PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

Via al processo a don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e liberazione, accusato di violenze su otto bambini. Ma il Vaticano continua a essere poco trasparente

di Federico Tulli

796367_MGTHUMB-INTERNARicordate don Mauro Inzoli? Sebbene a giugno 2014 fosse stato «invitato» dalla Congregazione per la dottrina della fede «a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» per gli «abusi su minori» affidati alla sua cura, il 17 gennaio 2015 fu immortalato sorridente al convegno organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale». L’ex parroco di Crema, esponente di spicco di Comunione e liberazione, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della fraternità, si godeva lo spettacolo in seconda fila. Davanti a lui sedevano il governatore Roberto Maroni e il predecessore, Roberto Formigoni, di cui, Inzoli, si dice sia stato il confessore. Condannato – si fa per dire – dalla Santa Sede «alla pena medicinale perpetua» per lo Stato italiano era un uomo libero. Il 9 marzo le cose potrebbero cambiare. È la data fissata dal gip di Cremona Letizia Platè per il processo al prete, sotto inchiesta in Italia solo da ottobre 2014 in seguito a due esposti del senatore Sel Franco Bordo. L’accusa è di quelle pesanti: “Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minori di 12 anni”. A Inzoli sono imputati otto casi, altri 15 sono caduti in prescrizione. Rischia 12 anni di carcere e la pena potrebbe ridursi di un terzo con il rito abbreviato. Ma un eventuale appello allungherebbe i tempi facendo cadere in prescrizione tutti i reati. A dilatare l’iter investigativo ha contribuito la Santa Sede negando alla procura di Cremona gli atti dell’istruttoria e del procedimento canonico perché vincolati dal «segreto pontificio».

L’avvio del processo penale a don Inzoli coincide con il terzo anniversario del pontificato di Bergoglio. Sin dal 13 marzo 2013, Francesco si è dedicato, almeno a parole, alla lotta contro la pedofilia nel clero cattolico. Ma il gesuita argentino ha poco da festeggiare. I due Oscar vinti da Spotlight di Tom McCarthy (miglior film e miglior sceneggiatura originale) riportano con forza in primo piano l’ineludibile questione della trasparenza come chiave di volta per scardinare il sistema di potere complice dei pedofili in tonaca contro cui lo stesso Bergoglio si è spesso scagliato in nome della «tolleranza zero». Un’idea di trasparenza che si lega a quella di collaborazione con le autorità degli altri Paesi, che evidentemente però non è stata ancora ben assimilata in Vaticano nemmeno dal papa. Lo dicono la rogatoria negata e il “segreto pontificio” sul caso Inzoli. Ma anche, per fare un esempio, la vicenda giudiziaria di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato nei rispettivi libri – Avarizia (Feltrinelli) e Via crucis (Chiarelettere) – notizie vere documentate da fonti certe. Proprio come fecero nel 2002 i colleghi del team Spotlight del Boston Globe, cui invece la tenace inchiesta che smascherò le sistematiche complicità delle istituzioni ecclesiastiche con i pedofili valse il Pulitzer. Ad aumentare la distanza tra gli annunci di Bergoglio e la realtà dei fatti ci si mette anche la Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui creata, sommersa dalle polemiche per l’espulsione di un membro laico, l’avvocato inglese Peter Saunders. Il quale, intervistato dalla Bbc, ha attaccato papa Francesco reo «di non aver fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini», e ha definito «oltraggiosa» la nomina del suo amico monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno in Cile, sospettato di aver protetto padre Karadima condannato per pedofilia nel 2011. La defenestrazione di Saunders va messa in relazione alle sue accuse contro il cardinale George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto, senza però riuscire a evitare di deporre il 28 febbraio scorso di fronte alla Commissione governativa australiana sui crimini pedofili. «Non sono qui per difendere l’indifendibile», ha detto il cardinale, ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini. Troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze», ha osservato tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili», ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione.

CatturaUna responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida. Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per l’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di loro la dimissione dallo stato clericale è probabilmente arrivata dopo una condanna penale “laica”. Per altri invece si è espresso solo il Tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa non risposero alle istanze dell’Onu che anche per questo ha accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. Come nel caso di don Inzoli, i fatti e la trasparenza stanno a zero.

LEFT del 5 marzo 2016