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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » associazione » Caso Rupnik, parlano le vittime: «Dalla Chiesa anni di silenzio. Ora vogliamo giustizia e verità»

Caso Rupnik, parlano le vittime: «Dalla Chiesa anni di silenzio. Ora vogliamo giustizia e verità»

In una conferenza stampa a Roma denunciato l’insabbiamento delle indagini. Le autorità ecclesiastiche sapevano dei crimini almeno dagli anni Novanta «ma non sono intervenute»

Federica Tourn by Federica Tourn
23 Febbraio 2024
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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«Mi sono trovata nel silenzio per troppi anni e oggi chiedo verità, trasparenza e giustizia per le religiose che hanno subito violenza», ha detto Gloria Branciani, durante la conferenza stampa convocata il 21 febbraio a Roma da Anne Barrett Doyle, condirettrice di BishopAccountability.org, per denunciare le coperture del caso di don Marko Rupnik, l’ex gesuita e artista accusato di abusi da almeno una ventina di religiose.

Le parole di Gloria Branciani, che per prima nel dicembre 2022 aveva denunciato a Domani le violenze sessuali, psicologiche e di coscienza subite da Rupnik negli anni ’90, quando era una suora della Comunità Loyola, sono risuonate particolarmente gravi a cinque anni dal summit in Vaticano, voluto da papa Francesco proprio per dire basta agli abusi clericali e agli insabbiamenti da parte dei vescovi. Quell’incontro solenne sulla protezione dei minori, che si era tenuto dal 21 al 24 febbraio 2019 ed era stato definito uno storico spartiacque sulla difesa dei bambini e delle persone vulnerabili nella Chiesa, secondo BishopAccountability.org, l’associazione americana che dal 2003 si batte contro gli abusi nella Chiesa cattolica, si è dimostrato nei fatti un clamoroso fallimento.

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«Abbiamo deciso di parlare per opporci al muro di gomma che le autorità ecclesiastiche hanno alzato in tutti questi anni», ha spiegato Mirjam Kovač, che negli anni ’90 era la segretaria della superiora della Comunità Loyola Ivanka Hosta (qui l’intervista a Domani e che due anni fa ha scritto una lettera aperta alle autorità ecclesiastiche per sostenere la richiesta di giustizia di Glora Branciani. «Non posso accettare che dagli ambienti vicino a Rupnik veniamo definite donnicciole infatuate di lui: il nostro non è desiderio di rivalsa ma necessità di un riconoscimento pubblico per il male che abbiamo sofferto», ha aggiunto Branciani, rievocando gli abusi subiti. «Rupnik è entrato nella mia psiche, ha fatto pressione sulla mia personalità e sulle mie emozioni nel tentativo di cambiare nel profondo la mia identità, incluso il mio progetto vocazionale. Ogni mio dubbio veniva considerato come una parte fragile che doveva essere integrata, una deviazione dal carisma. Se non accondiscendevo alle sue richieste sessuali, diceva che era a causa di un mio impoverimento spirituale; mi manipolava continuamente per farmi diventare obbediente, mansueta, infantile: a sua disposizione».

«Il caso di Rupnik ricorda quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick – ha affermato Barrett Doyle – le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza dei suoi crimini almeno dagli anni ’90 ma non sono intervenute, anzi, lo hanno protetto ignorando la sofferenza delle vittime». La copresidente di BishopAccountability.org, intervistata da Domani, ha parlato di gestione irresponsabile da parte della Chiesa: «Non stiamo parlando di un atteggiamento complessivamente brillante con qualche incoerenza qua e là, ma di un modello continuo di sostegno a molestatori noti e con accuse credibili». «Non è che il papa sia bloccato dai membri della curia nell’applicare le norme sulla protezione delle vittime, o che a volte sia debole di cuore – ha aggiunto Barrett Doyle – Credo che sia contrario alla riforma. Ecco perché i cambiamenti da lui attuati dopo il vertice si sono rivelati del tutto inadeguati e non hanno avuto alcun impatto percepibile».

