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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | News | CASO PER CASO. NOME PER NOME. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /2

CASO PER CASO. NOME PER NOME. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /2

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Marzo 2012
in News
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preti basta36592. ROMA-ADISTA. Insistiamo. Dopo aver passato in rassegna i principali casi di pedofilia clericale verificatisi in Italia nel 2009 e nel 2010, proseguiamo con il 2011 e con quest’inizio di 2012. Le ragioni di questa nostra ricognizione le abbiamo già spiegate (v. Adista n. 10/12): non è né per morbosità né per alimentare «chiacchiericci» di sodaniana memoria. L’intento è, semmai, quello di fare il punto della situazione e di stimolare un dibattito. Se continuano a presentarsi casi sempre nuovi, riteniamo che la ragione non vada cercata tanto nel «disordine morale» del singolo (la cui condotta va ovviamente indagata e, se necessario, punita), quanto piuttosto nell’intero sistema che quel disordine favorisce e alimenta. Questa è l’idea che fa da sfondo al nostro dossier, di cui pubblichiamo nelle pagine che seguono la seconda ed ultima parte.

Il prete nero Il 3 marzo del 2011, don Ruggero Conti, ex parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Selva Candida, periferia occidentale di Roma, viene condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione e al pagamento di 200mila euro di risarcimento per le parti civili (v. Adista nn. 53 e 65/08, 37/10 e 21/11). La sentenza di primo grado attribuisce a don Ruggero, già «garante per la famiglia e per le periferie» dell’aspirante sindaco Gianni Alemanno, «condotte di una gravità inaudita, insidiose e insistenti». Le violenze si sarebbero consumate tra il 1998 e il 2008 ai danni di sette minori della parrocchia. Oltre che per l’alto numero di violenze perpetrate e per le amicizie influenti, il caso del “prete di An” aveva destato scalpore per via dell’atteggiamento a dir poco omertoso assunto nei suoi confronti da mons. Gino Reali, vescovo di Porto S. Rufina, la diocesi suburbicaria dalla quale dipende la parrocchia di Selva Candida. Durante un interrogatorio di fronte ad uno dei magistrati responsabili dell’inchiesta, il prelato aveva infatti ammesso di essere al corrente delle accuse nei confronti di don Conti già da due anni prima del suo arresto, avvenuto il 30 giugno del 2008. La notizia che il vescovo «sapeva», data ai media internazionali dall’Associated Press il 26 aprile del 2010, aveva avuto pochissima risonanza nel nostro Paese, e confermava del resto quanto andava sostenendo da tempo don Claudio Brichetto, il viceparroco della Natività di Maria Santissima, che già da un anno aveva denunciato ai superiori gli abusi del collega e che per questo era stato temporaneamente sospeso dall’incarico.
Alla scuola di don Cantini Ai primi di maggio del 2011, diversi organi di informazione riportano la notizia dell’avvenuta archiviazione dell’inchiesta giudiziaria a carico di don Lelio Cantini, parroco della chiesa della Regina della Pace di Firenze dal 1973 al 2005 (v. Adista n. 29, 65 e 67/07, 37 e 75/08, 39 e 97/10). Il Pm fiorentino Paolo Canessa motiva la sua richiesta al Gip spiegando che le violenze sessuali «ci sono state e sono gravi», che si sono protratte per circa vent’anni nel silenzio assordante dei vertici della Chiesa fiorentina, ma che i reati sono da considerarsi prescritti e che in molti casi mancano le relative querele. I fatti risalgono in effetti a molti anni prima, ovvero al periodo fra il 1973 e il 1987, ma le vittime, per lo più bambine e adolescenti che all’epoca degli abusi avevano fra i 10 e i 17 anni, hanno trovato la forza di denunciare all’autorità ecclesiastica i misfatti di don Lelio solo nel 2004. Nel corso di tutta la vicenda, la Cu
ria fiorentina, nelle persone dell’ex arcivescovo Ennio Antonelli e del suo ausiliario Claudio Maniago (quest’ultimo allievo e «pupillo» di don Cantini), ha sempre osservato un atteggiamento volto ad occultare la verità e ad evitare le ripercussioni mediatiche. Don Cantini verrà infatti ridotto allo stato laicale solo nell’ottobre del 2008, quando il caso era ormai trapelato sugli organi di informazione nazionali. Nell’inchiesta sull’ex parroco, era stato coinvolto ad un certo punto anche lo stesso Maniago, accusato di aver preso parte nel 1996 ad un festino sadomaso nel quale sarebbe stato abusato un giovane toscano. Sebbene fossero emerse nel corso dell’indagine delle conferme rispetto a quanto riferito dal testimone, la mancanza di una querela, spiegava Canessa nella richiesta di archiviazione, aveva impedito alla procura di procedere contro Maniago. Quest’ultimo è stato confermato nel suo incarico dal card. Giuseppe Betori, succeduto ad Antonelli alla guida dell’arcidiocesi di Firenze nel settembre del 2008. Don Lelio Cantini è morto il 15 febbraio del 2012.
