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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusatori » Pedofilia, la Commissione studia la responsabilità dei vescovi

Pedofilia, la Commissione studia la responsabilità dei vescovi

Redazione WebNews by Redazione WebNews
8 Febbraio 2015
in Città del Vaticano
Reading Time: 5 mins read
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In questi giorni in Vaticano la prima riunione con la plenaria al completo. Le due ex vittime di preti abusatori: senza accountability dei pastori ce ne andiamo. Allo studio una giornata di preghiera e le linee-guida delle conferenze episcopali

IACOPO SCARAMUZZI – CITTÀ DEL VATICANO

La commissione vaticana per la tutela dei minori creata da Papa Francesco, riunita in questi giorni in Vaticano per la sua prima plenaria al completo, è «molto preoccupata per la accountability dei vescovi», ossia per la loro assunzione di responsabilità, di fronte ai fedeli, se reagiscono con «negligenza» di fronte alla denuncia  di pedofilia indirizzata a un prete della loro diocesi. Lo hanno riferito i membri dello stesso organismo, nel corso di un briefing in Vaticano, preannunciando che a Jorge Mario Bergoglio verranno presentate «raccomandazioni» in tal senso. I due membri della commissione che sono stati abusati da un prete quando erano bambini hanno affermato che se su questo punto le cose non cambieranno nel giro di un paio di anni rassegneranno le loro dimissioni.

La commissione «è molto preoccupata sulla accountability dei vescovi e sta lavorando ad alcune raccomandazioni molto concrete» da consegnare al Papa, ha detto il presidente, il cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, uno dei nove cardinali consiglieri del Pontefice argentino. L’organismo ha già discusso, e continuerà a farlo, su «procedure che possono essere introdotte» quando un vescovo non prende sul serio le accuse di pedofilia ad un sacerdote: «Ci devono essere conseguenze e ci devono essere procedure che permetteranno di gestire questi casi in modo veloce», ha detto il porporato cappuccino, «è qualcosa di cui tutti i membri della commissione sono molto consapevoli». Con O’Malley sono intervenuti al briefing vaticano anche suor Kayula Gertrude Lesa, dello Zambia e l’inglese Peter Saunders, che, vittima da bambino di un prete pedofilo è stato ricevuto l’estate scorsa dal Papa, ma in sala stampa erano presenti quasi tutti i membri della commissione. «Se non c’è un’azione ferma della Chiesa nella protezione dei bambini in due anni lascio la commissione», ha detto quest’ultimo. C’è un «abissale primato di risposte inopportune da parte di troppi vescovi e preti» di fronte alle denunce e «troppi insabbiamenti», ha detto Saunders, che ha affermato la necessità, per le gerarchie ecclesiastiche, di denunciare i colpevoli alla giustizia civile.

Anche l’altro membro della commissione vittima da bambina di un prete pedofilo, l’irlandese Marie Collins, ha detto ai cronisti, a margine del briefing, che «se in uno o due anni non cambia la situazione, non solo Peter, ma anche io non sarò più nella commissione». Si tratta, in particolare, di sancire definitivamente la «accountability» dei vescovi, con «sanzioni» quando essi agiscono in modo «negligente» di fronte alle accuse di pedofilia ad un sacerdote. La donna irlandese, già intervenuta alcuni anni fa ad un convegno contro la pedofilia ospitato dalla Pontificia università Gregoriana quando il Pontefice era ancora Benedetto XVI, ha confessato «un po’ di frustrazione» nei confronti dei tempi di lavoro della Chiesa su questi temi: «Come vittima vorrei vedere le cose muoversi più velocemente, sono anni che parliamo di queste cose… Ma sono fiduciosa che da ora in poi avanzeremo più velocemente. Altrimenti – ha aggiunto – non credo che mi vedrete ancora in questa commissione». Le due vittime di preti pedofili sono state peraltro interpellate dai cronisti sulla recente battuta di Papa Francesco sulle sculacciate ai bambini («Una volta ho sentito in una riunione di matrimonio un papà dire: “Io alcune volte devo picchiare un po’ i figli … ma mai in faccia per non avvilirli”»): «Io non farei così e sono contrario alla violenza fisica nell’educazione », ha detto quasi divertito Saunders, «, ma era una battuta che lo rende più umano, se fosse un padre non farebbe così».

