri preti e di giovani le cui prestazioni sessuali venivano remunerate con poche decine di euro.
L’elenco delle accuse è contenuto in un dossier anonimo inviato nei primi giorni di gennaio all’abitazione del vescovo ausiliare Lucio Lemmo, braccio destro del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, ed è diventato improvvisamente d’attualità il 18 febbraio grazie a due pagine del Mattino, con richiamo in prima, firmate dalla cronista Maria Chiara Aulisio. Utilizzando una tecnica sperimentata, Sepe ha provato a ignorare la vicenda, poi il 21 febbraio, dopo quattro giorni di cannonate giornalistiche con corsivi tranchant (“Il

Mario D’Orlando (*)
silenzio che non aiuta”), è stato obbligato a prendere posizione annunciando di avere sospeso il parroco di Pizzofalcone. Da osservare che nella nota Sepe non fa il nome del sacerdote e non spiega perché l’ha sospeso; comunica soltanto che il caso è stato affidato al tribunale ecclesiastico e se ne dovrà occupare Erasmo Napolitano, vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico regionale. Ma luce certamente maggiore arriverà dal lavoro della magistratura che ha aperto un’inchiesta per accertare l’eventuale coinvolgimento di minori nei festini organizzati da sacerdoti delle parrocchie del Napoletano.
Problemi seri quindi per Crescenzio Sepe, ma problemi ancora più seri stanno per arrivare dal caso di Diego Esposito (nome di fantasia) violentato a tredici anni da Silverio Mura, il suo insegnante di religione, che dal 2010, quando è stato male e ha raccontato per la prima volta la storia di quattro anni di violenze, prova inutilmente ad avere ascolto da parte dei vertici della chiesa napoletana. Nel 2011 chiede un incontro a Sepe e viene dirottato sul vescovo ausiliare Lucio Lemmo, poi il silenzio.
Tre anni dopo si rivolge a papa Francesco e nel giro di qualche mese la curia arcivescovile di largo Donnaregina è costretta ad avviare un’indagine affidata a padre Luigi Ortagli. Nel maggio 2016 Esposito accetta di sottoporsi a una visita psichiatrica affidata a un medico nominato dalla diocesi e si fa accompagnare da Alfonso Rossi, lo psichiatra che lo assiste da anni. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile
Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare al ragazzo il carico delle responsabilità delle violenze subite”.
Intanto nel giugno del 2016 papa Francesco scrive la lettera apostolica ‘Come una madre amorevole’, diventata legge canonica nello scorso settembre, che
prevede la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti e di fatto favorisce la definizione di un giusto risarcimento per le vittime. L’11 ottobre Esposito, assistito dalla Rete L’Abuso, l’associazione delle vittime dei preti pedofili, e dai suoi legali, scrive al papa ed è la prima denuncia che arriva dopo la lettera apostolica.
La storia di Diego Esposito ritorna all’attenzione dell’opinione pubblica il 6 febbraio con una pagina di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli su Repubblica alla quale la curia replica: dopo l’attività istruttoria la “Congregazione per la dottrina della fede riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale”. Il caso è chiuso.
Ma Sepe si sbaglia. Il 10 febbraio l’avvocato Carlo Grezio, civilista collegato alla Rete L’Abuso, presieduta sin dalla fondazione, nel 2009, dall’elettricista savonese Francesco Zanardi, ha presentato al tribunale civile di Napoli una richiesta di risarcimento danni di oltre un milione di euro nei confronti di Silverio Mura, dell’arcidiocesi di Napoli, di Crescenzio Sepe e del ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca.
Al di là delle decisioni della magistratura, civile e penale, sulle questioni dei festini gay nelle parrocchie e della pedofilia dei sacerdoti della sua arcidiocesi il cardinale di Napoli sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza.Vuole esibire i muscoli e non è in linea con la pietas di papa Bergoglio. Dovrebbe dimettersi.
Il 13 febbraio Repubblica apre la prima pagina con la prefazione firmata dal papa al libro ‘La perdono, padre’ di Daniel Pittet che racconta la sua drammatica esperienza di vittima di un prete pedofilo. Il titolo è: “Come può un prete causare tanto male?”. Queste parole sono una citazione della prefazione che continua: “Come può avere consacrato la sua vita
per condurre i bambini a Dio e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato ‘un sacrificio diabolico’ che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.
Sepe è distante anni luce dalle parole di papa Francesco e a Diego Esposito che chiede innanzitutto comprensione e solidarietà risponde con durezza e ‘violenza’ inaccettabili. Esemplare è il comunicato con cui la curia replica all’articolo di Repubblica del 6 febbraio.
Abbiamo visto che il cardinale nell’annunciare la sospensione del sacerdote coinvolto nei festini gay nella chiesa di Pizzofalcone si guarda bene da farne il nome. Invece nelle trentatré righe della nota di risposta all’articolo di Repubblica cita Diego Esposito otto volte con nome e cognome.
Non c’è pietas e non c’è neanche conoscenza delle leggi della Repubblica italiana. “Le norme sulla privacy – ricorda l’avvocato Gianfranco Iannone che assiste la ‘Rete L’Abuso’ e Diego Esposto – vietano la diffusione di dati sensibili; in particolare gli articoli 167 e successivi del decreto legislativo 196 del 2003 considerano reato la pubblicazione del nome di vittime di abusi sessuali. Nei primi giorni di marzo presenteremo in procura un esposto contro la curia di Napoli”.

(*) Da www.laprimapagina.it

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