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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » lombardia » Il caso del prete pedofilo di Como ed il silenzio delle istituzioni. L’appello delle vittime a Prometeo.

Il caso del prete pedofilo di Como ed il silenzio delle istituzioni. L’appello delle vittime a Prometeo.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
14 Gennaio 2014
in Lombardia
Reading Time: 9 mins read
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 “Il prete pedofilo di cui ci siamo fidati”….e la solita omertà
Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di un gruppo di genitori.
Ci impegniamo da oggi a seguire questo caso e tenervi aggiornati su ogni eventuale novità. Ma prima della lettera una breve cronistoria del caso, riportando un articolo de Il Giorno:

Como, 29 maggio 2013 – I giudici della Corte d’Appello hanno confermato sentenza di colpevolezza e quantificazione della condanna. Con solo una leggera ridefinizione di uno dei capi di imputazione. Don Marco Mangiacasale, sacerdote di 49 anni ed ex economo della Diocesi di Como, è stato condannato anche in secondo grado a 3 anni e 5 mesi e 20 giorni di condanna, dieci giorni in meno dei 3 anni e 6 mesi di primo grado, in considerazione della ridefinizione di una delle accuse riguardanti una delle ragazze, che nel frattempo aveva compiuto i 16 anni di età. Le imputazioni infatti, riguardavano una serie di episodi di violenza sessuale, avvenuti a partire dal 2008. Adolescenti avvicinate in un contesto circoscritto e confidenziale, quando avevano tra i dodici e i tredici anni, e quasi sempre frequentate per almeno tre o quattro anni, quasi tutte gravitanti attorno al contesto della parrocchia di San Giuliano di Como, dove Mangiacasale era stato parroco prima di essere trasferito al ruolo di economo, e per le quali costituiva un punto di riferimento. Nelle imputazioni, comparivano i nomi di cinque ragazzine. A scatenare le indagini su di lui, e l’arresto avvenuto il 7 marzo dello scorso anno, era stata la denuncia di una di queste ragazzine, che si era confidata ai genitori. Da qui erano partiti gli accertamenti che avevano portato a configurare le accuse legate a cinque minorenni.

In particolare, l’abuso sessuale contestato dal sostituto procuratore di Como Simona De Salvo, si configurava esattamente nel ruolo che lui ricopriva rispetto alle giovanissime frequentatrici della sua ex parrocchia, e quindi nell’aver approfittato del suo ruolo nel momento in cui ha portato a termine le condotte di cui è stato accusato. Dopo un periodo di alcune settimane trascorso in carcere al Bassone, a don Mangiacasale erano stati concessi gli arresti domiciliari in una struttura religiosa in Piemonte, dove si trova tuttora. Va da sé che i legali del sacerdote, ricorreranno ulteriormente in Cassazione, cercando così di allungare il più possibile i tempi di custodia cautelare che consentono all’imputato di consumare un periodo più lungo possibile agli arresti domiciliari, e scongiurando la possibilità di un nuovo ingresso in carcere in seguito alla pronuncia della sentenza definitiva. Infatti, per reati di questo genere, non è previsto l’affidamento in prova, e qualsiasi residuo di pena da scontare quando la condanna sarà definitiva, scorporata da quanto già scontato, lo porterebbe verso il periodo obbligatorio di osservazione della personalità, che avviene obbligatoriamente in carcere. Sollecitata circa il procedimento canonico, la Diocesi ricorda che, come da prassi, tale procedimento è già stato avviato «nei modi, nei tempi e nei termini previsti». Ricorda inoltre che «per la sua prosecuzione è comunque necessario attendere che il procedimento penale in atto esaurisca tutti i gradi di giudizio».

 Questa la lettera che abbiamo ricevuto:
<< Ecco un pezzo della nostra storia:
siamo nel 2003: nella nostra parrocchia arriva un nuovo parroco, persona attiva,
entusiasta che “affascina” soprattutto i ragazzi e i giovani.
