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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

La pedofilia è una piaga con cui la Chiesa Cattolica deve fare i conti. La CEI esca dalla demagogia e agisca.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
25 Ottobre 2025
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Nella giornata di ieri abbiamo parlato dello scabroso caso di don Carlo Occelli, sacerdote della Diocesi di Cuneo-Fossano che ha patteggiato una “pena di un anno e otto mesi per atti sessuali con minorenne consenziente”.

A seguire è necessario analizzare come la Conferenza Episcopale della Regione Ecclesiastica Piemonte e Valle d’Aosta sta affrontando il tema della “tutela dei minori”.

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Intanto va detto che il Vescovo delegato regionale per la tutela dei minori risulta essere il Vescovo di Alba, monsignor Marco Brunetti, il quale deve attuare in tutto il Piemonte e nella Valle d’Aosta quelle che sono le direttive che provengono dal “Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della Conferenza Episcopale Italiana”.

La Conferenza Episcopale Italiana – CEI, il 18 ottobre 2025, pochi giorni fa, pubblicava un testo dal titolo “Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili: l’impegno delle Chiese in Italia”. Bellissimo che si facciano parole, si producano sussidi, si scrivano chilometri di documenti, ma bisogna che la CEI faccia concretamente qualcosa per arginare la piaga delle molestie e degli abusi all’interno della Chiesa Cattolica Italiana.

Dall’Assemblea dei Vescovi tengono a precisare: “come emerge anche dalla III Rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, che prende in esame il biennio 2023-2024, ed è basata sul metodo della participatory action research, con il coinvolgimento di 184 Diocesi (il 94,2% del totale), 16 servizi regionali e 103 Centri di ascolto attivi, tutte le regioni e tutte le Diocesi italiane si sono dotate di un Servizio diocesano o interdiocesano per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito”.

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Come mai, se c’è così tanta attenzione, una così capillare presenza, un presidio di formazione che la Chiesa sponsorizza a più canali, ci sono innumerevoli casi di appartenenti al Clero che abusano e mettono in atto condotte penalmente rilevanti sul fronte sessuale?

Eppure – a detta della CEI, che sicuramente asserisce il vero – “i Centri diocesani godono della presenza di professionalità formate e competenti quando si tratta di ascolto e accoglienza delle vittime o di familiari: sorti sul territorio, sono in un numero circoscritto proprio per poter contare su personale qualificato e costantemente aggiornato”.

Sarà sicuramente così ma intanto i casi di abusi ci sono e sono sempre più presenti. Jorge Mario Bergoglio aveva promesso di fare una “pulizia” nella Chiesa che si sarebbe vista. Robert Francis Prevost non ha ancora avuto tempo di iniziare le azioni di nettezza interna ai Sacri Palazzi.

Evidentemente dalle parti di Via Aurelia, sede della CEI nella Capitale, hanno chiaro che esiste un problema ed infatti specificano che “nelle prossime settimane saranno presentati due strumenti operativi destinati agli operatori ed elaborati per uniformare le procedure a livello nazionale”.

Si doveva aspettare la fine del 2025, o più verosimilmente l’inizio del 2026, per “uniformale le procedure a livello nazionale” ed essere più solerti ed incisivi nel consegnare alla Magistratura quei soggetti che violano l’innocenza dei minori e degli adulti vulnerabili?

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Sul tema è intervenuto il Segretario Generale della CEI, Arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, che ha spiegato come “tra le collaborazioni avviate a livello nazionale, si evidenzia la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia, contribuendo alla stesura delle schede di azione del Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso dello sfruttamento sessuale dei minori”. Bene, ma non benissimo.

Bisogna fare di più.

Non basta fare riunioni, associarsi a realtà terze, creare osservatori e luoghi di confronto.

Bisogna intervenire, ridurre allo stato laicale quei preti che compiono abusi, arrivare in tempo quando iniziano ad esserci segnalazioni, seppur anonime, per fare le opportune “indagini previe” e poi consegnare tutto alla Procura della Repubblica territorialmente competente.

Il resto sono parole che nulla hanno di rassicurante ma, soprattutto, che offendono le vittime dei carnefici e le famiglie delle stesse.

Non è raro assistere a trasmissioni televisive in cui le vittime raccontano, registrazioni alla mano, di Vescovi e Diocesi che cercano di giustificare il sacerdote e che riducono tutto ad una mera questione risarcitoria.

Da Roma fanno trapelare che “la Conferenza Episcopale Italiana, il 28 ottobre 2022, ha siglato un accordo con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori per un progetto “Memorare” volto a promuovere da quel momento in poi, quindi anche nel 2023, un impegno comune sempre più incisivo nel combattere gli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Alla base c’è la condivisione di un approccio integrale e delle buone prassi adottate dalla Chiesa in Italia per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”.

Tutto bello, pregevole, aulico, … ma nel concreto?

Concretamente non c’è nulla se non un cumulo imbarazzante di “buone intenzioni” che il Presidente della CEI, Arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, descrive così: “In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino inarrestabile”.

Intanto, a Cuneo, un sacerdote ha patteggiato una condanna di un anno e otto mesi per “atti sessuali con minorenne consenziente” e non si sa se il Vaticano lo ridurrà allo stato laicale e lo allontanerà da ambienti frequentati da minori e persone vulnerabili.

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La Diocesi di Cuneo-Fossano, in uno scarno “Comunicato”, si è limitata a dire che sarebbe in atto “un processo canonico, ancora in corso, di cui ora si attende l’esito”. In molti dicono: “speriamo non finisca come con padre Rupnik che, impunito, continua a celebrare i divini misteri, come nulla avesse fatto”.

Intanto alcuni cuneesi hanno preso la ferma decisione di non più mandare i loro figli all’oratorio perché la CEI è tanto brava a creare commissioni per la tutela dei minori ma, vista la cronaca, meglio non rischiare.

Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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