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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Sette anni e mezzo a don Baresi

Sette anni e mezzo a don Baresi

Redazione WebNews by Redazione WebNews
20 Maggio 2009
in Lombardia
Reading Time: 3 mins read
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mercoledì 20 maggio 2009
(red.) L’accusa aveva chiesto una pena di 10 anni (leggi qui), ma la prima sezione penale del tribunale di Brescia presiedura da Enrico Fischetti ha condannato don Marco Baresi a sette anni e sei mesi di reclusione per pedofilia e detenzione di materiale pedopornografico.
Si è concluso così, questa mattina di mercoledì e con una dura sentenza, il processo di primo grado a carico del sacerdote di Chiari, ex vicerettore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano.
Il religioso era accusato di abusi sessuali compiuti nel 2004 a carico di un giovane seminarista, all’epoca dei fatti minorenne. E per questo era stato arrestato nel settembre del 2007 (vai alla notizia).
La difesa aveva chiesto l’assoluzione (leggi l’articolo)

http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/12419/1/

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Abusi, condannato don Baresi
LA SENTENZA. La decisione dei giudici al termine del processo iniziato lo scorso 4 novembre. Contro il sacerdote le pesanti accuse di un diciottenne
Sette anni e mezzo all’ex vicerettore del seminario diocesano per diffusione di materiale pedopornografico e per i rapporti con un ragazzo minorenne

21/05/2009

Ha abusato di un ragazzino che frequentava la scuola media al Seminario e ha diffuso materiale pedopornografico scaricando da eMule centinaia e centinaia di files dal contenuto inequivocabile e archiviandoli su un hard disk esterno da cui sono stati cancellati in maniera maldestra. Per i giudici del processo di primo grado don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario diocesano di via Bollani, è colpevole dei reati che gli sono stati contestati. Il sacerdote, ai domiciliari dal novembre di due anni fa, è stato condannato ieri mattina a sette anni e mezzo. Per il sacerdote l’accusa aveva chiesto una condanna a 10 anni.
LA SENTENZA è stata letta dal presidente del collegio giudicante Enrico Fischetti dopo una camera di consiglio di due ore, al termine di un lungo processo iniziato lo scorso 4 novembre, che ha richiesto pure una perizia informatica supplementare sul contenuto del computer portatile usato dal sacerdote. A «inchiodare» il prete le accuse di un ragazzino che due anni fa, poco prima dell’arresto del sacerdote effettuato il 27 novembre, aveva raccontato di aver avuto rapporti sessuali con don Marco qualche anno prima, quando non aveva nemmeno quattordici anni, e frequentava la scuola media al Seminario. Dalla scuola il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi , ma non aveva raccontato nulla nè ai genitori, nè agli amici. Il ragazzino si era confidato con una psicologa che lo seguiva per altri problemi, la professionista aveva avvisato i genitori e era stata formalizzata la denuncia in questura.
GLI INVESTIGATORI si erano mossi con i piedi di piombo, l’attendibilità e la credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti. Il 27 novembre per don Baresi erano scattate le manette. Il sacerdote aveva trascorso la notte in carcere e il giorno successivo il giudice aveva concesso gli arresti domiciliari. La verifica del computer aveva riservato qualche sorpresa. Nell’hard disk del portatile in uso al prete, senza alcuna password d’ingresso, il consulente aveva trovato traccia di ben seicento file dal contenuto pedopornografico cancellati nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.
I file erano transitati dal computer, tutti scaricati da Internet su un programma di «condivisione». Sulla possibilità che il computer fosse stato usato da altre persone si è concentrata la difesa del sacerdote, ma don Baresi non ha mai precisato chi poteva avere accesso alla tastiera del suo portatile, non ha svelato chi poteva entrare nel suo ufficio e nella sua stanza.
A sfavore del sacerdote anche il riesame chiesto a dicembre dal difensore, l’avvocato Luigi Frattini. Per i giudici a carico del sacerdote sussistevano «gravi indizi di colpevolezza». Indizi che non hanno consentito la revoca dei domiciliari a cui il sacerdote è ancora sottoposto, benchè possa incontrare i giovani del gruppo che lo sostiene.
PIENO SOSTEGNO al sacerdote dalla Curia. «Prendiamo atto – si legge nella nota di don Adriano Bianchi, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali – con rispetto della decisione del Tribunale di primo grado, consapevoli che ogni cittadino ha diritto a essere considerato innocente fino a sentenza definitiva. Condanniamo ogni crimine che offende chi è debole, soprattutto quando le vittime sono minori. Abbiamo fiducia che don Marco Baresi saprà dimostrare davanti ai giudici e alla comunità civile ed ecclesiale la sua estraneità ai fatti. Ciò che ci preme è che al più presto si faccia chiarezza su tutta la vicenda perchè la verità renda giustizia e serenità a quanti sono stati coinvolti».
« La chiesa bresciana – conclude la nota – vive questo momento con sentimenti di preghiera e di solidarietà profonda».
Wilma Petenzi

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http://www.bresciaoggi.it/stories/Cronaca/210913/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.