Il cocainomane e il rockettaro È del maggio 2011 anche l’arresto di don Riccardo Seppia, parroco della chiesa di Santo Spirito a Sestri Ponente. Ad incastrarlo è un’indagine sul traffico di cocaina effettuata dal Nucleo Antisofisticazioni e Sanità dei carabinieri. Le intercettazioni evidenziano infatti come don Riccardo fosse al centro di un giro di spaccio e di prostituzione minorile. Lo scorso 13 febbraio si è svolta la prima udienza del processo, con rito abbreviato, ma il dibattimento è stato aggiornato a fine marzo. Giugno 2011: don Jesus Vasquez, sacerdote peruviano cinquantacinquenne, ex parroco di San Nicola Manfredi in provincia di Benevento, viene condannato in primo grado a 7 anni e al pagamento di una provvisionale di 7.500 euro per ciascuna delle parti civili. Il giudice lo riconosce colpevole di aver costretto due ragazzi, uno di 13 e l’altro di 14 anni, a subire atti sessuali. Dopo che i genitori delle vittime lo avevano denunciato all’autorità giudiziaria, la curia arcivescovile lo aveva rimosso tanto dall’incarico di parroco quanto da quello di insegnante di religione in una scuola media della città. Il 23 giugno 2011, la Cassazione chiede un nuovo processo di appello per don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario diocesano di Brescia, già condannato in secondo grado a 7 anni e 6 mesi (v. Adista n. 65/08 e 58/09). Per gli avvocati della difesa, tuttavia, si tratta di una vittoria a metà: la suprema corte riconosce infatti la colpevolezza di don Marco, accusato di violenza sessuale ai danni di un suo ex allievo e di detenzione di materiale pedopornografico, per il periodo precedente il dicembre del 2004. Per i fatti successivi a quella data, i magistrati ritengono invece necessario un supplemento di inchiesta e pertanto decidono di rinviare il processo ad altra sezione della corte di appello di Brescia. Tanto dopo il primo arresto, avvenuto il 26 novembre 2007, quanto dopo le condanne in primo e secondo grado, al sacerdote non era mai mancato l’appoggio della diocesi e del gruppo degli «amici di don Baresi», convinti sostenitori dell’innocenza del religioso. Quello a carico di don Marco Baresi non è l’unico processo per pedofilia clericale che vede impegnata la Corte di Cassazione nell’estate del 2011. A metà luglio, i giudici del “palazzaccio” esaminano il caso di don Marco Dessì, ex missionario della Confraternita Gesù Divino Operaio accusato di abusi sessuali su alcuni bambini del Nicaragua. Anche in questo caso, il reinvio del procedimento in appello ha a che fare con singoli aspetti della sentenza di secondo grado che gli alti magistrati ritengono inadeguati, ma non mette sostanzialmente in discussione l’impianto accusatorio. La lunga e complessa vicenda giudiziaria di don Dessì aveva preso le mosse, nel 2006, dalla denuncia delle associazione umanitarie «Rock no war» e «Solidando», che avevano raccolto, con concerti e manifestazioni, fondi per la missione «Betania» di Chinandega, gestita da don Marco. Alle due associazioni erano giunte voci inquietanti sul comportamento del sacerdote, tanto che un volontario si era recato in Nicaragua e aveva raccolto su un dvd le denunce filmate di sei ragazzini. Sul computer del religioso erano state in seguito scoperte 1.440 immagini pedopornografiche. Don Dessì è stato dimesso dallo stato clericale nel febbraio del 2010.
