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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » piemonte » «Don Mimmo? Non ci credo È sempre stato corretto»

«Don Mimmo? Non ci credo È sempre stato corretto»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
8 Novembre 2006
in Piemonte
Reading Time: 3 mins read
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«Don Mimmo?». Grande stupore sul volto della parrocchiana di San Giustino, una casalinga dell’ Alessandrino che sta uscendo con il figlio ancora in pantaloncini corti e maglietta da football dall’ oratorio.

Sul retro della chiesa di viale Alessandrino, al 144, infuriano almeno un paio di partitelle di calcio tra i ragazzi di questa zona a ridosso della Casilina, incapsulata lì dall’ urbanista selvaggio tra Centocelle e Quarticciolo. Altri ragazzini sono in catechesi, altri ancora a colloquio con i genitori negli uffici della parrocchia, al bar c’ è chi gioca a ping pong o beve una coca. Ma è qui che si sta abbattendo come un fulmine una storia atroce.

La storia, per così dire, riguarda don Domenico Repice, di 39 anni, che abita in parrocchia e che qua tutti chiamano don Mimmo. Ci sono le sue foto negli anditi, insieme agli altri sacerdoti, mostrano un uomo con gli occhiali e il sorriso sul volto che si allunga in una stempiatura. Sorride con i ragazzi della prima Comunione, edizione 2006, nella foto vicina sorride il vescovo con i Cresimati.

Come se nessuno presagisse niente… E invece ora in sagrestia i due viceparroci bergamaschi che fanno le veci del parroco della grande parrocchia, don Giulio Villa, temono il peggio. Don Andrea cerca di defilarsi, è don Vito Isacchi ad ammettere di sapere degli arresti domiciliari scattati dal giorno prima per don Mimmo. Nessuno ovviamente si pronuncia, del resto che dire? «Parli con don Giulio, è lui il parroco», esortano i due vice chiudendo gli uffici a sera. Lui, l’ arrestato, sta chiuso da qualche parte nel grande immobile. I suoi parenti lo danno per «malato». Il padre Giuseppe dice che è a casa. Al telefono di casa sua risponde lui, ma appena ci si qualifica scatta il gelo. «Sì, sono don Domenico Repice – dice – ma non so di che cosa voglia parlare. Mi scusi, ma ora ho da fare…». Più agghiacciante è ciò che hanno detto di lui i piccoli dell’ inchiesta promossa dalla Squadra Mobile. Un ragazzino lo ha descritto come un uomo sui 40 anni che indossa sempre un cappelletto di colore nero e occhiali da vista. Uno che gira con Ford scura. Un cliente con cui ci si mette d’ accordo prima per la somma di 50 euro e da cui poi però escono solo 20 euro.

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Il ragazzo si arrabbia, l’ uomo lo fa scendere dalla Ford e gli rifila un calcio dicendogli di essere un poliziotto. Da allora il ragazzo lo evita, anche se lo rivede spesso a Valle Giulia in cerca di ragazzi. Tutto vero? È questo il sacerdote conosciuto all’ Alessandrino? Di sicuro all’ Alessandrino non si trova questo volto, solo l’ altro immortalato sulle foto dei giorni di festa. «Don Mimmo? – aggiunge un’ altra signora -. È sempre stato corretto con i nostri ragazzi, che ha anche accompagnato in escursioni…». Si ripete un copione già visto, come a Pomezia dove decine e decine di parrocchiani che non volevano credere alle prime scoperte atroci di questa lunga inchiesta sulle pedofilia a Roma e provincia. Un prete, don Marco, che faceva la spola tra Pomezia e l’ Alessandrino, si è poi suicidato. Anche questo è agghiacciante. Don Mimmo insegna religione in un liceo artistico, uno dei sei della Capitale, quello più vicino alla Tuscolana.

L’ inchiesta della Squadra Mobile non solleva angoli bui neanche in questa zona delle sue attività di guida spirituale. Martella, come per il resto degli accusati, su quell’ «enclave» di miseria umana e sfruttamento sessuale di minori che è Valle Giulia, quel posto a Roma dove di notte quando si spengono le luci della Galleria nazionale d’ arte moderna o del Museo nazionale etrusco si scatena un universo di pericolosi zombi. Al Vicariato non si commenta. Don Marco Fibbi si limita a definire la presenza dell’ inquisito a San Giustino come quella di un prete di passaggio. «Collaboratore – dice – vuol dire solo che aveva scelto quella chiesa per dire Messa. E ora ovviamente si sarà autosospeso». In realtà, a San Giustino la presenza di don Domenico Repice è tutt’ altro che di passaggio. Ordinato sacerdote nel 1993, don Mimmo ha lasciato il suo segno in questa parrocchia di frontiera. Ma ora è difficile parlarne. Eppure Benedetto XVI ha tuonato contro la pedofilia e i preti che si macchiano di questo reato. Ferme restando le garanzie di presunzione d’ innocenza per ogni inquisito, si viene via dall’ Alessandrino con un brutto peso addosso.

Brogi Paolo

Pagina 7
(8 novembre 2006) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/2006/novembre/08/Don_Mimmo_Non_credo_sempre_co_10_061108026.shtml

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.