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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
21 Dicembre 2024
in World
Reading Time: 11 mins read
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«Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine». È su Religión Digital (18/12), in esclusiva, che il vescovo, emerito a soli 60 anni, della diocesi peruviana di Ayaviri Kay Martin Schmalhausen Panizo denuncia l’atteggiamento di chiusura incontrato quando denunciava a Roma – fin dal 2013 – i reati di abuso di cui si macchiava Luis Figari, il fondatore della società di vita apostolica Sodalizio (Sodalitium Christianae Vitae-SCV), della quale anche il vescovo ha per anni fatto parte.

Fa i nomi quando ricorda che «durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, parte del seguito papale. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine». Era il 2021, racconta a tal proposito, quando il nunzio di allora, Nicola Girasoli, «per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si fermavano? Sono bastate una semplice lettera» e, da parte della Santa Sede, «una scusa diplomatica: “Mons. Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”». Il vescovo aveva 57 anni.

Sodalizio, il punto della situazione

Figari, abusatore seriale, filonazista e malversatore, ad agosto scorso è stato espulso per decisione di papa Francesco dalla SCV per crimini quali stupri e soprusi fisici e psicologici, commessi tra il 1975 e il 2002 a danno di circa 36 persone, di cui 19 minorenni (v. Adista online del 16/8/24). Altri 10 “sodaliti”, a partire dall’ex superiore regionale e dagli ex superiori regionali della SCV, hanno subìto la stessa sorte per i crimini quali abuso fisico, anche con sadismo e violenza; di coscienza con metodi settari per spezzare la volontà dei subordinati; abuso spirituale, d’ufficio, nella gestione finanziaria (v. Adista Notizie n. 35/24). Decisioni, quelle del papa, assunte in base ai risultati ottenuti e acquisiti con certezza durante l’investigazione condotta nel luglio del 2023, per iniziativa del pontefice, dall’arcivescovo maltese Charles Scicluna, segretario aggiunto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e dal sacerdote spagnolo Jordi Bertomeu, funzionario dello stesso Dicastero (v. Adista online del 08/12/2021).

Di seguito il testo integrale dell’articolo di mons. Kay Martin Schmalhausen in una nostra traduzione dallo spagnolo.

«Gli ultimi avvenimenti legati al Caso Sodalitium – con il suo viavai mediatico – mi portano a scrivere questa riflessione, alquanto singolare e forse addirittura paradossale, poiché integra due prospettive: quella dell’ex membro (per 46 anni del Sodalitium Christianae Vitae, SCV, e vittima dei loro soprusi) e quella del vescovo, alla guida della Prelatura di Ayaviri per tre decenni.

Ho iniziato a partecipare al Sodalizio a 14 anni, sono entrato in comunità a 18, sono stato ordinato sacerdote a 25. A 41 anni sono stato nominato vescovo di Ayaviri (con sede a 4.000 metri sul livello del mare, a Puno), dove ho vissuto per 15 anni. Ho chiesto la grazia di lasciare Sodalitium all’età di 54 anni. Attualmente ho 60 anni; e come vescovo sono emerito.

Cosa posso pensare e dire con un doppio percorso istituzionale di 46 anni, tra la comunità religiosa in questione e la Conferenza Episcopale Peruviana (CEP)?

Di Sodalizio dirò che, a partire dai 14 anni – e fino almeno ai 25 anni – ho subìto i più diversi abusi, maltrattamenti, umiliazioni, scherni e insulti. Per la maggior parte delle persone, inimmaginabile. Quello che voglio dire è che non sono stato esente da nessuno degli abusi del ventaglio di cui è accusato il Sodalizi,. E tutto questo è iniziato qualche mese dopo il mio coinvolgimento da minorenne, a casa di Alberto Gazzo, sodalita e poi ex prete.

“Il mio anno di inferno e orrore”

Una volta ho descritto il mio primo anno di vita comunitaria nella casa “Saint Aelred” come “il mio anno di inferno e orrore”. Avevo come superiore Germán Doig, con la sua strategia del bastone e della carota, e Figari, che veniva a cena ogni sabato, settimana dopo settimanaper sottoporre la mia volontà con denigrazioni, scherno e insulti.

