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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Conferenza episcopale francese: il vescovo di Toulouse ritiri la nomina del prete condannato per abusi su minore

Conferenza episcopale francese: il vescovo di Toulouse ritiri la nomina del prete condannato per abusi su minore

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
12 Agosto 2025
in World
Reading Time: 5 mins read
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TOULOUSE-ADISTA. Non si spegne, in Francia, la polemica intorno al caso del prete Dominique Spina che, riconosciuto colpevole di abusi sessuali su un adolescente per un periodo di due anni, pur non avendo mai mostrato, durante il processo, un reale pentimento e avendo cercato di screditare la sua vittima, nominato parroco nel 2009, due anni dopo la sua uscita di prigione, e rimasto in carica fino al 2016, quando si è dimesso sotto la pressione mediatica, oggi viene scelto dal vescoovo mons. Guy de Kerimel per il delicatissimo ruolo di gran cancelliere, con responsabilità, quindi, sugli archivi diocesani. Da sottolineare che il codice di diritto canonico richiede una reputazione intatta per certi incarichi, il che rende problematica la sua nomina.

Il 10 agosto, a rompere un imbarazzante silenzio rotto solo dalla voce isolata di protesta del vescovo di Viviers, mons. Hervé Jean Robert Giraud – che ha reagito pubblicamente prima sui social e poi in un’intervista, proponendo che il prete svolga “un lavoro ordinario come qualsiasi cittadino” – un comunicato della Conferenza episcopale francese, affronta in un paragrafo proprio tema di Toulouse, invitando de Kerimel a tornare sui suoi passi. “In Francia, le ultime settimane hanno visto un periodo ecclesiastico intenso”, esordisce il comunicato firmato dal card. Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente dei vescovi, e dai due vicepresidenti mons. Vincent Jordy di Tours, e mons. Benoit Bertrand, vescovo di Pontoise. “Vorremmo sottolineare che la nostra Chiesa, da diversi anni, ha coraggiosamente imboccato la via della verità nella dolorosa questione degli abusi commessi al suo interno. È molto importante continuare questo lavoro in tutti i settori della vita ecclesiale. A poco a poco, abbiamo imparato a guardare questi fatti innanzitutto dal punto di vista delle persone che ne sono state vittime e che ne subiscono le conseguenze per il resto della loro vita. Questo cambiamento di prospettiva, l’ascolto commovente della loro angoscia e del loro dolore, l’accoglienza del loro invito a percorrere umilmente con loro un cammino di verità, hanno avviato, per la nostra istituzione ecclesiale, un lungo e impegnativo lavoro di conversione, che siamo determinati a proseguire”. In questo spirito, il vertice della Conferenza episcopale ha “avviato un dialogo costruttivo con Mons. Guy de Kerimel, arcivescovo di Tolosa, invitandolo a riconsiderare la decisione presa in merito alla nomina del Cancelliere della sua diocesi. In effetti, una tale nomina a un incarico così importante, canonicamente e simbolicamente, non può che ravvivare ferite, risvegliare sospetti e sconcertare il popolo di Dio”.

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Del resto non si contano le reazioni di protesta da parte della base cattolica. In un articolo sul quotidiano La Croix (7/8/2025), la presidente dell’associazione di sopravvissuti ad abusi Fraternité Victimes Mélanie Debrabant pone la questione centrale: che fare dei preti condannati che hanno scontato la pena? “Questo caso – scrive su La Croix – mette in evidenza quanto sia delicata la questione del destino dei preti autori di violenze sessuali, in particolare quando non vengono ridotti allo stato laicale. Non è un tema nuovo: la commissione Christnacht se ne occupa dal 2016.

Nel 2021, la prima raccomandazione della Ciase era di “assicurarsi che le persone riconosciute colpevoli di aggressione o abuso sessuale su minore o persona vulnerabile siano oggetto, nel tempo, di un percorso di presa in carico da parte di professionisti della salute”. Il primo problema è trovare questi operatori sanitari qualificati e formati”.