Noi siamo una famiglia che crede fortemente nella realtà dell’ oratorio e della
parrocchia e, in più, non essendo neanche nativi di Como, ci avviciniamo
volentieri a San Giuliano anche perchè desiderosi di entrare a far parte di un gruppo famiglia. Arriviamo a giugno 2008: la nostra figlia maggiore ha appena compiuto 13 anni e si sta preparando ad affrontare l’esame di Terza Media. Da un po’ di tempo, però, la vediamo un po’ strana, distratta, triste e poi felice…..Forse periodo tipico dell’età, ma quello che un po’ ci preoccupa è che pensiamo che si sia “infatuata”, “innamorata” del nuovo parroco. Insieme decidiamo che io , mamma , parlerò di questa cosa direttamente con lui, don Marco Mangiacasale anche perchè nostra figlia è poco più che una bambina e lui è un uomo maturo di 45 anni ; sicuramente potrà capire e ci potrà aiutare. Gli dico quello che penso e anche lui mi risponde di aver avuto un’ impressione simile, ma che è tipico dell’ adolescenza e del carattere egocentrico di nostra figlia. Ma, vista la mia preoccupazione, mi tranquillizza, mi rassicura dicendomi testualmente che ”ci avrebbe pensato lui”.
Poi più nulla.
Nostra figlia supera l’esame e si iscrive al Liceo.
La scuola è difficile, impegnativa e “Simonetta” (nome fittizio messo da me! M.F.) trascorre il suo tempo sui libri a studiare. Unico sfogo l’oratorio, gli amici della parrocchia e il catechismo. Ma a don Marco non pensa più(o meglio cosi’ fa credere a noi genitori).
Inoltre alla fine del 2009 don Marco viene nominato economo della diocesi e da noi arriva don Roberto. Tuttavia don Marco, non avendo una casa dove stare, viene invitato da don Roberto, che chiede il permesso al Vescovo, a rimanere ad abitare nella casa di San Giuliano, in oratorio. Il Vescovo concede il permesso , così don Marco può continuare ad occuparsi degli adolescenti a San Giuliano. L’anno successivo don Marco viene incaricato di seguire la pastorale giovanile a Lomazzo, paese limitrofo a Como, dove aveva svolto fino al 2003 il ministero di vicario. Arriviamo al 24 di febbraio 2012: “Simonetta” confessa al nuovo parroco (prima in confessione e poi fuori) quello che lei ritiene il “suo” peccato: dall’età di 13 anni tiene nascosto e sopporta da don Marco carezze sempre più insistenti che si spingono fino a far provare il piacere a “Simonetta” e a far si che anche “Simonetta” gli procuri piacere, sms spinti, fotografie delle parti intime, richieste morbose, celate da rassicurazioni, velate minacce rinchiuse dentro la parola “segreto” diventata una fortezza. L’ insistenza aveva un’ unico obiettivo chiaro: “ catechizzare” con la forza del proprio ruolo di potere, una ragazzina per convincerla ad avere rapporti sessuali
completi e soddisfare le proprie perversioni senza scrupoli. Queste cose avevano avuto inizio nell’autunno 2008, nel dopo-catechismo, in casa di don Marco insieme agli altri amici dell’oratorio e continuavano anche durante i campi estivi. Ogni anno don Marco organizzava i campi estivi in una località piuttosto lontana da Como, in Piemonte a Sant’Anna di Vinadio in provincia di Cuneo. Più volte noi genitori dei ragazzi abbiamo chiesto a don Marco perchè non scegliesse posti più vicini e più comodi da raggiungere , ma lui rispondeva che quel posto era migliore di tutti.
(Noi abbiamo fiducia che l’esperienza dei campi parrocchiali farà crescere i nostri figli e li farà maturare anche nella fede…..). Ma quando don Roberto ci chiama e insieme a “Simonetta” ci raccontano la verità di quegli anni, noi non riusciamo a credere che quel don Marco sia lo stesso che ha frequentato spesso casa nostra, con il quale abbiamo fatto i corsi per i fidanzati, che ha gioito con noi quando gli abbiamo annunciato di aspettare un altro figlio che poi ha battezzato…..