Cercasi referenziatissimi, preferibilmente condannati Settembre 2011, Brindisi: la stampa locale riporta la notizia secondo cui all’interno dell’ospedale «Antonio Perrino» lavora come cappellano un prete condannato per pedofilia nel 1992. All’epoca il religioso era stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta nei confronti di due bambine e, dopo un periodo di custodia cautelare, gli era stata comminata una pena inferiore ai due anni, motivo per cui aveva in seguito potuto beneficiare della condizionale. Il sacerdote era stato assunto nel 2010 dalla Asl su indicazione della diocesi per effettuare l’assistenza spirituale ai malati. Sempre nel settembre 2011, il Pm di Lecce Stefania Mininni richiede e ottiene dal Gip l’archiviazione dell’inchiesta su don Stefano Rocca, l’ex parroco di Ugento da sempre in prima fila nel chiedere giustizia per l’assassinio del consigliere provinciale dell’Idv Peppino Basile (v. Adista n. 75/08). Don Rocca, amico ed estimatore di Basile e del suo impegno politico a favore della legalità, era stato accusato di aver avuto dei rapporti sessuali con quattro minorenni che frequentavano la sua parrocchia. Nel corso di un lungo interrogatorio, aveva ammesso i fatti, sostenendo però che si era trattato di rapporti consenzienti e fra maggiorenni. La richiesta di archiviazione è motivata dal magistrato leccese con la mancanza della condizione di procedibilità: i quattro ragazzi implicati non avevano mai sporto querela. Il 19 ottobre del 2011, la quarta sezione della Corte di appello di Palermo conferma la condanna a 6 anni e 6 mesi inflitta in primo grado a don Paolo Turturro, ex parroco della chiesa di Santa Lucia nel capoluogo siciliano (v. Adista nn. 63/93
e 35/06). Il sacerdote, che per anni è stato un prete antimafia riconosciuto in città, venne accusato di molestie da due minori che frequentavano la chiesa. I fatti si sarebbero verificati fra il 2000 e il 2001, ma don Paolo, lontano parente dell’attore italoamericano John e fondatore dell’associazione «Dipingi la Pace», si è sempre dichiarato innocente. In un primo momento, il religioso era stato allontanato dalla provincia di Palermo, per poi tornare in città nel 2006 in qualità di cappellano ospedaliero. Dopo la sentenza di secondo grado, i suoi legali hanno annunciato di voler fare ricorso in Cassazione. Circa un mese dopo la condanna in appello di don Turturro, è invece il turno di don Luciano Massaferro, ex parroco di San Giovanni e San Vincenzo ad Alassio, in provincia di Savona. Anche don Luciano affronta il secondo grado di giudizio e viene riconosciuto colpevole di molestie nei confronti di una sua ex chierichetta dodicenne, che aveva rivelato gli episodi durante un colloquio con gli psicologi dell’ospedale Gaslini. Quando, nell’aula della Corte di Appello del Tribunale di Genova, il presidente Giorgio Odero legge la sentenza di condanna a 7 anni e 8 mesi, gli amici e i supporter di «don Lu» scatenano il putiferio. Il religioso, del resto, aveva sempre potuto contare sul sostegno, oltre che di una parte dei parrocchiani, anche dell’allora sindaco di Alassio, il pidiellino Marco Melgrati, e della Curia savonese, che nei giorni successivi all’arresto aveva scatenato un duro attacco contro i magistrati dalle pagine locali di Avvenire.
