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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » Se io fossi una madre

Se io fossi una madre

Redazione WebNews by Redazione WebNews
8 Febbraio 2016
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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di Raffaella Catalano
Gli abusi sessuali sui bambini, la mancata denuncia dell’ex arcivescovo di Palermo e quelle mille domande a cui, disgraziatamente, non saprei rispondere

Se io fossi madre, cercherei di non immaginare mai che mio figlio possa diventare vittima di pedofilia. Sarebbe uno dei miei peggiori incubi. Se fossi madre, meno che mai potrei concepire l’idea che questo abuso il mio bambino lo subisse da chi si fida. Da un sacerdote che conosce da sempre, che lo ha accolto in parrocchia, che lo ha battezzato quand’era appena nato, oppure che lo ha preparato per la prima comunione.

Se fossi madre, saprei però che questi orrori accadono, che così inconcepibili purtroppo non sono. Che bisogna avere mille occhi, mille orecchie e mille sensibilità per cogliere anche i più flebili segnali di allarme, di turbamento. Se fossi madre e, nonostante i sensi in perenne stato di allerta, capissi che qualcuno ha molestato mio figlio, mi sdoppierei e correrei nello stesso istante da uno psicologo infantile e da un magistrato. Per aiutare il piccolo e per punire l’orco.

Se fossi madre, mi aspetterei che una volta individuato l’irresponsabile-responsabile, quest’ultimo venisse arrestato subito. Che lui – vestito di una tonaca o di un clergymen, i quali forse più a lungo che a una persona comune garantiscono l’“inaccusabilità” e l’invisibilità come pervertito – fosse additato dagli altri uomini di chiesa come il demonio che in teoria da sempre combattono. E non penserei mai di dover sentire un alto prelato attaccarsi ad articoli e codicilli di Diritto canonico per giustificare l’assenza non dico di un pubblico sputtanamento (va atteso il giudizio definitivo della legge, è ovvio), ma della doverosa e immediata denuncia di un pedofilo libero di continuare a molestare.

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Se fossi madre, non concepirei mai che una lettera confessoria, in cui il mostro ammette di essere mostro, possa essere passata di mente a un superiore o giacere tra gli atti polverosi di un’arcidiocesi. Né potrei mai credere che il debosciato, nel frattempo, resti ancora in grado di molestare altri bambini, nelle infinite pieghe e lungaggini di procedure ecclesiastiche che quasi mai saltano fuori dalla chiesa. Perché alla fine è quasi sempre la giustizia laica a strappare il pedofilo in abito talare da dietro un altare, da un confessionale, da un campetto di calcio parrocchiale, da un oratorio e da ovunque eserciti la sua libidine impazzita.

Se fossi madre mi aspetterei che qualche altro approfittatore di bambini, ormai in galera perché condannato in via definitiva, venisse sospeso a divinis almeno dopo la pronuncia dell’ultima sentenza, se non è consentito prima. Benché, è evidente, non eserciti più da tempo il proprio ministero. Ma questa non è una giustificazione per non eliderlo.

Per fortuna, non sono madre. Perché tutto questo non succede quasi mai, o troppo raramente. I preti pedofili, assai spesso, semplicemente li si ammonisce (e forse non sempre, o solo in modo blando, a mo’ di “consiglio”) quando ormai l’abuso è saltato fuori. E di rado quell’abuso emerge per imperio del loro “habitat”. Troppo di frequente questi “scandalizzatori dei più piccoli” non li si rinchiude in un eremo: li si trasferisce e basta, talvolta lontano dagli occhi di chi sa, magari all’estero. Dove altrettanti bambini ignari gireranno con fiducia intorno alle loro vesti, come molte cronache ci informano. In altri casi, non li si caccia nemmeno via dalla città in cui hanno violato l’infanzia e continueranno a farlo.

Per fortuna, ripeto, non sono madre. Non ho voluto esserlo. Forse anche per questo. Per non illudere un figlio, per non liberarlo in un mondo spesso dimentico della coscienza, di regole morali e materiali, omertoso (che si tratti di violenze sessuali o di altre storture), accondiscendente e tollerante nei confronti dell’intollerabile. Per fortuna che non sono madre. Che non sono madre di un bambino abusato. Altrimenti, con tutta la rabbia e il dolore che avrei… Beh, forse è meglio che mi fermi qui.

Tratto da: dipalermo.it

Foto: Erik Ravelo è un fotografo e un artista, questa è una delle immagini della sua campagna chiamata Los, contro la pedofilia.

http://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/236-societa/58849-se-io-fossi-una-madre.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.