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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Bologna » I preti pedofili e il diavolo

I preti pedofili e il diavolo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Febbraio 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Il papa dice che «la pedofilia nella Chiesa è opera del diavolo», è una ‘malattia’ diabolica… E vabbè, mi rassegno sconsolato a queste argomentazioni clericali da un tanto al chilo: quando nella Chiesa qualcuno fa delle porcherie è sempre colpa di un immaginario diavolo di passaggio che sostituisce in quel frangente l’angelo custode… Così come quando preti, frati, suore e vescovi non sanno che dire di cose della fede e della vita ci sparano addosso il classico: «È un mistero!». Per cui, tra diavoli e misteri, la razionalità e l’intelligenza vanno a farsi friggere, mentre i reati si rifugiano nei peccati o in una presunta malattia di “possessione”, o vengono rottamati dall’ipocrisia.

Fatto sta che le vittime di pedofilia negli occhi e nella coscienza hanno volti, violenze e ferite di carne d’uomo, e non diavoli con code e corna che vanno a zonzo senza fissa dimora. Ma facciamo finta che quello che dice il papa, per caso o per culo, sia vero; o abbia divinamente ragione: tutti quei vescovi e quegli altri papi che l’hanno fatta passare liscia a quei morbosi carnefici, lasciando senza un minimo di giustizia le loro vittime, dobbiamo o dovremmo conseguenteme-nte considerarli, essi stessi o chi per loro, degli ‘indiavolati’? Oppure possiamo permetterci di considerarli penalmente dei ‘mandanti’ o almeno dei complici, visto che direttamente o indirettamente sono loro che li hanno formati e ordinati “sacerdoti”, quegli stramaledetti pedofili in tonaca?

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Diavoli a parte, papa Francesco ci sta mettendo tanto impegno per suturare e rimediare ai danni presenti e tamponare quelli futuri nei confronti di questa “malat-tia”/peccato/reato che ha sfregiato e svilito la credibilità della Chiesa. Il problema però, per lui e per tutti, è che nelle singole realtà diocesane ed ecclesiali questa sua tensione etica non ha la stessa intensità e la stessa voglia di verità e di riparazione, anzi, ancora si insiste secondo il modello tradizionale a ‘riparare’ con la rimozione, cioè spostando il soggetto e il problema in un’altra ‘location’ o in luoghi di cura, parrocchie e conventi “fuori mano”, snobbando le vittime, le leggi dello Stato, gli effetti civili e penali e i danni morali e psicologici subiti dalle vittime. E questa modalità, in particolare, è ancora quasi unanimemente la scelta privilegiata da Curie, ordini religiosi, congregazioni… E così mentre da un lato si predica bene, dall’altro si insiste a voler considerare la pedofilia solo un ‘peccato o una malattia’ e il prete pedofilo un ‘peccatore’ qualunque, malato fin che si vuole, ma peccatore coi fiocchi, saltando a piedi pari il fatto che è un reato gravissimo da denunciare. D’altronde, nella formazione dei preti si insegna ancora che il prete è ontologicamente diverso dai comuni mortali, quasi un cittadino speciale che gode di extraterritorialità giudiziaria, un marziano del diritto e dei tribunali umani, appartenente ad una Chiesa/Stato che presume di avere l’esclusiva di infilarsi negli orrori ed errori commessi dai propri rappresentanti, dimenticandosi a monte di incentivare un’educazione alla crescita umana, affettiva e relazionale dei propri “ministri”, e a valle rifiutando di fare i conti non solo col popolo di Dio, ma anche con le leggi, i principi e l’etica.

E il perdono? Il perdono cronologicamente viene sempre dopo. Sì, vogliamo che la Chiesa sia capace di chinarsi ai piedi anche del peccato più orrendo e di rialzarsi poi davanti a occhi dilatati di nuova luce perché perdonati e feriti dalla vergogna e il pentimento, il Vangelo di Gesù ci insegna questo, ma dobbiamo rispettare anche quel perdono del popolo che si chiama giustizia, l’unico perdono che consente anche alle vittime l’infinita pazienza di ricominciare e di trovare forse anche nelle ferite subite quei fili d’oro che li riallacciano alla fede.

Benito Fusco è frate dell’ordine dei Servi di Maria, parroco di S. Lorenzo a Budrio (Bologna)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.