E poi: “chi decide la fine di un percorso di cura? Cosa fare quando l’interessato interrompe il suo seguito senza concertazione? Il rapporto della Ciase chiedeva anche di ‘garantire che qualsiasi persona coinvolta in un caso di aggressione o abuso sessuale su minore o persona vulnerabile non possa avere accesso a bambini, adolescenti o persone vulnerabili nell’ambito di una missione ecclesiale'”. Insomma, si chiede Debrabant: l’obiettivo di proteggere possibili vittime è realistico? Il tasso di recidiva dei pedocriminali è elevato: dal 10 al 40%, secondo uno studio del marzo 2025.

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Che compito affidare a questi uomini? Padre Patrick Goujon, gesuita, a sua volta vittima di abusi, ha recentemente testimoniato su La Croix di essere stato aggredito negli anni ’80 proprio dall’archivista della sua diocesi, che era stato nominato a quel posto proprio in seguito a denunce. Come è emerso dai lavori della commissione Ciase, molti archivi contenenti dati e notizie su casi di pedofilia sono stati distrutti. Altri preti vengono nominati cappellani di comunità religiose femminili, ma anche in quel caso un rischio c’è, dal momento che tali comunità sono spesso luoghi di ritiro e di passaggio. E poi, “queste donne che hanno consacrato la loro vita non meritano forse di meglio?”.

Debrabant pone poi un altro interrogativo: “Se ammettiamo che questi preti debbano stare lontani da possibili vittime, chi li sorveglierà? Possiamo chiedere a un parroco di spiare il suo viceparroco? L’istituzione ecclesiale ha i mezzi per farlo, quando persino lo Stato, dotato di polizia e gendarmeria, non ci riesce?”.

Non si può far credere, afferma la presidente di Fraternité victimes, “che la questione del reinserimento dei preti aggressori si riduca a questa sola alternativa: cancelliere o morte sociale”. “Non si può parlare di reinserimento degli aggressori – prosegue Debrabant – senza aver prima fatto di tutto per la riparazione delle vittime. Questi preti sono ospitati, stipendiati, accompagnati, sostenuti per le spese legali e mediche. Come accettare che un prete aggressore, anche se ha scontato la pena, possa essere trattato meglio di una vittima, che ne pagherà il prezzo per tutta la vita?”.

Se negli ultimi anni qualche passo è stato fatto per le vittime, “la nostra esperienza a fianco delle persone vittime testimonia ancora numerose insufficienze e incompetenze. Oggi, molte vittime sono maltrattate, ignorate e ridotte al silenzio. Devono interagire con diversi interlocutori e ripetere ogni volta la loro storia, il che può metterle in pericolo. La loro sofferenza è trascurata, persino derisa da alcuni responsabili. Persone vulnerabili che contattano un centro di ascolto per raccontare i crimini subiti non ricevono consiglio legale. Nessuno le richiama per sapere come stanno”. E poi, “malgrado il motu proprio Vos estis lux mundi di papa Francesco, non conosciamo nessuno che abbia beneficiato di un aiuto finanziario per le spese psicologiche.

Non esiste una consulenza specializzata in psicotraumatologia, dedicata e finanziata dall’istituzione. Le vittime sono lasciate sole: tocca a loro trovare operatori competenti e disponibili e pagare la propria terapia”. Senza dire che “Le procedure canoniche restano opache, lasciando regolarmente la vittima nell’ignoranza del processo, delle sue conclusioni e delle eventuali sanzioni”. Oggi, ad aiutare le vittime sono per lo più le associazioni. “Non sarebbe finalmente ora che l’istituzione prendesse risolutamente il partito della Misericordia: quella che si inginocchia davanti a queste vite spezzate e fa tutto il possibile per riparare?”.

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ludovica.eugenio

Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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