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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » calabria » Don Rutigliano, è la fine di un incubo

Don Rutigliano, è la fine di un incubo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
10 Ottobre 2011
in Calabria
Reading Time: 3 mins read
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Reazioni di grande soddisfazione nella cittadina apprendendo la notizia della condanna dell’ex sacerdote per il reato di abuso di minore. No comment da parte delle istituzioni

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BIVONGI (RC) – Giornata uggiosa di battistiana memoria per il decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede, licenziato dal Palazzo del Sant’Uffizio in data 20 giugno 2011, con cui don Francesco Rutigliano è stato dichiarato “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio”; su Bivongi e Pazzano, cittadine della vallata dello Stilaro dove il giovane sacerdote di Altamura, in provincia di Bari, ha esercitato il ministero sacerdotale per circa tre anni e mezzo, le nuvole sgomitano a più non posso sin dalle prime ore del mattino, con il sole a far capolino di qua e di là, salvo poi cedere il passo ad una discreta pioggerellina che cade giù quasi in punta di piedi.

Una lotta atmosferica, insomma, che costituisce il più naturale preludio a ciò che di lì a poco si andrà a vivere, con la gente che puntualmente si rimette in moto non prima di un’abbondante colazione ed una rapida occhiata alle notizie più importanti dei quotidiani regionali: ed a quel punto non può sfuggire quel “Il prete molestatore sparito era a processo in Vaticano”, con cui Calabria Ora ha inteso aprire l’edizione di sabato. Ed il cornetto che quasi va di traverso, andando poi ad approfondire l’impatto forte con il titolo e rendendosi conto che si parlava proprio di lui. Dell’ex parroco. Molto ex, per la verità, essendo circa due anni che non si fa più vedere da queste parti ma anche e soprattutto per delle precise disposizioni della diocesi di Locri-Gerace.

Pian pianino, come in una sorta di “effetto domino”, a cascata, il tam tam dello “scoop” del giorno contagia i due paesi e, per esteso, l’intero comprensorio della Locride. Sgomento. Sbigottito. Quasi tramortito per questo scandalo, altrimenti appellato “pedofilia”, che si è originato anche a queste latitudini, dove magari mai e poi mai si pensava si potesse arrivare a tanto. Cosa che invece è venuto per quel “delitto”, come è stato definito nel documento ufficiale all’uopo formato dal Tribunale apostolico, commesso ai danni di C. A., da don Francesco Rutigliano, nel periodo fra il 2006 e il 2008, con le accuse portate in luce il 12 giugno del 2009 ed avendo riguardo “a ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni” – si legge senza fraintendimento alcuno.

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Nel breve volgere di poche ore la notizia viene assimilata “Ed è la fine di un incubo – si lascia scappare un giovane all’uscita dall’edicola bivongese, alle prese con la rapida lettura dei pezzi in questione – anche se negli ultimi tempi tutto questo lo si diceva con molta convinzione…”; già, lo si diceva in modo ripetuto. E quasi del tutto convinti che tutto ciò fosse vero. Ma senza averne le carte a disposizione. Che ora, invece, ci sono. Eccome se ci sono! E dicono molto di più di cui si è messo per iscritto per tramite di questa testata giornalistica.

Ad ogni modo si prova a sentire qualcuno fra le istituzioni civiche. Ma nessuno sembra essere disponibile. Tantomeno i rappresentanti della Chiesa locale, che si lecca le ferite di questa brutta botta. Su cui ci sarà molto da lavorare per recuperare quella credibilità che inevitabilmente viene a diminuire. “No comment”. È questo la laconica frase di chiunque abbia appreso la notizia. Perché non ci si vuole esporre. Per niente. Del resto, proprio a Bivongi sono ancora vivi i contrasti intestini, talvolta molto accesi quasi arrivando alle mani, di svariati momenti “Che ora si chiudono per sempre, con questa sentenza ci mettiamo una volta per tutte una pietra sopra, ora basta, guardiamo avanti” – ci sorprende una signora lungo il viale nel mentre si reca ad andare a fare la spesa.

E ne ha ben donde nel guardare avanti, così come chiunque sia stato coinvolto in questa, tristissima, vicenda che, per i prossimi quattro anni, vedrà don Francesco pregare per la vittima delle sue morbose attenzioni e per la di lui famiglia: in tal senso ha sentenziato la Congregazione vaticana e così sarà come per altre, precise, indicazioni che, se non fossero osservate, potrebbero addirittura costargli “la dimissione dallo stato clericale”.

Antonio Baldari

*tratto da “Calabria Ora” del 10 ottobre 2011

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.