2012
Cassazione mon amour Ha assunto invece contorni surreali, nel gennaio del 2012, la vicenda giudiziaria di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, in provincia di Como, riconosciuto in primo e secondo grado colpevole di aver abusato di un sedicenne con lieve disabilità mentale (v. Adista n. 35/06 e 41 e 65/08 e 46/10). La condanna a 8 anni di reclusione inflittagli dalla Prima Corte di Appello di Milano doveva essere infatti esaminata dalla Cassazione già ai primi di ottobre del 2011, ma quel giorno i giudici romani si erano trovati in agenda ben 28 cause, riuscendo ad esaminarne solo la metà. Tutto rinviato al 20 gennaio, quando però gli avvocati difensori di don Mauro hanno fatto appello ad un cavillo burocratico per ottenere un nuovo rinvio: uno di loro, Massimo Martinelli, aveva infatti ricevuto la notifica della convocazione in Cassazione con soli undici giorni di anticipo, e non un mese prima come previsto dalla legge. La nuova udienza, che stavolta dovrebbe essere definitiva, è stata fissata per il prossimo 22 maggio. In seguito all’esplosione dello scandalo, don Mauro era stato prima spostato da Laglio a Colico, e poi anche da quest’ultima località, dopo esser stato spogliato di ogni incarico pastorale. Il processo canonico contro di lui, avviato dopo la sentenza di primo grado, è stato in seguito sospeso in attesa del pronunciamento della Cassazione. Nel corso della lunga vicenda giudiziaria di Stefanoni, l’ex arcivescovo di Como, mons. Alessandro Maggiolini, era stato temporaneamente iscritto nel registro degli indagati dalla procura con l’accusa di favoreggiamento. La sua posizione è stata poi archiviata. Torniamo ora a Savona. Il 4 febbraio 2012, don Nello Giraudo, prete pedofilo reo confesso, più volte denunciato pubblicamente dal portavoce della Rete L’abuso Francesco Zanardi (egli stesso vittima di Giraudo, v. intervista allegata), patteggia una pena di un anno di reclusione con la condizionale per aver molestato un giovane scout nel 2005. Al sacerdote savonese vengono in realtà attribuiti diversi altri episodi di abuso, ma si tratta di fatti verificatisi tempo addietro, caduti in prescrizione. Il 9 febbraio viene notificata inoltre la richiesta di archiviazione del procedimento penale nei confronti di mons. Dante Lafranconi, ex vescovo di Savona accusato di non aver agito per evitare che don Nello reiterasse i suoi crimini (v. Adista n. 7/12). Anche in questo caso, l’archiviazione non è motivata dal merito dei fatti contestati al prelato, ma dal raggiungimento dei termini di prescrizione. Dieci giorni dopo, tuttavia, la Rete L’abuso deposita nuovi oggetti di indagine a carico di Lafranconi e un’ulteriore querela da parte di una vittima già sentita in passato come teste dai magistrati. L’udienza durante la quale il Gip Fiorenza Giorgi deciderà se accogliere o meno la richiesta di archiviazione presentata dal Pm si svolgerà probabilmente ai primi di maggio.
«Io ti salverò» Un ulteriore caso di pedofilia esploso in questi primi mesi dell’anno è quello riportato dal mensile siciliano S (25 febbraio). Al centro dell’inchiesta di Andrea Cottone e Antonio Condorelli è un sacerdote della diocesi di Acireale, di cui ancora non si conosce l’identità. I due giornalisti, nel realizzare il servizio, si sono avvalsi della collaborazione di un uomo in passato abusato dal prete. Dopo anni, la vittima si è infatti presentata di fronte al religioso nascondendo una piccola telecamera: nel colloquio fra i due, che può essere facilmente ascoltato su internet, il prete ammette i rapporti sessuali e afferma di essersi comportato in quel modo per «liberare» il ragazzino.
Pochi giorni dopo che la notizia era diventata di dominio pubblico, il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, ha ordinato al sacerdote di «allontanarsi dalla sua sede» per «riflettere e ritirarsi in meditazione», mentre la procura della Repubblica di Catania ha aperto un fascicolo sui fatti portati alla luce da S. A giorni, l’associazione La Caramella Buona e l’uomo molestato dal prete di Acireale dovrebbero tenere una conferenza stampa durante la quale sveleranno tanto l’identità della vittima, quanto quella del prete sotto accusa. L’ultimo caso ci riporta in provincia di Como, dove lo scorso 7 marzo don Marco Mangiacasale, ex parroco quarantottenne di San Giuliano, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale continuata nei confronti di una ragazzina, oggi sedicenne, che frequentava il suo oratorio. I fatti risalirebbero al 2008, quando fra don Marco, in seguito diventato economo della diocesi, e la minore (aveva all’epoca 13 anni) era cominciata una vera e propria relazione sentimentale. La frequentazione fra i due era poi proseguita per tre anni a base di sms e e-mail, incontri periodici nell’abitazione del sacerdote, scambi di baci e di effusioni. A metà febbraio, tuttavia, la vittima avrebbe confidato al nuovo parroco, al momento della confessione, il proprio segreto. Don Roberto Pandolfi (questo il nome del sacerdote chiamato a sostituire Mangiacasale) avrebbe poi convinto l’adolescente a rendere partecipi della vicenda i suoi genitori, dai quali sarebbe poi partita la denuncia. Il 12 marzo scorso, nel corso di un interrogatorio di fronte al giudice per le indagini preliminari Maria Luisa Lo Gatto, don Marco ha confermato tutti i fatti che gli sono stati contestati dall’accusa. (marco zerbino)

Marco Zerbino ADISTA

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.