L’episcopato è stato per me la via d’uscita inaspettata da un sistema pernicioso di manipolazione e controllo, così come il risveglio a un mondo reale e molto più sano, al di fuori di quella bolla e del suo mondo parallelo, di fabbricazione ideologica e settaria.

Le mie prime lamentele

Ho denunciato Luis Fernando Figari per abuso sessuale all’inizio del 2013. Doig era morto 12 anni prima. Naturalmente l’inchiesta Sodalitium, nelle mani di Sandro Moroni e del suo consiglio superiore, non ha portato a nulla. Mi sono confrontato con le loro autorità: ancora una volta, niente. Nel 2015 e nel 2016 ho messo in guardia Roma sui gravi problemi della comunità in quanto tale; verbalmente e per iscritto. Ho incontrato il segretario di Stato Pietro Parolin: silenzio romano. Presentai personalmente la mia denuncia all’allora Congregazione per la Vita Religiosa, un altro sforzo vano. E voglio aggiungere che quest’ultima è stata accompagnata da una denigrazione, come poche altre, che ho subìto, da parte di José Rodríguez Carballo, il secondo in comando di detto dicastero. Un anno dopo, lui stesso mi ha chiesto di inviargli il mio reclamo via email. Non ha aiutato affatto. Ho messo in guardia anche il cardinale Sean O’Malley, capo della Commissione per la prevenzione degli abusi sui minori, con un lungo rapporto scritto: silenzio bostoniano.

Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine.

Campagna di diffamazione a Roma e in Perù

Col passare del tempo sono venuto a conoscenza delle diffamazioni e delle calunnie che venivano seminate contro di me dentro e fuori Roma. I suoi promotori furono alcune autorità di Sodalizio, tra cui Enrique Elías, suo procuratore presso la Santa Sede. Alcuni dei miei fratelli della Conferenza Episcopale Peruviana si sono uniti a questa campagna. I tipici meccanismi di appropriazione del controllo della narrazione, nello stile di Goebbels: “calunnia, calunnia, qualcosa resterà”.

Eravamo ancora lontani dagli eventi del 2018, quando ebbe luogo la visita di Papa Francesco in Cile, con la conseguente conversione del suo sguardo e della sua comprensione rispetto al tema degli abusi nella Chiesa. Era ancora un ambiente di trasparenza zero e di non conoscimento di cosa significhi “responsabilità”. Eravamo lontani dall’“ascoltare, proteggere e dare credito” alle vittime.

Ancora oggi ricordo, durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, facenti parte dell’entourage pontificio. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine.

Infatti, nel 2021, il nunzio di turno, Nicola Girasoli, per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si sarebbero fermati? Sono bastate una semplice lettera e una scusa diplomatica (da parte della Santa Sede, ndr): “Mons. “Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”.

Il dio denaro

So perfettamente cosa si dice quando si descrive Sodalitium come una comunità settaria, come una gabbia invisibile di reclusione mentale, come un’organizzazione di dipendenza e di controllo. Con l’abuso trasformato in sistema, con una cultura interna tossica, con comportamenti mafiosi, agendo sempre nell’ombra e dietro il trono. Una piovra con tentacoli in tutti gli ambiti del potere: ecclesiastico, finanziario e civile.

E il fatto è che, se parliamo di possibili miliardi di dollari in conti offshore e intestati a prestanome (è triste dirlo di un’istituzione religiosa), il denaro significa potere, e il potere è capace di comprare le coscienze e le decisioni su persone e istituzioni.

Ho conosciuto in prima persona la malizia delle autorità della mia ex comunità. Li ho visti coordinare e organizzare segretamente, con assoluta impunità, decisioni e azioni delittuose. Come quando, mentre ero ad Ayaviri, in mezzo alle tensioni provocate da Erwin Scheuch, allora superiore regionale del Perù, per ottenere il controllo della Prelatura alle mie spalle, cercò anche lui di controllare (e infatti ci riuscì) i fondi del Fondo Minsur per i programmi sociali, senza che io sapessi ancora della cattiva gestione di ingenti somme di denaro. Lo avrei scoperto anni dopo da alcuni testimoni.