«Quando papa Francesco parla con rabbia di un problema, non si tratta dello stupro di bambini e adulti vulnerabili da parte di preti. No, si preoccupa del male del pettegolezzo – ha detto ancora Barrett Doyle – penso che consideri le vittime come dannose perché dal suo punto di vista fomentano i pettegolezzi».
Laura Sgrò, che si è occupata di diversi casi noti, primo fra tutti la scomparsa di Emaunela Orlandi, ha ora assunto la difesa delle due ex religiose. Durante la conferenza stampa ha esortato altre vittime a denunciare, non alla Chiesa ma alle autorità dello Stato. Sul processo canonico che si dovrà riaprire a carico di Rupnik per le accuse di abuso risalenti agli anni ’90, che nel 2022 erano state giudicate prescritte dal Dicastero per la Dottrina della Fede, Sgrò ha sottolineato che intende chiedere l’accesso al procedimento. Gloria Branciani e Mirjam Kovač nei mesi scorsi sono già state contattate dal Dicastero ma hanno preferito non presentarsi senza un avvocato. La partita è aperta e non si esclude la richiesta di risarcimento.

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«Se la Chiesa ha una speranza di riformarsi, questa viene esclusivamente dalle pressioni esterne», ha sostenuto Anne Barrett Doyle. Lo si vede già in alcuni paesi, dove il clero non può più rifarsi al sigillo della confessione per rifiutarsi di denunciare gli abusi alle forze dell’ordine. «Penso che la Santa Sede alla fine sarà costretta a rinnovare il diritto canonico in modo radicale – ha concluso Barrett Doyle – Fino ad allora, gli scandali continueranno e, peggio ancora, le aggressioni sessuali, distruggendo vite innocenti».

Rupnik è stato espulso dalla Compagnia di Gesù nel luglio scorso per violazione del voto di obbedienza ai suoi superiori e successivamente incardinato nella diocesi di Capodistria, in Slovenia. Il Centro Aletti, di cui è stato il fondatore, continua a funzionare sotto la direzione di Maria Campatelli, che è stata ricevuta in udienza dal papa lo scorso 15 settembre. Nel frattempo, i mosaici a “marchio Rupnik” dell’atelier artistico del Centro non hanno mai smesso di essere prodotti e venduti in tutto il mondo.

https://www.editorialedomani.it/fatti/caso-rupnik-parlano-le-vittime-chiesa-hpc8elae?fbclid=IwAR3uDC4YdU9paHy1OMaIHgX0poIO3p_9AIy9I1wd_6H9qqSMar5ZHYejIcE

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Federica Tourn

Federica Tourn è giornalista professionista; come freelance si è occupata soprattutto di migranti, religioni, diritti umani, mafie, femminismo. Ha scritto reportage da diversi paesi, dalla Siria al Libano, dalla Bosnia all’Ucraina; ha collaborato fra gli altri con Diario, D Repubblica, Il Manifesto, Left, Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Famiglia Cristiana, Pagina99, Eastwest, FQ Millennium, Huffington Post UK, Geographical. Insieme ad altre donne, nel 2007 ha pubblicato per l’editrice Claudiana La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi e nel 2020 per le edizioni Aut Aut ha scritto Rovesciare il mondo. I movimenti delle donne e la politica. Su Jesus cura le rubriche “Ecumene” e “Le Straniere”. Per Domani dal 2022 si occupa dell’inchiesta sulla violenza nella Chiesa cattolica. Nel 2020 ha vinto la prima edizione del  “Piazza Grande Religion Journalism Award”, organizzato dall’Iarj, l’Associazione internazionale di giornalisti religiosi, e nel 2023 la seconda edizione del Premio Mimmo Cándito-Per un giornalismo a testa alta.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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