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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » avvocato » Denuncia gli abusi del cappellano militare, il giovane racconta: «Stavo male, ma non avevo scelta»

Denuncia gli abusi del cappellano militare, il giovane racconta: «Stavo male, ma non avevo scelta»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
14 Marzo 2024
in Sicilia
Reading Time: 3 mins read
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«Mi ha fatto male dover raccontare la mia vita che non mi piace». Quasi dieci dei suoi 23 anni, il giovane di Francofonte ha dovuto ripercorrerli in un’aula del tribunale di Siracusa anche davanti all’ex cappellano militare Salvatore Cunsolo, il 67enne che ha denunciato per le violenze sessuali subite da quando aveva nove anni fino al compimento della maggiore età. Un incidente probatorio che è durato più di quattro ore e, durante il quale, «non sono mancati momenti molto toccanti», come racconta a MeridioNews l’avvocata Eleanna Parasiliti Molica che assiste la vittima. La stessa legale che è al fianco anche del giovane archeologo che ha denunciato le violenze sessuali subite a Enna quando era minorenne da Giuseppe Rugolo, il sacerdote che è stato condannato la scorsa settimana. Nel 2021, era stato proprio l’emergere di questa storia, per molti tratti simili alla propria, a spingere il giovane a presentare una querela nei confronti di Cunsolo. Il cappellano militare che oggi, per altro, è difeso dallo stesso avvocato di Rugolo, Antonino Lizio, che con i due preti condivide un lungo passato in abito talare.

Rimasto orfano del padre e con la madre che si era trasferita a vivere fuori dalla Sicilia, dai nove anni in poi, il giovane cresce con la nonna anziana e malata che deve prendersi cura anche di un fratello disabile. Come molti bambini della sua età, comincia a frequentare le attività della parrocchia del paese del Siracusano. Ed è lì che si sarebbe legato alla figura di Cunsolo. Secondo quanto la stessa vittima ha raccontato nel corso dell’incidente probatorio, il prete lo avrebbe avvicinato la prima volta un giorno mentre era di ritorno dal cimitero dove era andato a portare un fiore sulla tomba del padre. «La prima volta che don Salvatore ha abusato di me avevo nove anni ed è successo a casa sua». Abusi che poi sarebbero andati avanti per quasi dieci anni. «Mi faceva male sia fisicamente che moralmente ma – ha aggiunto il giovane – capivo che non avevo altra scelta». Non una costrizione nei fatti, ma anche dovuta a circostanze di un contesto familiare complesso che avrebbe portato la vittima, fin da bambino, a trascorrere molto tempo a casa del sacerdote.

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Venuto a conoscenza della vicenda dell’archeologo ennese, il giovane si decide ad andare a raccontare tutto alla squadra mobile. Ad accompagnarlo a presentare la querela è Francesco Lomanto in persona. Il vescovo della diocesi di Siracusa che, contemporaneamente, aveva anche già avviato il processo canonico e informato il Dicastero della dottrina della fede di Roma. Anche con le indagini in corso il prete – adesso in pensione – avrebbe continuato, comunque, per un periodo, a celebrare la messa dall’altare maggiore della chiesa madre di Francofonte pur senza alcun incarico ufficiale. Era stato poi il vescovo di Piana degli Albanesi a sospenderlo dallo stato clericale.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.