Il convento degli orrori se ne stava abbarbicato sulle colline sopra Verona, ora non è rimasto più niente, in un palazzo maestoso ed elegante, che trasudava ricchezza: è qui che un ragazzo appena maggiorenne, in fuga dal Libano martoriato dalla guerra e in Italia per studiare e costruirsi una nuova vita, è stato drogato e violentato dal padre superiore che guidava quella piccola ma potente congregazione. Stordito, abusato, legato a un letto per più di un mese e mezzo prima di riuscire a fuggire: sono passati ormai 30 anni da quei fatti raccapriccianti ed è ora che il triste protagonista di quella vicenda ha deciso di raccontare quanto accaduto in un libro. “Beirut-Verona sola andata”, pubblicato da Rossini Editore, è il volume a firma di Robert El Asmar in cui, seppure con nomi di fantasia e qualche pagina per ovvi motivi necessariamente romanzata, l’autore ripercorre quei terribili giorni, anzi quei “delitti”, come lui stesso li definisce, ma per i quali nessuno è mai stato indagato, punito o condannato.
Il protagonista del libro è il giovane Marwan: 18 anni, in fuga dal Libano e dalla guerra, dove ha già visto morire (con i propri occhi) il fratellino di pochi mesi di vita e il suo migliore amico. Il testo comincia con un viaggio in treno, direzione Verona, quello che dovrebbe essere il viaggio della speranza: Marwan viene da una famiglia cattolica molto praticante e benestante (e anche per questo assai perseguitata negli anni della guerra) ed è grazie a un cugino prete che potrà essere ospitato da una congrega cattolica a Verona, la città in cui ha intenzione di frequentare l’università dopo aver vinto, in Libano, una borsa di studio messa in palio all’epoca dal ministero degli Esteri italiano. Siamo nella prima metà degli anni ’90.
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