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LA PAURA DELL’UOMO (IN) NERO

Rete L'ABUSO by Rete L'ABUSO
15 Novembre 2014
in Liguria
Reading Time: 5 mins read
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Diego si spogliava da solo e si metteva immobile sotto le coperte: la visita di Don Ugo sarebbe durata un po’ meno, se lui fosse stato già pronto. Francesco, quando era il momento di mettere i sacchi a pelo nelle tende, sperava sempre di non essere quello a cui toccava dormire nella cana­dese di Don Nello. E Antonio, ogni volta che sale sul furgone portavalori, prega che non succeda niente perché lui non saprebbe reagire, imbottito com’è di que­gli psicofarmaci che prende di nascosto per tenersi insieme: sono passati veni’ an­ni, ma lui sta ancora male per le molestie subite da Don Silverio.

Chiedo a Diego, Francesco e Antonio se i gesti recenti di Papa Francesco – la de­cisione di arrestare 1’ex Monsignore J ozef Wesolowski e quella di rimuovere il vesco­vo paraguaiano Rogelio Ricardo Livieres Plano, accusati in due casi distinti di abu­si sessuali e di omertà – danno loro qual­che conforto, e la risposta di tutti e tre è un SOSpIro.

Dal 2002, grazie a un’inchiesta del Bo­ston Globe che porterà alle dimissioni del Cardinale Law, la pedofilia nella Chiesa è diventata qualcosa che si può dire e non più un segreto condiviso e taciuto tra chi ha subito e chi sapeva.

Ma dire non è facile per niente, nemmeno a se stessi.

Francesco Zanardi invece Don , Nello Giraudo, il prete che l’ha . . abusato dagli 11 ai 16 anni, lo ve­de ancora passeggiare per il Savo­nese. La sua denuncia è caduta in prescri­zione, ma grazie a un’ altra per abusi avve­nuti nel 2005 il prete ha confessato e pat­teggiato un anno e sei mesi con la condi­zionale. «La magistratura sa che le sue vittime sono tante, ma sono tutti fatti or­mai prescritti. Nel mio paese, Spotorno, siamo in cinquemila e in 50 siamo stati violentati da Don Nello, tutti quelli che andavano, a turno e negli anni, in campeg­gio con lui». La violenza sta nell’ abuso, ma anche nella certezza che avvenisse e nell’incapacità di sottrarsi. «Lo sapevamo che chi dormiva nella sua piccola tenda veniva abusato. Di solito andavamo via in quattro, lui portava una tenda grande per tre, e una piccola per lui e uno di noi. Lo sapevamo, ma eravamo piccoli e non riu­scivamo a decidere di stare a casa. Sembra­va normale perché lo faceva a tutti». Francesco smette di frequentare il prete quando capisce che normale non lo è per niente, ma vive anni di stallo, inchiodato a quello che è successo: «Ho avuto i miei primi rapporti sessuali solo a 26 anni, e solo nel 2002 ho avuto la forza di affron­tare Don Nello. «L’ho chiamato e gli ho detto: ti denun­cio. È corso a casa mia, diceva che mi voleva bene, confessava. lo ho registrato tutto e l’ho portato al Vescovo Lanfran­coni che sapeva da anni, ma l’aveva spo­stato a lavorare in una comunità per mi­nori in difficoltà,. Anni dopo sono andato a incontrare alcuni di quei ragazzi. Mi dicevano: è vero, ci violentava, ma ci da­va un piatto caldo e un tetto sopra la te­sta. È difficile per chi è abusato non pro­teggere chi abusa».

Dal 2009 Zanardi ha fondato Rete L’A­buso, l’idea gli è venuta dopo aver parte­cipato a Roma a un incontro di Survivors Voice, l’associazione americana che si . occupa di vittime di abusi da parte di pre­ti. «Mettersi insieme è stato terapeutico: parlare fa bene, condividere allevia i pesi, agire fa sentire utili. Siccome siamo quasi tutti adulti, i reati di cui siamo stati vittime sono caduti in prescrizione. Allora – dif­ficilmente i preti vengono rimossi, il più delle volte solo spostati ed è facile sapere dove – cerchiamo di capire se ci sono vit­time giovani, in modo da poter sporgere denuncia. Purtroppo la pedofilia non è una malattia che passa, chi ha abusato continuerà a farlo».

Diego Dalla Palma da qualche anno ha preso coraggio e ha raccontato pubblicamente la sua storia di ragazzino abusa­to da un prete del collegio in cui viveva e studiava. «Spero che le proporzioni che posso fare io non siano uno specchio del fenomeno. Da me, su 19 preti, 11 veniva­no di notte nelle camere a farci i servizi. E sceglievano i più piccoli. I grandi sa­pevano, tutti sapevano». Ma nessuno parlava. «No, non ho parlato nemmeno io, anche se un mio compagno di scuola si è ucciso, sfinito dalle emorragie e dal­la vergogna che quegli abusi gli procura­vano. Non posso parlare dell’omertà degli altri senza parlare della mia, io ho rimosso, cercato di dimenticare. Che i ragazzini non parlino è normale: chi cre­derebbe mai che un prete possa fare cer­te cose? Se io l’avessi detto a mia madre lei non mi avrebbe creduto, e allora non dici niente. Più grave è invece tacere da grandi, più grave è il silenzio degli altri adulti che sanno e lasciano che le cose succedano».

Lui il coraggio di dire l’ha trovato qua­rant’anni dopo, e insieme gli è venuto anche quello di perdonare. «Penso che 1’80 per cento dei preti siano omosessua­li. Probabilmente sentono qualcosa di diverso dentro di loro e sposano la Chie­sa per darsi una disciplina, con l’idea di fare qualcosa di buono, per sfuggire con il voto di castità a qualcosa che non san­no comprendere. Naturalmente non fun­ziona. La pedofilia è una cosa che non c’entra niente con l’omosessualità, e io non me la so spiegare. Ho avuto un ami­co che ho scoperto essere pedofilo, lo ricordo in una piscina termale in Maroc­co, giocava con un ragazzino. lo e altri lo fissavamo increduli, dopo piangeva lacri­me lunghe fino al collo. È una malattia psichiatrica, perché così diffusa tra i preti non lo so. Forse quei corpi lisci fan­no sentire il gesto meno impuro, il desi­derio per una persona del tuo stesso ses­so meno sbagliato».

Da quando ha raccontato la sua storia Dalla Palma, ogni volta che presenta un libro o va in televisione, riceve moltissime lettere. «Le più strazianti sono state quel­le di un prete che mi parlava delle sue pul­sioni. E quella di un ragazzo con un han­dicap: mi ha lasciato un bigliettino alla fine di un incontro pubblico, mi racconta­va di un abuso. L’ho cercato poi, ma nes­suno pareva saperne niente. C’è tanta omertà, tanta connivenza. I preti tacciono e, tacendo, non danno valore alla loro stessa vita. Chi tace non si vuole bene».

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PRECISAZIONE

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.  

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso