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Dall’Uruguay a Savona per testimoniare “Abusato da 3 preti, uno è ligure”

Redazione Media Web by Redazione Media Web
1 Novembre 2015
in Interviste
Reading Time: 3 mins read
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Genova – «Sono nato in Brasile. All’età di 6 mesi mia madre mi ha portato con sé in Uruguay, la sua terra. Mio padre non poteva tenerci con sé perché era sposato. Aveva già una famiglia. Dall’età di sei mesi fino a otto anni sono cresciuto in un istituto cattolico. Poi, in altre missioni.

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E sono stato abusato da tre sacerdoti»: è una sintesi della lunga intervista registrata dal sito del Secolo XIX con il giovane sudamericano che sostiene di essere stato abusato ripetutamente, insieme con altri ragazzini, da parte di tre missionari. Di cui uno ligure: don Francesco Zappella, attualmente parroco a Borghetto Santo Spirito e in passato missionario proprio in Uruguay, per cui la onlus Rete L’Abuso ha chiesto ufficialmente a monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo coadiutore della Diocesi di Albenga, la rimozione e l’apertura di un processo canonico.

Il Secolo XIX aveva già raccolto la testimonianza del giovane a distanza, quando si era saputo che nel presunto caso di pedofilia era coinvolto un sacerdote ligure. Il 29enne ha deposto in Uruguay, e poi, proprio grazie al sostegno della Rete L’Abuso, ha affrontato il viaggio aereo per deporre in Italia, a Savona. Prima della sua deposizione, prima del suo rientro in America Latina, ha accettato di raccontare nei dettagli la sua vicenda personale. Racconta della fiducia che aveva nei sacerdoti, e in particolare in quel prete italiano che gli era stato assegnato come tutor. Provvedeva lui ad aiutarlo a studiare.

Ma, in cambio, esigeva di essere “massaggiato”: e questi massaggi si traducevano poi in pratiche sessuali. Il giovane non si capacita di come un missionario possa fare cose come queste: «La mia vita sarebbe stata diversa, se non lo avessi incontrato?». Oggi il giovane è padre, e si dichiara spaventato all’idea che i suoi bambini, e altri bambini, possano dover affrontare quanto dice di avere subìto. Racconta di avere ricevuto regali, come altri ragazzini ai quali poi veniva chiesto di fare sesso. Racconta di ingenti quantità di denaro, che il prete avrebbe usato per quegli acquisti, dopo avere ricevuto donazioni da parte di fedeli devoti. Dice anche di avere provato a denunciare, quando si è reso conto che quello che credeva un padre non si comportava come un padre. Questa è una breve sintesi della sua lunga dichiarazione. Una dichiarazione di parte: al vaglio della Procura. Se sarà ritenuta attendibile, il sacerdote sarà invitato a chiarire, e nel caso a smentire, le accuse che il ragazzo gli muove.

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La vicenda è venuta alla luce grazie all’associazione La Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi, vittima a suo tempo di abusi da parte di un altro sacerdote ligure. La versione del prete: «Solo calunnie, sono sereno» Interpellato in giornata dal Secolo XIX, don Zappella (accusato insieme con due sacerdoti che vivono in Uruguay, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera) si è detto «sereno», perché «sono tutte calunnie» e anche perché «il vescovo ha rifiutato le mie “dimissioni”, resto a disposizione della giustizia».

Se i fatti denunciati fossero veri, si tratterebbe di una storia molto grave: la pedofilia sarebbe stata praticata per anni, su numerose vittime. Non solo: i soldi inviati dalle famiglie liguri a sostegno della missione, sarebbero stati utilizzati in buona parte per fare regali, costosi, ai ragazzini abusati, per tenerli legati al presunto pedofilo.

Ci sarebbero donazioni utilizzate non per aiutare bambini in difficoltà, ma per comprarli. Nell’intervista video, la presunta vittima sostiene che il sacerdote italiano abbia una doppia vita: da una parte quella del pastore devoto, fragile, generoso, dall’altra quella del pedofilo, che utilizza la veste di “uomo di Dio” per abusare: «Io lo dicevo, lo raccontavo… – afferma – ma loro, i preti, si coprivano l’uno con l’altro: era una mafia». Ma adesso «non deve succedere più, non deve succedere ad altri bambini».

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.