Il tempo di renderci conto che tutto questo non è un incubo ma pura realtà, e, grazie all’aiuto di don Roberto, ci rivolgiamo all’autorità giudiziaria anche perchè, nel frattempo, incontriamo altri 2 genitori la cui figlia era stata molestata da don Marco nell’estate del 2008 e che si erano già rivolti al Vescovo nell’ autunno di quell’anno, denunciando verbalmente l’episodio e chiedendo al Vescovo di prendere dei provvedimenti. In pochi giorni don Marco finisce in carcere dove, oltre ad ammettere che è tutto vero, fa il nome di altre 4 ragazzine. Adesso, a più di un anno di tempo da ciò che è successo, la nostra sofferenza è ancora tanta, ma , soprattutto, quello che ci fa più male, è l’atteggiamento del nostro Vescovo, dal quale non abbiamo mai avuto un conforto diretto, neanche una telefonata, solo freddi comunicati stampa e parole vuote di vicinanza ufficiale. Anzi ha confuso le vittime con il carnefice , sono le ragazzine ad essere state violate e tradite nella loro apertura all’ amicizia accogliente verso il prete, verso il “padre” e “l’ educatore”. E’ la loro dignità di donne e di figlie di Dio ad essere stata calpestata e infangata, è la loro innocenza che è stata rubata e violata. Lui , che oggi continua a nascondere l’ evidenza dei fatti, a sminuire ciò che è successo, a dire che non è stato nulla di così grave, a far sentire in colpa noi genitori, nella speranza che tutto venga presto dimenticato. Ci sembra che noi di colpe proprio non ne abbiamo se non quella di esserci fidati di un suo uomo e da lui essere stati traditi. Ma noi non possiamo dimenticare e non riusciremo mai a dimenticare. Tutto questo non è giusto e noi vogliamo dire la nostra verità , quella vera, lo dobbiamo a “Simonetta” e agli altri nostri figli. Lo dobbiamo alla comunità, a tutta la Chiesa che non è nostra ,è di Dio che ce l’ ha affidata perchè la custodissimo. Non dobbiamo fare come si è sempre fatto, dobbiamo cambiare le cose e dobbiamo “salvare” la Chiesa. Un Vescovo non può continuare a farci ancora tanto male. Dice il Papa che il Vescovo deve difendere il suo gregge dai lupi, deve custodire, edificare e difendere il suo popolo. Come può un Vescovo essere così distante, come può predicare le parole di Gesù, come può “infangare” una cosa cosi’ grave e, in più, accusarci di colpe che, sinceramente, non pensiamo di meritare, come accaduto durante un’intervista trasmessa in una televisione locale e mandata in onda il giorno di Natale. Durante questa intervista il Vescovo ammette di essere stato avvisato delle “strane” inclinazioni di don Marco ma in merito ad un solo episodio, una “prima limitatissima segnalazione”. Poi aggiunge :” Ho convocato dopo la segnalazione don Marco e gli ho contestato quanto mi era stato riferito, e lui mi ha fornito le giustificazioni sufficienti”. Ma come possono esserci giustificazioni a questo ?
Sempre durante la stessa intervista il Vescovo se la prende con la stampa:” il Vescovo sapeva, hanno scritto i giornali. Ma è seccante. Potrei dire a questi genitori: vi eravate accorti di altri episodi, come mai non siete venuti da me? E ci avete messo tre anni? “ Ci sembra che questo non lo meritiamo proprio!
Noi non possiamo permettere che queste cose continuino a succedere e continueremo a far sentire la nostra voce perchè non vogliamo assolutamente che succeda mai più quello che è successo a San Giuliano.
Vorremmo conoscere a che punto è arrivato lo svolgimento del processo
canonico, se è vero che bisogna attendere la fine del processo civile ( che ha già
espresso i primi due gradi, con la condanna a 3 anni 5 mesi e 20 giorni) .
Con questo scritto noi genitori di “Simonetta” chiediamo di essere ascoltati e chiediamo che vengano presi provvedimenti seri nei confronti di un prete che ha infangato per anni il proprio abito e il volto della Chiesa stessa , rendendo 5 ragazzine oggetto delle proprie turpi pulsioni.
