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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » abruzzo-molise » Pedofilia. Il dovere della denuncia.

Pedofilia. Il dovere della denuncia.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
10 Gennaio 2014
in Abruzzo - Molise, Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 4 mins read
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Il vescovo di Termoli monsignor Gianfranco De Luca parla del caso di don Marino Genova e descrive la procedura che ha applicato. Un quadro che merita alcune riflessioni.

Come dichiara il vescovo, con qualche imprecisione, la direttiva applicata è quella vaticana del 2001, la De Delictis Gravioribus, che la Conferenza Episcopale dopo lo scandalo del 2010 ha dichiarato di applicare anche in Italia, con la divulgazione delle nuove linee guida, nel 2012.

Purtroppo in Italia, a differenza delle Conferenze Episcopali degli altri paesi, le linee guida non presentano alcun passo in avanti nella tutela delle vittime. Nessun obbligo di denuncia alla magistratura da parte dei vescovi, nessun sostegno alla vittima; prevale ancora oggi la tutela del buon nome della chiesa cattolica, sperando che la vicenda non diventi pubblica, possibilmente che non arrivi neppure all’autorità giudiziaria.

In poche parole soffocare lo scandalo. E difatti quando don Marino Genova fu allontanato da Portocannone la diocesi di Termoli emanò un comunicato stampa teso proprio a soffocare lo scandalo: «la notizia, per quanto inattesa, è stata presa in comunione tra monsignor Gianfranco De Luca e don Marino Genova ed è dettata da esigenze personali del diretto interessato e non risulta essere legata a particolari eventi». Insomma, le accuse di pedofilia non solo non vennero menzionate, ma addirittura vennero derubricate a fatti di non particolare rilevanza. E ci domandiamo quale sia la rilevanza degna di nota.

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E la l’assenza di un dovere di denuncia la rivendica in più punti lo stesso vescovo, il quale si rammarica per la salute della vittima, ma allo stesso tempo sottolinea che non è tenuto a denunciare. Neppure moralmente.

Esiste una discrepanza tra la denuncia alle autorità civili, fatta nell’aprile 2013 dalla vittima e la sospensione a divinis del novembre 2012, precedente di cinque mesi, che comportò anche il trasferimento del parroco in una “comunità”.

La cosa si spiega facilmente: è la procedura. Il tutto pur sapendo che esiste il rischio da parte della vittima di denuncia alle autorità civili; denuncia che la chiesa cattolica omette sistematicamente, come vediamo ancora oggi.

Lasciando il parroco in parrocchia, si corre il rischio che il PM decida per l’arresto cautelativo o per i domiciliari, ad esempio perché c’è rischio di reiterazione.

Quindi rimuovere è scelta che protegge innanzitutto il sacerdote. Domiciliandolo in una struttura “protetta” con la motivazione che il sacerdote si sta “curando” si evita nel 90% dei casi il rischio che la magistratura intervenga, in quanto vengono date delle “presunte garanzie”, che però come vediamo il vescovo scarica prontamente, in quanto mette parecchi limiti riguardo alle sue responsabilità e doveri di vigilanza.

Emerge l’ estrema facilità con la quale don Marino esce da quella comunità. Forse non è un luogo così tanto “protetto”.

Esiste anche un’altra conseguenza quando il sacerdote viene spostato; spostando il sacerdote si permette al pedofilo di continuare ad abusare, mandandolo in un luogo a lui favorevole, e soprattutto dove non è conosciuto.

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Noi non facciamo un processo alle intenzioni; constatiamo semplicemente che in moltissimi casi il trasferimento ha permesso il perpetuarsi degli abusi in territori “vergini”.

Per quanto riguarda la tutela della vittima in questione non c’era più bisogno, ha pensato da sola a tutelarsi, denunciando alla magistratura.

Il vescovo ribadisce che sapeva, ma ha agito nel massimo riserbo, come da procedura e come sarà anche per il processo canonico. Ricordiamo che le direttive vaticane impongono il segreto pontificio a pena di scomunica a chi parlasse di questi crimini: è la codificazione dell’ordine di soffocare lo scandalo.

La conseguenza, se il sacerdote fosse colpevole, è che potrebbe scontare una mite pena per poi essere reintegrato chissà dove. E’ già successo, perché dove non c’è scandalo non c’è nemmeno vergogna a reintegrare dei preti criminali.

Doveroso ricordare che la pedofilia non è una malattia, come molti erroneamente credono; è una devianza della personalità, che con terapie mediche e psicologiche si può tentare di controllare, ma da cui non si “guarisce”. Il pedofilo rimane sempre attratto dai minori.

La politica attuata dalla chiesa cattolica in questi casi riduce il sacerdote, privato dello stipendio, ad essere impossibilitato notevolmente sia nel mantenere impegni economici presi in precedenza, che a pagarsi una terapia di recupero privatamente. La “terapia” imposta spesso consiste in qualche anno di ritiro presso comunità religiose protette. Come se il ritiro e la preghiera abbiano una qualche efficacia riabilitativa.

E’ da tener presente che il prete sospeso, in questo caso, non viene privato del suo stipendio. Il vescovo De Luca ha detto che oggi don Marino non riceve stipendio. E non vi è motivo di dubitarlo. Ma il vescovo ha omesso di dire che, pur se sospeso, don Marino è stato stipendiato … per non far niente. Non per curarsi, non per svolgere il suo ministero, da cui è sospeso. E’ stato spedito a Roma, da dove non infrequentemente torna nella sua terra.

In molti casi, spesso i vescovi conoscono da anni le devianze del sacerdote, ma non intervengono, rendendosi complici non solo di permettere al sacerdote di continuare ad abusare, ma anche non aiutandolo di fatto ad affrontare una terapia.

La De Delictis Gravioribus ha più responsabilità, in questi casi, che il pedofilo.

Questa breve analisi per cercare di rendere più chiari i motivi per i quali anche la chiesa, se informata su fatti, debba rivolgersi alla magistratura, denunciando e non agendo internamente e senza aspettare che la vittima trovi il coraggio.

La loro procedura interna, da come testimonia lo stesso vescovo, tutela ancora oggi solo il buon nome della chiesa e il pedofilo. La sospensione dello stipendio (tardiva), la sospensione o l’eventuale riduzione allo stato laicale, diciamocelo chiaro, non risolvono il problema.

Questi sacerdoti non vengono denunciati perché dicono male la messa, vengono denunciati perché molestano bambini e ragazzini. Questo è il punto.

Rimane aperto l’invito alle eventuali vittime di denunciare rivolgendosi alle autorità civili, o in alternativa come sta accadendo nelle ultime ore, di segnalare o chiedere supporto al nostro staff scrivendo all’indirizzo

Il portavoce di Rete L’ABUSO

Francesco Zanardi

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.