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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Ancona » “Ero depresso”, torna in aula il prof di religione accusato di pedofilia: per lui chiesti 10 anni

“Ero depresso”, torna in aula il prof di religione accusato di pedofilia: per lui chiesti 10 anni

“La depressione non si cura con la pedofilia”, così è scatta la richiesta a 10 anni di carcere da parte del pm e il pagamento di un milione di euro per i ragazzini.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
16 Febbraio 2024
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Ha provato a giustificare gli abusi con un momento di fragilità. “Ero depresso, chiedo scusa”. Ma non è bastato a convincere il pm che per lui ha chiesto 10 anni di carcere. “La depressione non si cura con la pedofilia”, ha detto avanzando la richiesta, come riportato da la Repubblica. Questo è quanto emerso dall’ultima udienza del processo che vede imputato Mirko Campoli il professore di religione e dirigente dell’Azione Cattolica accusato di violenza sessuale nei confronti di due ragazzini.

Gli abusi sui ragazzini

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I fatti risalgono a quando i ragazzini avevano 12 e 16. Il dodicenne veniva spesso affidato dai genitori a Campoli che, grazie ai ruoli che rivestiva nell’Azione Cattolica e a scuola, era ritenuto una persona di cui ci si poteva fidare. Invece, avrebbe compiuto violenze per quattro anni e si sarebbe fermato soltanto con l’arrivo della pandemia e il relativo lockdown. Gli abusi sarebbero avvenuti almeno una volta al mese, a Tivoli, a Guidonia e in altre zone: anche durante una gita a Gardaland, per un totale di circa 50 violenza sessuali.

Nel secondo caso, invece, ad essere abusato sarebbe stato un ragazzo di 16 anni durant eun campo scuola a Loreto, in provincia di Ancona. Ma una volta a processo, in questo caso, Campoli avrebbe negato.

Le indagini e la ricostruzione
Le indagini sono partite dopo alcuni anni dai fatti, quando i due ragazzini hanno rivelato quanto accaduto alle loro fidanzate. Così sono scattate le denunce e partiti gli approfondimenti. Nel processo anche Garante per l’infanzia e l’adolescenza nel Lazio, Monica Sansoni, che si è costituita parte civile.

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“Tutto è iniziato a Gardaland”, ha spiegato Campoli. Di occasioni per stare insieme ai ragazzi avrebbe potuto trovarne tante: insegnava religione ed era vicepreside di una scuola di Tivoli, era segretario nazionale e presidente diocesano dell’Azione Cattolica ed era incaricato regionale dell’ufficio scuola e università della Cei.

Dopo gli abusi, però, secondo quanto emerso e quanto riportato dall’avvocato di parte civile nel processo, avrebbe comprato il silenzio dei ragazzini con regali e soldi. “La sofferenza ha causato in uno dei ragazzini anche la ludopatia – ha spiegato il legale – La denuncia tardiva è sintomo dello stato in cui si trovavano i ragazzi”, ha poi concluso.

Il processo
L’ultima udienza del rito abbreviato è previsto il prossimo 7 marzo, insieme alla sentenza. Per lui il pm ha chiesto la condanna a 10 anni di reclusione a cui si aggiunge il pagamento di un milione di euro per i ragazzi, mezzo a testa. “Devono sapere che non sono soli e che noi  crediamo a loro. Non è una vendetta, ma giustizia. Un atto di pedofilia, un crimine così grave, non si può giustificare con la depressione, non si può giustificare in alcun modo”, ha spiegato la garante Sansoni.

Ma potrebbe non trattarsi dell’unico processo a carico di Campoli: la Procura di Tivoli ha chiuso una seconda indagine. Secondo quanto emerso avrebbe abusato acnhe di due fratellini di 12 e 10 anni che vivevano in una casa famiglia in zona Boccea, che accoglie i minori vititme di maltrattamento, abuso e abbandono. Li avrebbe avvicinati e violentati mentre dormivano o in dormiveglia.

La rete della pedofilia nel Lazio

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Non solo Mirko Campoli. “La chiesa sapeva ma non ha denunciato”, questa l’accusa scagliata da Francesco Zanardi, presidente di ‘Rete L’Abuso’ tramite Fanpage.it. “Sono casi noti e questo non è l’unico, ce ne sono a decine ma non succede nulla finché non scoppia il caso mediatico”, ha spiegato.

Oltre a Campoli, negli scorsi mesi è stato denunciato un altro insegnate, stavolta un professore di religione di un liceo di Latina. Secondo gli elementi raccolti dagli inquirenti i due si conoscevano e si scambiavano materiale pedopornografico. Non è un caso se, a seguito di queste scoperte, gli agenti della polizia pontina stanno cercando di ricostruire la rete, laziale e non solo. Proprio a seguito di queste indagini, qualche settimana fa, avrebbero fatto irruzione in una chiesa, cercando materiale compromettente.

https://www.fanpage.it/roma/ero-depresso-torna-in-aula-il-prof-di-religione-accusato-di-pedofilia-per-lui-chiesti-10-anni/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.