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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Acireale » Pedofilia, parla la vittima di Sua Eccellenza

Pedofilia, parla la vittima di Sua Eccellenza

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Marzo 2012
in Sicilia
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22 Marzo 2012 ore 17:41

Una testimonianza-choc, rotta dai singhiozzi, rilasciata davanti alle telecamere, in conferenza stampa: quando il coraggio di parlare arriva, non si ferma. Teodoro Pulvireti, catanese, 37 anni, oggi ricercatore negli Stati Uniti, ha voluto denunciare pubblicamente gli abusi subiti a 14-15 anni, accusando un sacerdote, don Carlo Chiarenza, allora parroco di S.Paolo ad Acireale, successivamente decano della Basilica di S. Sebastiano.

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E ha fatto ascoltare l’audio di una conversazione fatta qualche tempo fa col religioso, captata a sua insaputa, e altrettanto scioccante: ‘Mi sentivo sporco’, gli dice Pulvireti. ‘Io – risponde il prete – inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. E’ stato un modo di dirti che ti volevo bene’. Denunciato, a febbraio, Chiarenza e’ stato allontanato dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia.

Ora questa registrazione e’ stata acquisita dalla polizia postale di Catania, che da un mese, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo materiale e testimonianze da soggetti sentiti come persone informate sui fatti su questa e altre vicende. ‘Il mio caso e’ caduto in prescrizione – afferma Pulvireti – ma ce n’e’ una decina per cui la giustizia puo’ fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare’.

L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La Caramella Buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine, che per primo ha sollevato il caso. Nel maggio scorso il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile – che non esita a parlare di ‘protezioni’ e ‘scaricabarile tra vescovi’, definendo ‘piu’ virtuale che concreto’ l’impegno della Chiesa contro la pedofilia – ha scritto in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza. Scicluna ha risposto invitando a ‘trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo’ della diocesi di Acireale, mons. Pio Vittorio Vigo.

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Ma il vero pugno nello stomaco e’ il racconto di Teodoro: ‘Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papa’. C’era un gruppo di giovani piu’ vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti. A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbraccio’, comincio’ a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, ne’ una ragazza. Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessita’ di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere. Lui mise la mia testa sulla sua spalla, inizio’ a dirmi ‘ti voglio bene’, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi piu’ in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo.

Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire’. Dalle sue parole – che hanno commosso il sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarieta’ – traspare una situazione di sudditanza psicologica vissuta per anni. ‘Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullita”. In mano Teodoro stringe un rosario: ‘E’ quello di mia madre, mi da’ forza. Io credo in Dio, ma non posso piu’ credere nella Chiesa’.Una testimonianza-choc, rotta dai singhiozzi, rilasciata davanti alle telecamere, in conferenza stampa: quando il coraggio di parlare arriva, non si ferma.

Teodoro Pulvireti, catanese, 37 anni, oggi ricercatore negli Stati Uniti, ha voluto denunciare pubblicamente gli abusi subiti a 14-15 anni, accusando un sacerdote, don Carlo Chiarenza, allora parroco di S.Paolo ad Acireale, successivamente decano della Basilica di S. Sebastiano. E ha fatto ascoltare l’audio di una conversazione fatta qualche tempo fa col religioso, captata a sua insaputa, e altrettanto scioccante: ‘Mi sentivo sporco’, gli dice Pulvireti. ‘Io – risponde il prete – inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. E’ stato un modo di dirti che ti volevo bene’. Denunciato, a febbraio, Chiarenza e’ stato allontanato dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia.

Ora questa registrazione e’ stata acquisita dalla polizia postale di catania, che da un mese, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo materiale e testimonianze da soggetti sentiti come persone informate sui fatti su questa e altre vicende. ‘Il mio caso e’ caduto in prescrizione – afferma Pulvireti – ma ce n’e’ una decina per cui la giustizia puo’ fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare’.

L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La Caramella Buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine, che per primo ha sollevato il caso. Nel maggio scorso il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile – che non esita a parlare di ‘protezioni’ e ‘scaricabarile tra vescovi’, definendo ‘piu’ virtuale che concreto’ l’impegno della Chiesa contro la pedofilia – ha scritto in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza. Scicluna ha risposto invitando a ‘trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo’ della diocesi di Acireale, mons. Pio Vittorio Vigo.

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Ma il vero pugno nello stomaco e’ il racconto di Teodoro: ‘Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papa’. C’era un gruppo di giovani piu’ vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti. A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbraccio’, comincio’ a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, ne’ una ragazza. Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessita’ di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere. Lui mise la mia testa sulla sua spalla, inizio’ a dirmi ‘ti voglio bene’, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi piu’ in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo.

Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire’. Dalle sue parole – che hanno commosso il sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarieta’ – traspare una situazione di sudditanza psicologica vissuta per anni. ‘Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullita”. In mano Teodoro stringe un rosario: ‘E’ quello di mia madre, mi da’ forza. Io credo in Dio, ma non posso piu’ credere nella Chiesa’.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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