Più per intuizione che per certezza, avevo deciso di tagliare a metà il suddetto programma. Appena l’ho fatto, ricevetti una telefonata da Jaime Baertl, con grida intemperanti e insulti di ogni calibro, che si lamentava con me della decisione presa. Non molto tempo prima, Andrés Tapia, responsabile regionale delle comunicazioni di turno, era intervenuto e aveva compromesso il computer della mia segretaria con un programma di hacking. In questo modo la dirigenza sodalite ha avuto accesso alla mia corrispondenza, ai miei itinerari e alle mie comunicazioni.

Il punto di rottura

Ho sperimentato in prima persona la perniciosa gravità degli abusi spirituali e di coscienza, da parte dello stesso Luis Fernando Figari, prigioniero dell’arroganza patologica di sostituirsi a Dio. Ho sperimentato in prima persona il doloroso percorso di risoluzione del trauma: fobie, attacchi di panico, incubi, paura, deliri di persecuzione, ansia e tanti altri sintomi che accompagnano questo prolungato calvario. Conosco in prima persona le dinamiche di manipolazione, sottomissione e rottura della volontà.

E da vittima ho sperimentato tante volte la totale mancanza di empatia, compassione, ascolto, riconoscimento, affermazione sia da parte dei membri di Sodalizio che delle autorità ecclesiastiche; quella sorta di blocco interiore, fatto di discriminazione ed esclusione, che in pochi millisecondi può tradursi in sguardi abbassati e segreto ripudio, con il desiderio istintivo di allontanarsi da ciò che mette a disagio o magari addirittura lo rivela.

Approfitto di queste righe per riconoscere con umiltà e dolore che io stesso, decenni fa, non credevo alla persona che mi raccontava dei suoi abusi. Ma, grazie a Dio, quello è stato, in effetti, il mio primo – e non solo – punto di svolta. Nelle parole di quella persona mi sono confrontato con la mia storia e il mio dramma.

Non posso quindi non sottoscrivere tutto ciò che persone come Martin Scheuch, Alfonso Figueroa e sua sorella Rocío, José Enrique Escardó, Renzo Orbegoso, Oscar Osterling e Mario Solari hanno espresso su questo argomento in tante pubblicazioni scritte o videoregistrate. Manuel Rodríguez nelle sue pubblicazioni “Roncuaz”. Martín López de Romaña nel suo libro La gabbia invisibile, e tanti altri che, in un modo o nell’altro, hanno condiviso la loro testimonianza .

Sento inoltre che è mio dovere ringraziare sinceramente e pubblicamente ancora una volta il lavoro – persistente fino allo sfinimento – di Pedro Salinas e Paola Ugaz, che subiscono una persecuzione mediatica e giudiziaria del tutto ingiusta; e, nel caso di Pedro, ri-vittimizzazione, poiché era, come me, un sodalita.

La missione

Vorrei inoltre precisare, per chi riservasse anche il minimo dubbio, che la Commissione Scicluna-Bertomeu, nominata dallo stesso Santo Padre, ha svolto un lavoro impeccabile nel raccogliere, organizzare e applicare i provvedimenti disciplinari conseguenti alle denunce.

Per quelli di noi che conoscono e soffrono a causa del complotto interno corrotto, le espulsioni (di Figari e altri 10 membri fra i responsabili, ndr) sono più che giustificate. Il tentativo di togliere credito, relativizzare o peggio ancora citare in giudizio civilmente ed ecclesiasticamente la Commissione, in particolare uno dei suoi attori, padre Jordi Bertomeu, non posso spiegarmelo se non come una cecità volontaria nei confronti del complotto qui in gioco (poiché l’informazione è a portata di tutti) o forse un atto malevolo con gli stessi vecchi meccanismi di diffamazione e calunnia per controllare la narrazione.

I vescovi peruviani

Confesso che, anche se la mia vita è stata frantumata in mille pezzi e per anni ho attraversato la valle del dolore e della disperazione, in conseguenza degli abusi, dei traumi e delle ri-vittimizzazioni ecclesiali subite, la mia fede ha sofferto, ma non è stata in frantumi. Posso dire oggi con una certa pace spirituale che amo questo tesoro, che amo il Signore e amo la Chiesa. Ma diciamo la verità, stare in silenzio non aiuta nessuno. Di conseguenza, le autorità della Chiesa dovrebbero essere le prime a rompere il silenzio.