E’ troppo? E’ troppo aspettarsi un po’ di umanità da parte di chi ricopre la più alta responsabilità nella nostra Diocesi? Era troppo aspettarsi meno superficialità in occasione della prima denuncia? E’ troppo restare sorpresi dal fatto che, pur avendo già ricevuto una denuncia, il Vescovo conceda il permesso di far risiedere don Marco ancora a san Giuliano continuando ad occuparsi degli adolescenti ? E ancora di più nominarlo responsabile della pastorale giovanile della Parrocchia di Lomazzo! E’ troppo attendersi dagli uomini di Chiesa un’ ammissione di responsabilità e una parola di scusa? Se tutto questo e’ troppo allora siamo in una brutta Chiesa. Attendiamo fiduciosi una Vostra risposta e alleghiamo la nostra “lettera aperta” pubblicata dal Corriere di Como dopo l’ intervista del nostro Vescovo:
<<e’ passato=”” un=”” anno=”” dal=”” giorno=”” in=”” cui=”” abbiamo=”” conosciuto=”” da=”” nostra=”” figlia=”” la=”” verità=”” su=”” don=”” marco=”” mangiacasale.=”” parole=”” che=”” sono=”” entrate=”” nel=”” cuore=”” come=”” spade.=”” chi=”” consideravamo=”” riferimento=”” religioso=”” e=”” amico,=”” si=”” è=”” trasformato=”” incubo,=”” purtroppo=”” vero,=”” non=”” potevamo=”” fuggire.=”” davanti=”” ai=”” nostri=”” occhi=”” realtà=”” parlava=”” di=”” tre=”” anni=”” violenza=”” fisica=”” psicologica.<br=””> Nostra figlia, dall’età di tredici anni, aveva tenuto nascosto e sopportato
“carezze” sempre più insistenti, sms spinti, richieste morbose, celate da
rassicurazioni, da velate minacce, rinchiuse dentro la parola “segreto”,
diventata una fortezza. L’insistenza aveva un obiettivo chiaro:
“catechizzare”, con la forza del proprio ruolo di potere, una ragazzina per
convincerla ad avere rapporti sessuali completi e soddisfare le proprie
perversioni, senza scrupoli. Per noi, mamma e papà, il tempo trascorso non
è stato medico. Ancora ci riecheggiano le parole tranquillizzanti di don
Marco ai nostri dubbi sulla sua vicinanza e confidenza allegra. Lo shock di
conoscere i particolari di una relazione per noi inimmaginabile non si
affievolisce, anzi continua a scavare un tunnel verso il futuro, lastricato di
sofferenza e di interrogativi inquietanti: quali saranno le conseguenze sulla
affettività di nostra figlia? Quanto peserà nella sua vita di donna
un’esperienza così terribile? Perché ingannare una ragazzina e non
rivolgere le proprie attenzioni a persone adulte, consapevoli e padrone
della propria esistenza? La lenta presa di coscienza del danno subìto
alimenta la ferita, ancora infetta e viva. E’ il coraggio della denuncia, fatta
da nostra figlia, l’unico bagliore nel buio della tristezza, l’appiglio che ci
spinge a parlare ancora, a non fermare la nostra battaglia a favore della
verità. Una lotta necessaria per dovere di trasparenza e per rispondere alle
interpretazioni errate di una realtà, che ha un’unica faccia. Perché nutriamo
una speranza: che non ci siano altre vittime, altre famiglie a pagare un
prezzo così alto. Perché abbiamo una certezza: che la società non sia fatta
solo di persone indifferenti e omertose, ma di individui onesti, con il
coraggio di assumersi responsabilità. Perché ci è rimasta la fede, forza che
risiede oltre i più alti campanili e non ha sempre corrispondenza con
paramenti, abiti talari e stole di ogni ordine e grado.
Dal Vescovo Diego Coletti non abbiamo avuto conforto diretto, se non
freddi comunicati stampa e parole vuote di vicinanza ufficiale. Riceviamo,
a distanza di tempo, colpe e mancanze inesistenti. Al Vescovo di Como
chiediamo di prendere coscienza della gravità, ancora attuale, dei fatti, di
lavorare nella direzione della verità, di condannare chi si macchia di un
peccato così grave, di sostenerci con una presa di posizione netta. Non
servono sorrisi o frasi di circostanza. Noi, che dal sorriso di un Suo uomo
fidato, siamo stati traditi. A tutto il clero della Diocesi chiediamo di
riflettere su quanto accaduto e di sostenere i deboli, le vittime, i poveri, chi
non può pagare difese importanti, chi non ha voce, chi è minorenne.
Chiediamo a tutti di non dimenticare. Siamo certi che insieme potremo
lavorare per il bene dei giovani, della Chiesa, della nostra società.
Attraverso un’ammissione di colpa, una condanna severa dei fatti accaduti,
un’attenta vigilanza. Perché la nostra, insieme ad altre famiglie, possa
uscire da questo angolo di dolore e riappropriarsi della serenità della vita
che ci è stata rubata. Perché, ciò che è accaduto nella parrocchia di San
Giuliano, non accada più.>>

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.