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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » lombardia » «Così ci baciava in bocca». Ecco le nuove accuse a don Salvoldi

«Così ci baciava in bocca». Ecco le nuove accuse a don Salvoldi

Dopo le rivelazioni di Domani, nuovi testimoni hanno deciso di raccontare la loro storia alla Rete L’Abuso che ha presentato un esposto in procura a Bergamo. «Erano solo gesti di tenerezza e pace», ha dichiarato il prete al Corriere. A Domani, però, non ha risposto

Federica Tourn by Federica Tourn
11 Febbraio 2024
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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«Si comportava come un guru, baciava i ragazzi davanti a tutti». Sono ormai almeno una quindicina le testimonianze arrivate a confermare le denunce di Stefano Schiavon e Andrea Travani, che dichiarano di essere stati molestati da don Valentino Salvoldi, sacerdote “fidei donum” della diocesi di Bergamo, formatore e autore di decine di libri a tema religioso.

I due ragazzi, abusati quando erano ancora minorenni, non sono gli unici ad aver subito le sgradite attenzioni del prete. Dopo la pubblicazione del nostro articolo, altre vittime si sono rivolte a Stefano Schiavon e alla Rete L’Abuso (che ha presentato un esposto alla procura di Bergamo nei confronti del sacerdote) per raccontare la propria esperienza, e diverse persone hanno sostenuto di aver visto il prete in atteggiamenti intimi con dei ragazzi durante i campi scuola.

Le storie si somigliano tutte: cambiano gli anni – le testimonianze spaziano dalla fine degli anni ’80 a metà degli anni duemila – ma i dettagli sono gli stessi.

«Il bagno nudi e le carezze»
«Era il ’96 o il ’97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” – testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.

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Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «Creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta.

Anche Davide (nome di fantasia), all’epoca appena ventenne, ha partecipato al campo di Mione e ricorda il clima “paraspirituale” creato dal prete e le serate a lume di candela: «Un ragazzino, visibilmente depresso, era il paggetto di compagnia di Valentino», dice. «La mia vicenda – sottolinea Davide – mostra come il prete sia capace di aspettare il momento adatto e la meccanica premeditata e dolosa del suo comportamento.

Al campo, Salvoldi non tenta approcci fisici con Davide – una volta soltanto gli si avvicina per annusargli i capelli – ma gli chiede di aiutarlo nella redazione del libro che sta scrivendo.
Così Davide per un paio d’anni corregge le bozze per don Salvoldi; finito il lavoro, vuole spedirgli il testo ma il prete insiste perché, invece, glielo consegni a mano.
Il sacerdote gli chiede di raggiungerlo in un paese dove si trova di passaggio; prima pranzano a casa di un amico e poi vanno all’albergo dove alloggia per discutere del libro.
«Appena sono entrato nella stanza, Salvoldi mi ha messo la lingua in bocca e mi ricordo il disgusto che ho provato, la sensazione della sua barba ispida sul mento. Schifato, sono andato via subito», dice Davide.

E ancora, qualche anno dopo, ecco i ricordi di un altro testimone, Ettore (nome di fantasia): «Ho partecipato a due campi di Salvoldi, nel 2006 e 2008, quando avevo 16 e 18 anni racconta – la prima sera, don Valentino mi ha chiamato in camera sua perché voleva parlarmi. Mi ha detto di stendermi sul letto per abbracciarci, ma io mi sono rifiutato».
Ettore riesce a non farsi circuire dal prete ma si rende conto del clima particolare che lo circonda: «Durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta a Domani – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia».  Ettore è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».

Giovanni (nome di fantasia), invece, ha incontrato Salvoldi a casa: «avevo 14 anni, era la fine degli anni ’80 – racconta – la mia famiglia era cattolica e il prete era una figura di riferimento: don Valentino, in particolare, veniva descritto come una persona brillante e colta. Veniva a pranzo, era un amico dei miei genitori. Ricordo diversi approcci e la sua costante tendenza al contatto fisico. Ha provato a baciarmi e mi ha sfiorato nelle parti intime».

Giovanni è poco più di un bambino, non capisce che cosa sta succedendo: «non ho mai parlato del mio disagio perché gli adulti me lo indicavano come un esempio di vita e pensavo di essere io a sbagliare», spiega.

Silenzi e indagini
Contattato da Domani, Salvoldi non ha risposto. Il 29 dicembre scorso ha rilasciato una dichiarazione al Corriere della Sera in cui sostiene che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria».

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La diocesi di Bergamo, in una comunicazione stringata pubblicata sul sito della diocesi, dichiara: «In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».

Qui la nota sembra alludere all’investigatio previa, l’indagine preliminare che il vescovo dispone per accertare la fondatezza degli indizi di un delitto, ma le vittime, fino a questo momento non sono state sentite.

Interpellato da Domani, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi non ha risposto.

https://www.editorialedomani.it/fatti/cosi-ci-baciava-in-bocca-ecco-le-nuove-accuse-a-don-salvoldi-njbmavvk


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Federica Tourn è giornalista professionista; come freelance si è occupata soprattutto di migranti, religioni, diritti umani, mafie, femminismo. Ha scritto reportage da diversi paesi, dalla Siria al Libano, dalla Bosnia all’Ucraina; ha collaborato fra gli altri con Diario, D Repubblica, Il Manifesto, Left, Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Famiglia Cristiana, Pagina99, Eastwest, FQ Millennium, Huffington Post UK, Geographical. Insieme ad altre donne, nel 2007 ha pubblicato per l’editrice Claudiana La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi e nel 2020 per le edizioni Aut Aut ha scritto Rovesciare il mondo. I movimenti delle donne e la politica. Su Jesus cura le rubriche “Ecumene” e “Le Straniere”. Per Domani dal 2022 si occupa dell’inchiesta sulla violenza nella Chiesa cattolica. Nel 2020 ha vinto la prima edizione del  “Piazza Grande Religion Journalism Award”, organizzato dall’Iarj, l’Associazione internazionale di giornalisti religiosi, e nel 2023 la seconda edizione del Premio Mimmo Cándito-Per un giornalismo a testa alta.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.