Per quanto riguarda la nostra Conferenza Episcopale Peruviana (CEP), mi sento in dovere di condividere alcune domande e riflessioni, soprattutto dopo il suo ultimo comunicato stampa del 7 dicembre.

Personalmente penso che come Conferenza Episcopale abbiamo gravemente fallito nelle nostre azioni. Se quanto detto in quel comunicato in relazione a tutto quello che è stato fatto nei confronti del Sodalizio fosse stato reale ed efficace, perché non ci sono mai stati risultati? Perché ci sono voluti dieci o più anni per completare un’indagine, quando altri obiettivi vengono raggiunti in poche settimane o mesi? Perché la tenacia e la pressione delle vittime hanno prevalso sulle presidenze al potere? Possiamo scusarci dicendo semplicemente – come si legge nel comunicato – che tutto dipende da Roma ed è lì che è che bisogna chiedere e informarsi? Non diamo l’impressione di volerci discolpare della nostra inerzia o anche di un potenziale permesso, se ce ne fosse stato qualcuno?

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Come vescovo – ed ex membro di Sodalitium – durante i miei 15 anni di presenza attiva nella CEP, nessuno ha mai chiesto il mio parere o opinione sull’argomento. Non sono mai stato contattato da nessuno a nome della CEP per intavolare un dialogo onesto e diretto con l’obiettivo di comprendere veramente cosa stava accadendo e quindi poter agire. Sarebbe stato, credo, un interlocutore prezioso per chiarire dubbi, rispondere a domande, aiutare nella ricerca della verità e delle possibili soluzioni.

D’altra parte, sotto il mantello del silenzio, non solo ho percepito un’opacità irresponsabile, una mancanza di trasparenza e di rendicontazione, ma ho subìto ancora una volta l’ostracismo, quell’emarginazione sottile e silenziosa, così clericalmente educata, che senza bisogno di parole mi gridava: “Qui ti si tollera, ma non sei il benvenuto”.

Capisco quindi molto bene i reclami delle vittime nei confronti di coloro che in questi anni decisivi sono stati i capi della nostra CEP, i suoi presidenti e i suoi consigli permanenti.

L’idea che, una volta risolta la questione di Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre a essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

Durante il mio procedere nel lutto per le perdite derivanti dalla mia uscita da Sodalitium e dagli anni difficili come ordinario di Ayaviri, mentre stavo affrontando il peso di questa sofferenza, sono stato paradossalmente avvicinato non solo dalle vittime dell’abuso di Sodalitium. Mi è toccato anche ascoltare le vittime di altre congregazioni religiose e di chierici provenienti da varie parti del Paese che cercavano di essere curate, convalidate e forse di ricevere qualche tipo di guida.

Pertanto, l’idea che una volta risolta la questione del Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre ad essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

I tempi sono cambiati. Finché noi pastori della Chiesa non comprendiamo che le nostre azioni non dovrebbero limitarsi a mere procedure burocratiche, tanto meno essere motivate da interessi, bandiere e programmi di un tipo o dell’altro, sarà difficile per noi essere all’altezza delle sfide della Chiesa in Perù e nel mondo. Questi sono tempi in cui praticamente tutto diventa noto. L’impunità e l’omertà nella Chiesa, oggi come oggi, sembra che non resistano a lungo. Le informazioni viaggiano a velocità inaudite e i segreti prima o poi vengono scoperti. Ne è chiara dimostrazione la storia di Sodalitium e di altri in tutto il mondo cattolico.

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Trasparenza, integrità e rendicontazione sono esigenze ineludibili per la Chiesa e i suoi pastori, di  oggi e di domani, se vogliamo evitare che tsunami di indignazione, rabbia e impotenza rompano le dighe dell’omertà e dell’insabbiamento, distruggendo tutto sul loro cammino e infangando il volto della Chiesa di Cristo, con scandalo degli uomini e delle donne di fede».

https://www.adista.it/articolo/73026

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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1 Gennaio 2010
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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.