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La storia di Padre Murphy, il sacerdote pedofilo

Mea Maxima Culpa, la denuncia delle vittime.

Redazione Media Web by Redazione Media Web
20 Marzo 2013
in Docu-film
Reading Time: 3 mins read
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«Ero solo un bambino». Una frase semplice, eppure in grado di raccontare in modo diretto e intenso un dolore che sembra non avere mai fine.
A pronunciare queste quattro parole nella lingua dei segni è, nel documentario diretto dal regista premio Oscar Alex Gibney Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio, una delle vittime degli abusi sessuali perpetrati per anni da Padre Lawrence Murphy ai bambini dell’istituto per sordi St. John’s School for the Deaf di St. Francis, a Milwaukee.
I VOLTI DI UN DRAMMA.
Pur potendo discutere eventuali errori commessi da Gibney nel ricostruire le azioni del Vaticano (accusato di aver coperto per anni gli abusi), il merito innegabile del film è quello di dare un volto al dramma della pedofilia allontanandosi da statistiche, documenti legali o dibatti di vaticanisti ed esperti, ma mostrando da vicino le ferite inguaribili inferte da chi avrebbe, al contrario, dovuto aiutare e proteggere i più deboli.
Fin da prima dell’inizio del conclave, lo scandalo degli abusi su minori da parte di religiosi è stato uno degli argomenti più trattati e rappresenta ora uno dei problemi che papa Francesco è chiamato ad affrontare con maggiore attenzione, tenendo conto che questa pagina drammatica della storia della Chiesa rischia di far perdere la fiducia nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche.
IL PARADISO TRADITO.
Arthur Budzinksi, Terry Kohut, Pat Kuehn e Gary Smith in Mea Maxima Culpa confessano alle telecamere di Alex Gibney i segreti custoditi per anni, ripercorrendo la loro storia da quando arrivarono per la prima volta a scuola.
Ai loro occhi innocenti l’istituto sembrava quasi il paradiso e si sentivano amati e protetti. La statua di Gesù raffigurato in mezzo ai più piccoli all’entrata della scuola ricordava loro ogni giorno che Dio li amava e per la prima volta non si sentivano diversi o incompresi a causa della loro sordità. La condizione che avrebbe dovuto renderli più bisognosi di cura e amore si è trasformata, invece, in una condanna.
Padre Lawrence Murphy, a capo della scuola dal 1950 al 1974, con ognuno dei quattro bambini è passato in breve tempo dalle domande intime poste in confessionale alla violenza sessuale.
Nei racconti degli ex studenti è racchiuso tutto l’orrore, il disgusto e la confusione: incapaci di raccontare quanto accadeva ai genitori che non conoscevano il linguaggio dei segni, accusati di mentire quando rivelavano le attenzioni del prete, chiusi nel loro silenzio senza via d’uscita, isolati dal resto del mondo, i bambini hanno subito molestie, assistito agli atti nel dormitorio, all’omertà dei loro custodi, al silenzio delle suore che lavoravano nella struttura e difficilmente non avrebbero potuto accorgersi di nulla.
LE NOTTI CON PADRE MURPHY.
Gli intervistati non nascondono nemmeno il loro disagio nel ricordare come siano stati costretti a scegliere chi dovesse dormire con Padre Murphy durante le giornate trascorse in vacanza nel Wisconsin. Tutti sapevano cosa sarebbe successo al prescelto, ma nessuno esitò mai a puntare il dito pur di salvarsi. Senza alcuna via d’uscita da quel tunnel di violenza, gli studenti avevano come unico obiettivo diplomarsi, andare via, allontanarsi per sempre da tutto quell’orrore.
Quelle ferite interiori inflitte probabilmente a centinaia di bambini non si sono, però, mai chiuse e sono stati proprio Arthur, Terry e Gary a combattere perché quel velo di silenzio che li ha imprigionati per anni venisse rotto per sempre con la speranza di ottenere una giustizia terrena, non divina.
LA SORDITÀ DELLA CHIESA.
La rabbia causata dalla sordità della Chiesa nei loro confronti li ha spinti ad accusare pubblicamente, a intentare cause legali, inviare lettere, a combattere le pressioni della comunità che proteggeva il religioso e a trovare, finalmente, la propria voce.
Sono stati proprio loro a far scoppiare definitivamente lo scandalo pedofilia nella Chiesa Cattolica, contribuendo a portare alla luce i tanti, troppi, casi di violenza avvenuti in tutto il mondo.
Mea Maxima Culpa racchiude in sé tutta la disperazione delle vittime che pretendono una risposta, costrette a ricadere nel loro abisso di disperazione a causa di un atteggiamento che ritiene il religioso “immune” alle accuse perché uomo di Dio. Di fronte a un fenomeno così tristemente diffuso e dalle radici antiche come quello della pedofilia, il lungometraggio diretto da Alex Gibney rappresenta una pagina dura, quasi necessaria, per ricordare a tutti, credenti e non, che non c’è un crimine più atroce del violare l’innocenza, tradire la fiducia dei più piccoli e, sopratutto, non lottare per dare a ognuna delle vittime una risposta al loro silenzioso grido d’aiuto.
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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.