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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Abusi, condannato dal tribunale di Milano ma assolto dalla Chiesa. Il brutto caso Galli ora interroga il Papa

Abusi, condannato dal tribunale di Milano ma assolto dalla Chiesa. Il brutto caso Galli ora interroga il Papa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
27 Settembre 2023
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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di Franca Giansoldati

E’ stato condannato in via definitiva dalla giustizia italiana per avere abusato di un ragazzino in una parrocchia nell’hinterland milanese ma il sacerdote in questione era stato misteriosamente assolto dalla giustizia ecclesiastica di un tribunale regionale. Per Papa Francesco il caso di don Mauro Galli rischia di diventare emblematico della scarsa trasparenza che esiste nella Chiesa italiana in materia di abusi poiché sembra mettere in evidenza come la giustizia della Chiesa sembra non funzionare poi tanto bene. Almeno in Italia.

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Oggi a Milano si è chiuso in via definitiva a distanza di quasi 12 anni dai fatti contestati il processo all’ex parroco di Rozzano che era stato accusato di violenza sessuale per un episodio avvenuto nel dicembre del 2011, su un ragazzo che all’epoca aveva solo 15 anni. Oggi in un appello ‘bis’ i giudici hanno accolto la proposta di concordato, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado in accordo tra accusa e difesa, con una pena definitiva di 3 anni da scontare in «detenzione domiciliare». Il patteggiamento è stato riconosciuto dalla seconda sezione penale della Corte d’Appello milanese con l’attenuante del risarcimento del danno (il giovane e i familiari non erano parti civili) e con le attenuanti generiche. E soprattutto con la riqualificazione del reato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con «abuso della situazione di cura e affidamento», e con il riconoscimento anche dell’attenuante della «minore gravità» dei fatti. Una pena così concordata non porta in carcere il sacerdote anche se è stata sostituita, stando alla sentenza, con quella della detenzione domiciliare.

In primo grado don Galli era stato condannato a 6 anni e 4 mesi di reclusione, poi in appello la pena era stata ridotta a 5 anni e 6 mesi e, infine, la Cassazione aveva annullato, con rinvio ad un altro processo di secondo grado, la condanna.

Per la Chiesa il caso è particolarmente imbarazzante. Il parroco Galli, infatti, fu denunciato prima alla Chiesa (la diocesi di Milano inizialmente si limitò a spostarlo da una parrocchia ad un’altra) e poi nel 2015 ai carabinieri. La quinta sezione penale del Tribunale di Milano lo condannò in primo grado a 6 anni e 4 mesi di carcere, ma la giustizia ecclesiastica (che nel frattempo si era avviata) aveva di fatto assolto il sacerdote condannato. La famiglia della vittima ha sempre lottato contro i silenzi della Chiesa e nemmeno era riuscita ad ottenere gli atti del processo canonico anche se Papa Francesco con un decreto alcuni hanno fa ha tolto il segreto pontificio sui casi relativi agli abusi sessuali.

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Volendo conoscere i motivi per i quali don Mauro Galli era stato ritenuto dal tribunale ecclesiastico parzialmente non colpevole dei fatti, la vittima aveva fatto richiesta alla diocesi lombarda che, per tutta risposta, aveva spiegato alla vittima di non potere consegnare nessun documento in quanto la legge approvata da poco da Papa Francesco (relativa alla abolizione del segreto pontificio) non ha il carattere della retroattività. Ad oggi è impossibile conoscere i motivi che portarono i giudici del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo a formulare una sentenza del genere.

«Stante dunque la vigenza del segreto pontificio il tribunale non ha potuto dare informazioni (…) né rispondere ad eventuali richieste» si leggeva nella lettera ricevuta dal ragazzo. Don Mauro Galli aveva avuto una sentenza dimissoria, ossia non assolutoria piena. Gli atti del processo canonico sono ancora in Vaticano, alla Congregazione della Fede, per una ulteriore verifica di cui nessuno ha più saputo nulla. Il porto delle nebbie.

Il caso Galli per la Chiesa tira in ballo anche il ruolo avuto da monsignor Delpini, oggi arcivescovo di Milano ma all’epoca dei fatti, dirigente della diocesi. Don Galli fu denunciato alla curia nel 2012 ma, per tutta risposta, l’anno successivo il prete, don Mauro Galli, fu spostato in una altra parrocchia lombarda e sempre a contatto con dei minori.

La mamma del ragazzo, con il coraggio di una leonessa, ha scritto reiteratamente al Papa, ai presidenti della Cei che nel frattempo si sono succeduti, ma senza mai avere avuto con loro né un conforto, né una udienza.

La diocesi di Milano, sul suo sito, riferisce che «dal punto di vista dell’ordinamento ecclesiale, mentre si attende l’esito del processo canonico in corso» ora sotto la responsabilità della Santa Sede, al Dicastero della Fede, «don Mauro Galli resta sospeso dall’esercizio pubblico del ministero, condizione in cui si trova fin dall’avvio del procedimento».

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La diocesi di Milano si dice “colpita e addolorata per una vicenda che ha provocato grande sofferenza per la vittima, per i suoi familiari e per tutte le altre parti coinvolte. Nel riconoscersi bisognosa di conversione e mai al riparo da scandali e fragilità, la Chiesa ambrosiana – come tutta la Chiesa universale – è inoltre consapevole che la prevenzione e il contrasto di ogni forma di abuso (sessuale, ma anche di potere e di coscienza) non possono ammettere ritardi e incertezze. Per questo la Diocesi negli ultimi anni ha intensificato l’impegno per la formazione, la prevenzione e il contrasto degli abusi, in particolare nei confronti dei minori, in linea con le indicazioni della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana».

https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_caso_don_galli_papa_francesco_delfini_condanna_tribunale_chiesa_segreto_pontificio-7655483.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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