Il cardinale O’Malley ha ricordato la recente lettera – firmata non casualmente nel giorno della presentazione di Gesù bambino al tempio, il due febbraio scorso – con la quale Papa Francesco ha chiesto alle conferenze episcopali e ai responsabili religiosi di tutto il mondo di collaborare con la commissione vaticana, per specificare che invierà a breve una lettera a ogni episcopato per chiedere «il nome di una persona di contatto» che fungerà da interlocutore. Quanto alle linee-guida chieste già nel 2011 dalla Santa Sede a tutte le conferenze episcopali del mondo, ha risposto il «novantasei per cento», «alcuni tuttavia non hanno risposto, altri hanno mandato norme deboli, e noi, in collaborazione con la Congregazione per la dottrina della fede, lavoriamo ora per individuare quali paesi necessitano di più aiuto» anche economico, poiché a non aver risposto per niente sono paesi «di missione» con scarse risorse. Le spese sono state sinora sostenute dal Vaticano. Le indicazioni della Santa Sede, ha detto O’Malley, sono di «tolleranza zero» nei confronti della pedofilia del clero. Tra le altre iniziative, la commissione sta lavorando a una «giornata di preghiera per le vittime di abusi».

L’arcivescovo di Boston ha accolto con soddisfazione l’invito del Papa ad incontrare le vittime dei preti pedofili, ricordando di aver incontrato «centinaia» di vittime nella sua diocesi negli anni passati, una «opportunità per esprimere il nostro rammarico, il nostro rimpianto e il nostro desiderio di essere perdonati per la nostra negligenza». Saunders, ha parte sua, ha notato che «troppi hanno rifiutato» questi incontri. «Credetemi: abusi accaduti decenni fa vivono con te per il resto della tua vita, non parliamo di crimini “storici”», ha aggiunto.

La commissione, che questa volta non ha incontrato il Papa ma dovrebbe incontrarlo alla prossima riunione plenaria in Vaticano, fissata per ottobre prossimo, ha stabilito la creazione di diversi sotto-commissioni che, nel periodo intermedio, lavoreranno su singole questioni (come appunto l’accountability, le linee-guida delle conferenze episcopali nazionali, la questione della prevenzione).

Interpellato da una cronista sul caso dell’ex nunzio polacco in Repubblica domenicana, Jozef Wesolowski, condannato in primo grado per pedofilia dalla congregazione per la Dottrina della fede e rinviato a giudizio dal tribunale vaticano, il portavoce vaticano, da parte sua, si è limitato a rispondere che le indagini «non stanno ristagnando per niente»: «Il procuratore di Santo Domingo è venuto qui, era molto contento dei contatti, ha avuto del materiale, e il promotore di giustizia vaticano ha fatto un interrogatorio con Wesolowski e sta ulteriormente studiando il materiale».

La commissione, annunciata a dicembre del 2013, ha tenuto il suo incontro inaugurale a maggio 2014: oltre a O’Malley membri, a quell’epoca, Marie Collins, due gesuiti, l’argentino Miguel Yanez e il tedesco Hans Zollner, quest’ultimo psicologo e presidente del Centro per la protezione dei minori alla Gregoriana, la baronessa Sheila Hollins, psichiatra del Regno Unito, la giurista Hanna Suchocka, ex-premier polacca ed ex-ambasciatrice della Polonia presso la Santa Sede, la psichiatra francese Catherine Bonnet, e il canonista italiano Claudio Papale della Pontificia Università Urbaniana. A settembre scorso il «promotore di giustizia» della Congregazione per la Dottrina della Fede, Robert Oliver, anch’egli di Boston, una sorta di procuratore generale della Santa Sede sui casi di pedofilia, è stato nominato segretario della neonata commissione, sostituito all’ex-Sant’Uffizio dal gesuita statunitense Robert Geisinger.

A dicembre scorso, infine, il Papa ha nominato nuovi membri, «scelti da diverse parti del mondo, così da avere un’ampia rappresentanza di diverse situazioni e culture». Ai precedenti membi si sono aggiunti otto componenti: il sacerdote colombiano Luis Manuel Ali Herrera, parroco e professore di Psicologia pastorale a Bogotà, il filippino Gabriel Dy-Liacco, psicoterapeuta specializzato in infanzia e adolescenza, il neozelandese Bill Kilgallon, direttore dell’ufficio nazionale per gli standard professionali nella Chiesa del suo paese, suor Kayula Gertrude Lesa, esperta dello Zambia in protezione dei bambini, diritti dei rifugiati e tratta degli esseri umani, suor Hermenegild Makoro, insegnante e segretaria della Conferenza episcopale del Sud Africa, Kathleen McCormak, esperta di lavoro sociale nella Chiesa australiana, lo Krysten Winter-Green, statunitense originario della Nuova Zelanda, esperto in assistenza a persone malate di aids, senza-tetto e bambini abusati, e il britannico Peter Saunders, da bambino abusato da un prete, da adulto fondatore della National Association for People Abused in Childhood, una delle vittime dei preti pedofili che incontrarono papa Francesco a luglio scorso in Vaticano. Da ieri a domani, infine, la prima riunione completa.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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