ROMA – La Rete L’Abuso, che tutela le vittime di pedofilia, ha presentato i risultati ottenuti sugli sportelli diocesani, a seguito di “un viaggio per le diocesi italiane durato quasi due anni“. Attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade. Il dossier è stato illustrato dal portavoce Francesco Zanardi insieme a un sopravvissuto del clero di Bolzano (caso canonicamente chiuso nel 2025) e all’avvocato Mario Caligiuri.
“Quello che abbiamo rilevato è omogeneo, in 32 sportelli diocesani analizzati si riscontrano preti non sanzionati, difficoltà di accesso agli atti, molti sacerdoti che restano ancora anonimi, e soprattutto pratiche di spostamento da una diocesi all’altra” omettendo di “fare in modo che questi non tornino a contatto con minori”.
Pedofilia e sportelli diocesani: la Rete L’Abuso
In alcuni casi, spiega Zanardi, “lo abbiamo fatto anonimamente mentre in altri ci siamo presentati come Associazione, insieme al sopravvissuto, per capire quale fosse il differente approccio”. Attualmente in Italia sono presenti sportelli in 130 diocesi su 226. L’indagine ha toccato Lombardia, Toscana, Calabria, Basilicata, Lazio, Sicilia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Liguria e la diocesi di Bolzano, ritenuta tra le più avanzate nella prevenzione. “Qual era l’aspettativa della vittime? Quella del manifesto di papa Francesco: tolleranza zero, prevenzione e controllo. Ma non è così”.
Il ruolo del vescovo e le procedure
Secondo l’Associazione, quella degli sportelli appare “una estensione di una struttura blindata”. “È lo sportello che comunica i dati al vescovo e così non ci va più la vittima dal vescovo ma i dati mandati appunto attraverso lo sportello. Tuttavia è sempre il vescovo a decidere se fare o no l’indagine previa”.
Le vittime, viene spiegato, devono firmare un consenso informato che non farebbe riferimento ai due procedimenti, quello canonico e quello civile. L’operatore che raccoglie la testimonianza sarebbe spesso un volontario, e la deposizione resterebbe allo sportello senza rilascio di copia.
“Non si chiedono le circostanze dell’abuso”
“Spesso – continua Zanardi – non viene chiesto nemmeno il nome del prete presunto abusatore. Vengono fatte domande come, erano informati i genitori? Quali altre persone sono informate? Mentre non chiedono molto sul fatto in sé, sembra quasi non interessare l’argomento, si chiede quando sono accaduti questi fatti, e viene fatto notare che c’è la prescrizione, quindi che cosa accade psicologicamente alla vittima? Per la vittima che va allo sportello facendosi forte di quello che ha subìto, cambia la situazione psicologica, chi è allo sportello ha il coltello dalla parte del manico”. Zanardi insiste sul fatto che dall’indagine emerge che “non ci sono domande sulle circostanze dell’abuso”.
Supporto psicologico e contributi economici
“Tranne l’accompagnamento alla denuncia, in nessun caso abbiamo visto che sia stato proposto un supporto psicologico o un qualche intervento per la vittima”. Nei casi di richiesta di contributo per spese mediche o psicologiche, in pochi episodi sarebbe stata offerta una somma di cinquemila euro, ma con accordo di riservatezza tra le parti e “a titolo di aiuto per esempio per gli studi non per gli abusi (non come risarcimento)”. Una denuncia che riaccende il dibattito sulla gestione delle segnalazioni di abusi nelle diocesi italiane e sull’effettiva applicazione della linea della “tolleranza zero”.
Pedofilia e sportelli diocesani “tendenti all’insabbiamento”, dati shock della “Rete L’Abuso”

















